Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, ultimo titolo italiano in concorso all'83^ Mostra, è un'opera straziante. Opaco, sghembo e disturbante, il film è attraversato e squarciato dalla stridente colonna sonora di Guglielmo Diana. A tratti inguardabile, è un film letteralmente "osceno" nel senso etimologico del termine (ob-scaena): ciò che nel teatro antico doveva restare fuori scena, proprio come la ferocia indicibile della dittatura argentina che eliminava i dissidenti gettandoli vivi dagli aeroplani. In un'edizione della Mostra dal coefficiente politico altissimo, Bechis dialoga a distanza con urgenze contemporanee come il genocidio palestinese, raccontato in Naza.

Dopo Garage Olimpo (1999) e Hijos/Figli (2001), il regista italo-cileno torna a curare le ferite di una tragedia nazionale che porta incise sulla propria pelle. Rapito ventenne nel 1977 e rinchiuso in una delle sessanta carceri clandestine di Buenos Aires (il Garage Olimpo), Bechis trasforma la sua storia nel motore del film. Sceglie però la finzione: il protagonista è Mariano Guerra, esule richiamato in Argentina dall'Italia dopo trentatré anni per testimoniare contro i suoi carnefici. Ospite negli alloggi del Ministero della Giustizia, ritrova vecchi compagni di prigionia, in un'occasione implacabile per scoperchiare ricordi laceranti e un senso di colpa insanabile.

Ideale chiusura di un tragico trittico, Ritorno a Buenos Aires è un'elaborazione del lutto personale e collettivo attraverso la terapia del cinema. Se prima ostentava le derive più truculente del regime (torture, stupri, furti di bambini), qui Bechis lavora per sottrazione. Si concentra sull'isolamento dei sopravvissuti, schiacciati dall'assurda "colpa" di essere rimasti vivi, la cui unica redenzione passa per la testimonianza. Il risultato è un film dal clima plumbeo, dominato da sentimenti implosi e soffocati, pronti a esplodere in modo devastante.

Al centro di tutto c'è la prova da Coppa Volpi di Adriano Giannini. Spazzando via ogni residuo di quella "sindrome dell'impostore" di cui ha a lungo sofferto (come si sa il figlio del grande Giancarlo e della doppiatrice Livia Giampalmo ha a lungo lavorato come aiuto operatore, sentendosi chissà perché inadeguato), l'attore offre una performance eccellente, apice di una carriera in evidente ascesa. Il suo Mariano è un fascio di nervi sempre sul punto di sfasciarsi, che comunica con l'angoscia degli sguardi più che con l'indicibilità delle parole. Il suo volto, solcato da rughe profonde che mimano le cicatrici stesse del regista, si specchia sgomento in un vetro screziato che lo restituisce spezzato. Un dolore assoluto, che forse solo la macchina da presa può, infine, medicare.

Prodotto – tra gli altri - da Rai Cinema e distribuito da Fandango, Ritorno a Buenos Aires esce in sala il 17 settembre.