In Peccato, la serie diretta da Valerio Vestoso, la parabola di Emanuela Fanelli diventa un gioco di specchi sul mestiere, sulla fama, sull'oblio e sulla costruzione delle immagini pubbliche. Un mockumentary che ride dello spettacolo italiano senza doverlo dissacrare. Ne abbiamo parlato con il regista.

Emanuela Fanelli ha un David di Donatello nella borsa.Non è una battuta. Se lo porta davvero dietro. Cerca una matita per correggere una riga di copione e dalla borsa sbuca il premio. In casa, invece, di premi non ne tiene nessuno. «Mi fanno tristezza le case degli attori, fa un effetto “Viale del tramonto”, nostalgia decadente.» Potrebbe essere una gag. Invece è già un piccolo manifesto di Peccato. Un'attrice che prende molto sul serio il proprio mestiere e, allo stesso tempo, riesce a guardarne dall'esterno le ossessioni, le vanità, i rituali.

La storia comincia nel 2049. Malcolm Pagani, giornalista e documentarista, deve ricostruire la parabola di Fanelli, attrice ormai lontana dalle scene e coinvolta in un caso giudiziario. Il documentario nasce per ripiego: Pagani avrebbe voluto occuparsi di Elsa Morante e Alberto Moravia, ma il produttore gli dice di no. Così quella che lui stesso liquida come una «piccola, scialba, irrilevante storia» diventa l'indagine della serie e già dice qualcosa su di lui. Non arriva lì per raccontare una grande figura della cultura italiana, ma per trovare qualcosa da dire su una storia che, almeno all'inizio, considera secondaria. Partendo da una singola attrice finisce per attraversare un intero piccolo universo: Piera Detassis, Gianni Canova, Geppi Cucciari, Caterina Balivo, Gigi Marzullo, Giovanni Benincasa, e poi Paolo Virzì, Francesca Archibugi, Riccardo Milani, Paolo Genovese, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Alessandro Borghi.

Paola Cortellesi, intanto, è diventata addirittura Presidente della Repubblica. Ognuno potrebbe essere a sua volta il protagonista di un documentario. Il divertimento nasce anche da questa sproporzione: una storia apparentemente piccola finisce per contenere un intero star system.

Peccato, scritta da Emanuela Fanelli, Giulio Somazzi e Valerio Vestoso, trova nel mockumentary la sua forma più felice. Non un espediente comico, ma un dispositivo costruito mescolando materiali d'archivio reali, ricostruzioni, interviste, frammenti televisivi e contenuti inventati. Gli attori interpretano una versione deformata, laterale, sorprendentemente libera di sé stessi. Sabrina Ferilli è più severa di quanto ci aspetteremmo, Tullio Solenghi si concede una comicità fisica inattesa, Ferzan Özpetek si rivela un comico formidabile.

A Vestoso ho chiesto chi lo avesse sorpreso di più. «Özpetek. Lo conosciamo come grande autore, un grande regista, ma non come attore. Comico pazzesco. Quindi ho scoperto forse un nuovo personaggio.» È una delle scommesse più riuscite della serie, quella di prendere persone che conosciamo benissimo e spostarle di qualche centimetro. Quanto basta per farle diventare nuove.

E vale anche per la protagonista. La serie infatti non costruisce una semplice versione futura di Emanuela Fanelli. Inventa una filmografia, relazioni professionali, successi e fallimenti che si inseriscono continuamente dentro elementi riconoscibili della sua carriera reale. Il futuro diventa così anche un modo per riscrivere il passato. Portare tutto nel 2049 permette di parlare del presente senza restarne prigionieri. Le dinamiche del successo, dell'oblio, delle invidie, delle carriere che esplodono e si spengono diventano un po' più assurde e un po' più universali. Non è fantascienza, ma un'arguta distanza di sicurezza. Anche la fotografia di Davide Manca lavora in questa direzione. Qui siamo in un'atmosfera crepuscolare, insolita per una commedia contemporanea, che restituisce alla storia una malinconia che non le toglie leggerezza. Anzi, in certi momenti, la rende più divertente.

