
Dalle Forze Speciali al set cinematografico: il metodo di Davide Ferretti per dominare lo stress e liberare il potenziale umano.
SOMMARIO Da Head Coach della Nazionale di MMA a consulente anti-terrorismo e mental coach per il cinema e il business: l'evoluzione professionale di Davide Ferretti e l'importanza della resilienza emotiva per performare ad altissimo livello quando conta davvero.
di Emanuele Rauco

Non è per nulla facile scovare cos'hanno in comune un'artista marziale, un attore e un membro delle forze speciali. Questo minimo comune denominatore apparentemente segreto è diventato invece il punto centrale del lavoro di Davide Ferretti: atleta divenuto maestro fino a ricoprire il ruolo di Head Coach della Nazionale di Arti Marziali Miste, ha preso la propria capacità di controllare fisico e mente ed è diventato dapprima consulente delle Forze Speciali nelle squadre anti-terrorismo e poi coach per imprenditori e professionisti. L'obiettivo è trasformare le risorse mentali in strumenti efficaci per conseguire i risultati, soprattutto in quegli ambiti dove serve prendere decisioni complicate, in pochi attimi, spesso sotto stress. E tra quegli ambiti, c'è anche il cinema: Ferretti ci spiega perché in questa intervista.
Come è avvenuto il passaggio da atleta e artista marziale a preparatore fisico e mentale?
Non è stato un cambio di percorso, ma un'evoluzione naturale. Le arti marziali e la pratica delle discipline che alleno mi hanno insegnato una cosa fondamentale: il vero limite della persona raramente è fisico, come si tende a credere. È mentale, emotivo, e ha soprattutto a che fare con la gestione della propria energia. Ho visto tanti atleti fortissimi crollare sotto pressione, e persone apparentemente ordinarie diventare straordinarie nel momento in cui imparavano a governare la propria mente, ad andare oltre la paura del fallimento e del giudizio. Questo mi ha portato a sviluppare un approccio sistemico allo sviluppo delle potenzialità umane: performance fisica, disciplina mentale, gestione dello stress, capacità di entrare in presenza, trasformazione delle emozioni in risorse. E alla base di tutto, la resilienza perché gli errori ci saranno, metteranno in discussione le nostre credenze, la nostra identità. Se non si è resilienti rispetto a ciò che non controlliamo, crolla tutto.
Il tuo lavoro attraversa ambiti molto diversi: cinema, forze speciali, business. Qual è il denominatore comune?
Il principio è sempre lo stesso. Che tu sia un attore protagonista, un regista sotto pressione o un operatore delle forze speciali, il punto centrale è performare ad altissimo livello quando conta davvero, in situazioni esasperate. In quel momento la differenza non la fa più il talento o la competenza tecnica specifica: la fa il controllo mentale, emotivo e fisico sotto stress. Nel cinema questo è ancora più evidente. Un attore non deve solo recitare: deve essere credibile, presente, magnetico, emotivamente connesso dopo ore di set, capace di reggere un giudizio continuo. È un carico emotivo enorme. E noi sappiamo che alla base di ogni comportamento c'è un'emozione: se non riesco a essere in equilibrio, i risultati non possono essere diversi da quelli già ottenuti.

In Italia tendiamo a non concepire l'attore come un performer completo. È davvero così?
Sì, ed è una questione culturale. All'estero – negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia – hanno compreso prima che l'attore non è solo un interprete: è un performer ad alte prestazioni. Viene preparato quasi come un atleta d'élite, perché la performance non dipende solo dalla tecnica o dal talento, ma dalla capacità di mantenere presenza, intensità e stabilità sotto pressione. In Italia per molto tempo ci si è concentrati quasi esclusivamente sulla parte artistica e interpretativa - che resta fondamentale, sia chiaro - trascurando però tutto il lavoro invisibile: la gestione dello stress, la preparazione mentale, la resilienza. Credo che il cinema italiano stia iniziando a capirlo. Sempre più attori, registi e produzioni si stanno rendendo conto che la vera differenza la fanno continuità, presenza, capacità di reggere la pressione nel tempo.
Questo discorso vale anche per le figure non artistiche del settore: produttori, distributori?
Assolutamente. Il problema oggi non è solo artistico: è mentale e strategico. Tutti, in ogni ruolo, sono chiamati a decidere rapidamente sotto pressione, con scenari che cambiano continuamente. Ma nessuno viene allenato a mantenere lucidità sotto questo carico. E quando il sistema nervoso è sovraccarico, accadono sempre le stesse cose: scelte impulsive, paura del rischio, perdita di visione, conflitti interiori, creatività bloccata. Le produzioni forti del futuro non saranno quelle con più budget, ma quelle con persone capaci di reggere la pressione, adattarsi rapidamente, restare lucide nei momenti decisivi. Questo è il mio ruolo: non semplice motivazione, ma costruzione di individui ad alte prestazioni - centrati, resilienti, credibili e, soprattutto, realizzativi. Perché in un mondo di creativi, spesso i risultati non riescono a «cadere a terra» per mancanza di obiettivi definiti, identità allineate, capacità di pianificazione e gestione strategica di sé.
.jpg)