Presente tra gli ospiti della serata del 10 ottobre al "Fabrique Club" all'Alcazar, Giorgio Pasotti ha presentato il suo nuovo film Sotto a chi tocca, nelle sale dall'8 ottobre. L'opera apre un dialogo sulle scomode verità di un mondo del lavoro in costante mutamento, puntando i riflettori sulle dinamiche competitive e spesso spietate che si innescano durante un colloquio.

"Anche nel cinema ormai è così, spesso ti impongono regole ciniche. Se io mi fossi trovato in una condizione del genere me ne sarei andato: non mi piace prevaricare gli altri o dover vincere a ogni costo", confessa Pasotti, che del film è anche regista e produttore. Oltre al tema della competitività, l'autore si è soffermato sul peso ingombrante che i social media hanno assunto nella società contemporanea: quell'obbligo costante di mostrarsi sempre performanti e vincenti che rischia di cancellare il lato umano, fragile e fallibile di ognuno di noi.

Nel corso dell'intervista condotta da Riccardo Zianna, lo sguardo è andato inevitabilmente anche al passato, ai maestri e ai compagni di viaggio: "Mario Monicelli mi diceva sempre che la nostra generazione si prende troppo sul serio, ridiamo troppo poco", ricorda l'ospite, rievocando l'esperienza sul set de L'ultimo bacio di Gabriele Muccino e i legami con colleghi diventati amici storici. Forse erano tempi diversi, o forse oggi, schiacciati da una quotidianità che richiede più di quanto possiamo dare, non siamo più in grado di distinguere le persone reali dalle versioni edulcorate e impeccabili mostrate online. In questo scenario, Sotto a chi tocca risponde al desiderio di tornare a guardarci dentro e attorno con maggiore attenzione. È un invito a chiederci quanto il nostro silenzio-assenso alimenti una realtà in cui ci sentiamo perennemente in affanno, spinti a sopravvivere al punto da dimenticare l'importanza, a volte, di ribellarci.

"A me piace fare film che io stesso andrei a guardare da spettatore", ha aggiunto l'attore e regista, descrivendo la struttura narrativa dell'opera, concepita quasi come un gioco da tavolo: un sofisticato meccanismo disseminato di indizi e scatole cinesi, pensato per sfidare e coinvolgere il pubblico fino al colpo di scena finale. È proprio al pubblico che Pasotti pensa a ridosso dell'uscita in sala, in un momento denso di un'ansia amplificata dalla responsabilità dei molteplici ruoli ricoperti. Un progetto in cui confluisce tempo prezioso sottratto alla vita privata, con la speranza che gli spettatori riescano a cogliere ogni sfumatura e l'immensa mole di lavoro impiegata per realizzarlo.

Prima di congedarsi dal palco dell'Alcazar, Pasotti ha voluto dedicare un consiglio sincero a chiunque desideri intraprendere la carriera da regista. Oltre a sentire l'urgenza viscerale di raccontare una storia, la chiave del successo risiede nell'avere le idee chiare: solo così chi ti affianca può comprendere la visione d'insieme e sostenerti in ogni scelta. Ma il segreto più importante, conclude, resta uno solo: saper vivere questo mestiere con grande leggerezza.

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