Dentro questa costruzione c'è anche una scelta piuttosto radicale. Emanuela Fanelli immagina non un futuro da artista celebrata, ma quello di un'attrice quasi dimenticata. È una scelta che sposta Peccato rispetto al classico documentario su una personalità dello spettacolo, si parte da ciò che resta quando il successo non basta più a spiegare una persona. Sabrina Ferilli lo dice a modo suo, parlando dei colleghi come si parla delle stagioni: «Per un periodo di tempo senza di loro non si fanno i film. Poi spariscono e non ti ricordi neanche come si chiamano.» E in un altro punto della serie, qualcuno osserva che nella galassia dello spettacolo valgono le stesse leggi che governano l'universo: pianeti, costellazioni, stelle, meteore; e che basta un evento impercettibile perché quegli equilibri si spezzino per sempre. Anche le stelle più brillanti sono destinate a spegnersi. Peccato, ripetono tutti a un certo punto della serie. “Peccato averle dato occasioni che altri avrebbero potuto sfruttare meglio” esclama Piera De Tassis – o la sua dramatis persona - riferendosi alla protagonista. Ma qui torna a levarsi la voce di Sabrina Ferilli, che assolve la protagonista: ci dice che Emanuela è una che tira sempre il pallone più avanti, una che crede nella vita e che gli errori che ha fatto li ha fatti per quello. A lei, dice, quelli che credono nella vita stanno tanto simpatici. Peccato è la parola che dà il titolo a tutto, pronunciata come si pronunciano di solito i verdetti più comodi: a denti stretti, con la porta già aperta sull'uscio. Sotto la satira, però, resta qualcosa che quella parola non riesce a liquidare: la tenerezza di un'attrice comica tradita dalla propria ingenuità, dalla voglia di emergere. Peccato smaschera l'aspetto più struggente di chi vuole essere amato dal pubblico e, per ottenerlo, finisce per fare guerra a chiunque desideri esattamente la stessa cosa.

Su questa possibilità di tenere insieme due registri opposti ho insistito con Vestoso. La tenerezza come risultato di un documentario che riesce a prendere le distanze dalla satira più tagliente, pur continuando a farla, e la curiosità come elemento fondante per continuare questo mestiere. Questa nuova forma può essere anche un modo per vivere l'industria audiovisiva in maniera più sana? «Me lo auguro. La curiosità secondo me è proprio il perno, senza il quale non si può scrivere, non si può dirigere, non si può nemmeno recitare. L'attore deve incuriosirsi agli stereotipi per potersene impossessare, perché con le storie si deve fare la stessa cosa.» Vale anche per chi guarda: «La satira ha bisogno di conoscenza: bisogna conoscere ciò di cui si ride e anche il termine di paragone.» Dalla stessa spinta nasce il tono generale della serie. «Abbiamo giocato tantissimo con la curiosità di andare oltre, soprattutto rispetto alle narrazioni da serie TV», mi ha spiegato Vestoso. Anche la tenerezza, quel registro che qualcuno ha definito malinconico, crepuscolare, viene da lì, insieme alla volontà di recuperare una certa idea di commedia all'italiana. Che è satirica, ma anche capace di osservare i propri personaggi senza ridurli a una battuta.

La scrittura non considera mai il dettaglio ornamentale, e persino la filmografia della protagonista diventa materia narrativa. Pasticciona in amore, scritto, diretto e interpretato da Fanelli nel finto documentario, è una commedia romantica che promette di liberarsi dai cliché e finisce inevitabilmente per produrne altri, a partire dal co-protagonista. Qui un Alessandro Borghi irresistibile nel ruolo del principe azzurro, attore bonaccione e un po' convinto, con l'ambizione stralunata di uno Stanis La Rochelle. È uno dei giochi più riusciti della serie: il film che dovrebbe smontare i cliché finisce per costruirne di nuovi. E Peccato fa qualcosa di simile con il proprio universo, prendendo il linguaggio del cinema, della televisione e del racconto biografico per rimontarlo fino a renderne visibili i meccanismi.

Il mockumentary, qui, appare come un linguaggio che appare quantomai calzante per questo genere di racconto, perché consente di ridere della propria immagine senza dissacrarla, mantenendo un elevato coefficiente di verosimiglianza che produce empatica ironia (come accade nella celeberrima Call my agent -  Italia in cui la stessa Fanelli ha brillato come sempre per arguta creatività). L’attrice romana ha fatto il contrario di un documentario celebrativo, e lo ha fatto dal punto più scomodo: quello di un'attrice quasi dimenticata. Il David, intanto, resta ancora in fondo a qualcosa, in una stanza, nascosto, tra gli altri. Come questa Emanuela, possibile, placida, delusa, finalmente forse amata, tra le nevi e le luci intermittenti di un paesaggio crepuscolare.

Peccato è prodotta da Mattia Guerra per Be Water Film, con la partecipazione di HBO Max e in collaborazione con Rai Cinema. Emanuela Fanelli, oltre che protagonista e co-sceneggiatrice, ha un ruolo di showrunner, con un controllo autoriale ampio sulla realizzazione del progetto. Completano il lavoro Davide Manca alla fotografia, Chiara Proietti al montaggio, Cristina Del Zotto alla scenografia e Sara Fanelli ai costumi.