
1. Chi è MEDICISEDICI? Come è nato il tuo progetto artistico e qual è il significato del nome che hai scelto?
MEDICI è il mio nome d’arte, mentre medicisedici è quello che utilizzo sui social. Mi chiamo Simone Liccardi Medici e ho scelto “MEDICI” perché è il mio secondo cognome. In famiglia ho diversi medici veri, quindi volevo in qualche modo bilanciare la situazione. Il numero 16, invece, mi accompagna fin da bambino: lo vedevo sugli autobus, nei posti a sedere, nella data di compleanno di mia madre. È anche il numero che indossavo giocando a calcio, dopo aver ricevuto una maglia di Błaszczykowski del Borussia Dortmund. Col tempo mi ci sono affezionato e l’ho portato anche nella mia identità digitale.
Il progetto è nato ufficialmente nel 2020, durante il Covid: facendo freestyle con gli amici ho capito che riuscivo a esprimermi bene con il rap. Nel 2021 ho pubblicato i primi brani, ma il mio percorso musicale è iniziato molto prima: chitarra classica a sette anni, orchestra alle medie e oggi sto concludendo Musica Elettronica al Saint Louis College of Music di Roma. MEDICI è il punto d’incontro di tutte queste esperienze: rap, scrittura, produzione e un immaginario visivo che accompagna ogni brano.
2. Quando hai capito che la musica sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?
Credo di averlo capito subito dopo la mia prima canzone. A diciassette anni feci una cover di Cracovia Pt. 3 di Il Tre e pubblicai un video su Instagram che ebbe un riscontro molto più grande del previsto, arrivando persino ai complimenti dell’autore, che lo ricondivise. Per la prima volta sentii che quella passione poteva concretizzarsi, non solo per il successo del video, ma perché mi accorsi di quanto fossi disposto a impegnarmi, dedicando tempo ed energie a qualcosa che sentivo mio. Da lì iniziai a prendere la musica sul serio, studiando, scrivendo e lavorando sulla produzione per costruire un percorso duraturo.

3. Da dove nasce la tua ispirazione e quanto c’è di autobiografico nella tua scrittura?
L’ispirazione nasce dalla vita che vivo e dal modo in cui osservo le cose. Spesso realizzo ciò che sto vivendo solo dopo essermi allontanato, per questo i viaggi sono importanti: mi permettono di guardare alla mia vita da una prospettiva diversa e poi raccontarla con lucidità. Nei brani c’è molto di autobiografico, soprattutto nel primo album, che considero una fotografia del mio presente. Non voglio inventare un personaggio: racconto me stesso, le persone che incontro, le scelte che faccio e le domande che continuo a pormi.
4. Come vivi l’equilibrio tra social network, algoritmi e identità artistica?
All’inizio lo vivevo male. I social mi sembravano un secondo lavoro che mi distraeva dalla musica: scrivevo un brano e subito pensavo a come promuoverlo, con l’ansia di pubblicare di continuo. Per il primo album mi sono preso mesi di distanza dai social, concentrandomi sulla scrittura e sulla musica. Questo mi ha permesso di definire meglio ciò che volevo raccontare e creare un progetto coerente.
Oggi vedo la comunicazione come parte integrante del percorso artistico, soprattutto quando i contenuti nascono durante la produzione di un video. Mi organizzo in anticipo per accompagnare le uscite senza vivere ogni post con ansia. So di dover essere presente più di un artista già affermato, ma non voglio misurare il valore della mia musica solo dalle visualizzazioni. Gli algoritmi aiutano a raggiungere nuove persone, ma non definiscono chi sei come artista.
5. C’è un brano del tuo repertorio a cui sei particolarmente legato? Se dovessi far ascoltare una sola canzone a chi non ti conosce, quale sceglieresti e perché?
Sono molto legato a Le mie pagine, un brano che uscirà nei prossimi mesi. Lo sceglierei come primo ascolto per chi non mi conosce, perché racconta in modo completo chi sono. Dentro ci sono la mia famiglia, Roma, i lavori fatti per sostenere il mio percorso e la scelta di costruirmi una strada personale, anche quando sarebbe stato più semplice seguire quella già segnata.
Il titolo nasce dal fatto che ogni esperienza, anche piccola, diventa una pagina della mia storia. Il brano parla della ricerca del proprio posto e della necessità di scegliere ciò che senti davvero tuo, senza vivere la vita che gli altri si aspettano da te.

6. Quali sono gli artisti, musicali o non, che hanno influenzato maggiormente il tuo modo di vedere la musica e il mondo?
Tra gli artisti che mi hanno influenzato di più c’è Stromae, per la capacità di costruire un’identità riconoscibile ed evolversi senza perdere coerenza. Oggi ammiro la sua libertà di muoversi tra generi diversi, trasformando la musica in un universo di scrittura, immagini ed estetica: una libertà a cui aspiro.
In Italia mi hanno ispirato Salmo, Marracash ed Ernia, mentre oltreoceano sono cresciuto con 50 Cent e Jay-Z, che mi hanno insegnato quanto il rap possa raccontare un percorso personale. Anche la letteratura ha avuto un ruolo importante: Murakami e Carlos Ruiz Zafón mi hanno mostrato come le parole possano creare mondi, emozioni e immagini, qualcosa che cerco di trasportare nella mia musica.
7. Hidden Artists racconta persone che stanno costruendo il proprio percorso con dedizione e autenticità. Guardando al futuro, qual è il sogno che insegui e quale messaggio vorresti lasciare a chi, come te, sta cercando di trasformare la propria passione in una professione?
Affronto tutto un passo alla volta. Ora il mio obiettivo è pubblicare il primo album, portarlo dal vivo e creare un pubblico che venga ad ascoltarmi nei club. Mi piacerebbe un giorno cantare davanti a cinquantamila persone in uno stadio, ma so che i sogni grandi si costruiscono con traguardi più piccoli e vicini.
A chi vuole trasformare la propria passione in lavoro direi di non aspettare di sentirsi pronto: bisogna iniziare, accettare di sbagliare, migliorare e continuare a costruire. Soprattutto, bisogna capire se quella è davvero la propria strada: la determinazione ti porta avanti, ma è ciò in cui credi che ti dà un motivo per non fermarti.
