
Venticinque anni di commedia italiana riletti nel nuovo numero della storica rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia: il genere che riempie le sale e che, fuori da queste pagine, quasi nessuno racconta più con la stessa attenzione.
Bianco e Nero, una delle riviste di cinema più antiche d'Europa, dedica il nuovo numero a venticinque anni di commedia italiana: una lettura che fa venire voglia di tornare al cinema, e in libreria.

Della mia prima volta al cinema ricordo innanzitutto un colore: quello delle poltroncine, un velluto tra l'ocra e il crema che da bambina non avevo mai visto altrove. Ricordo l'odore caldo dei popcorn, quello che si sente soltanto lì, e la mano di mia madre stretta alla mia. E ricordo un suono, uno soltanto: la risata acutissima, da delfino, di una signora con due grandi pendagli luminosi alle orecchie, che ha contagiato piano tutta la sala. Sembrava la donna più felice del mondo. Forse, per un istante, lo eravamo tutti, dentro quel buio caldo e accogliente, davanti a una commedia.
Di questo parla, in fondo, il nuovo numero di Bianco e Nero: di quella cosa misteriosa per cui duecento persone che non si conoscono possono ridere nello stesso istante, commuoversi nello stesso silenzio, riconoscersi senza essersi mai incontrate. Ed è per raccontare esattamente questo che Fabrique du Cinéma ha scelto di dedicare uno sguardo approfondito a una pubblicazione fondamentale per la nostra cultura cinematografica: il numero 613 di Bianco e Nero, interamente dedicato a venticinque anni di commedia italiana, dal 2000 al 2025, il genere che continua a riempire le sale, e che fuori da queste pagine quasi nessuno racconta più con la stessa attenzione.
Nata nel 1937 tra le stanze del Centro Sperimentale di Cinematografia, Bianco e Nero è una delle riviste cinematografiche più antiche ancora vive in Europa: ha raccontato il neorealismo mentre accadeva ancora nelle strade, ha seguito il cinema italiano quando non era patrimonio ma presente incerto, discussione aperta. Da alcuni anni la pubblica insieme a Minimum Fax; a curare questo numero sono Giulio Sangiorgio, direttore della rivista dal maggio 2025, e Rocco Moccagatta.
Sfogliarlo è già un'esperienza: la carta è spessa, leggermente ruvida sotto le dita, e le pagine producono quel rumore secco e preciso che si riserva ai libri a cui si dà importanza, quasi un applauso in miniatura a ogni pagina girata. Bianco e Nero, alla fine, è proprio questo: un libro vestito da rivista.

Riusciamo ancora a provare certe cose, in sala? È la domanda che attraversa l'intero numero, anche se non è scritta così, con queste parole, in nessuna delle sue pagine: si intuisce tra un saggio, un'intervista, un'immagine d'archivio. Quando parliamo di cinema, oggi, la vera questione non è soltanto che cosa guardiamo, su quale schermo, tra quali finestre di streaming, ma che cosa ci succede mentre lo guardiamo insieme agli altri.
Nel 2006 una sala intera guardava Luca uscire dall'ultimo esame di maturità in Notte prima degli esami, mentre partivano le note di Ricordati di me di Venditti. Non era la scena più divertente del film, ma era la più vera, ed è l'unica a cui molti di quei ragazzi, oggi genitori a loro volta, tornano ancora ogni giugno, magari da soli sul divano, per cercare qualcosa che non hanno mai smesso di domandarsi.
Dieci anni dopo, nel 2016, il pubblico italiano si ritrovava seduto a un tavolo che non era il suo: quello di Perfetti sconosciuti. Sette amici mettevano i telefoni al centro e trasformavano un gioco in una confessione collettiva. La sala rideva, smetteva di ridere, rideva ancora, con un'inquietudine diversa: quel telefono che vibra sul tavolo è diventato una paura universale travestita da commedia, tanto che il film è stato rifatto in decine di Paesi diversi, e in qualunque lingua quella prima chiamata continua a far paura nello stesso identico modo.
E poi c'è Checco Zalone. Il suo piccolo salto di gioia in Quo vado?, quando ottiene il posto fisso, resta una delle immagini più precise dell'Italia contemporanea: un uomo che festeggia il premio più desiderato della sua generazione, una certezza. Ridevamo di lui, ma ridevamo anche di noi. Con il recente Buen camino, quella stessa comicità che non risparmia nessuno ha polverizzato ogni record d'incasso della storia del cinema in Italia.
Nel 2023, infine, la sala ha imparato a fare una cosa che una commedia popolare non faceva da tempo: stare in silenzio. C'è ancora domani di Paola Cortellesi parte come un racconto leggero, quasi una commedia tradizionale in bianco e nero, e negli ultimi minuti cambia prospettiva senza avvertire nessuno. Il pubblico, convinto di ridere davanti a uno schiaffo di troppo, si è ritrovato a piangere davanti a un voto: un successo enorme, eppure difficile da classificare, come se non sapessimo ancora bene in quale cassetto mettere un film che usa la commedia per arrivare altrove.

È forse questa la storia della commedia italiana degli ultimi venticinque anni: un genere che ha continuato a parlare al grande pubblico mentre tutto, intorno, cambiava. Il vecchio sistema dei protagonisti costruiti dalla televisione si è dissolto, le piattaforme hanno modificato il modo di produrre e consumare immagini, i social hanno cominciato a raccontare il Paese prima del cinema. Come osserva Andrea Minuz nelle pagine della rivista, il cinema italiano ha in parte smesso di inseguire la realtà, perché oggi la realtà arriva sempre prima: in un reel, in un audio virale, in una diretta social.
Claudio Di Mauro, montatore storico delle commedie di Carlo Verdone, Ficarra e Picone, Neri Parenti, offre un'indicazione preziosa: bisogna «dare tempo alla commedia». Tempo per osservare, per sbagliare, per riconoscersi. È forse uno dei problemi del presente: abbiamo sempre più immagini, e sempre meno tempo per trasformarle in racconto.

Tra i contributi del numero, uno merita di essere segnalato per il taglio che sceglie: il ritratto che Alessio Accardo, direttore responsabile di Fabrique du Cinéma, firma insieme a Gabriele Acerbo, dedicato a Paolo Virzì, di cui Accardo e Acerbo sono biografi di lunga data, con un libro nel 2010 e un docufilm nel 2023 (diretto da Stefano Petti). Il saggio individua nella vena malinconica del regista toscano, presente fin dagli esordi, la vera cifra della sua commedia: una nota che nel 2013, con Il capitale umano, smette di restare sottotraccia e diventa dominante. E rintraccia una parentela precisa, tanto puntuale quanto originale, tra la comicità di Checco Zalone e il Bruno Cortona che Vittorio Gassman incarnò ne Il sorpasso di Dino Risi, nel 1962: una parentela passata letteralmente per la scrittura di Virzì, che il copione di Tolo Tolo lo ha firmato davvero, nel 2020. Lo stesso sguardo legge nel recente coinvolgimento di Christian De Sica, chiamato da Virzì nel sequel funerario di un suo film di trent'anni prima, il segno di un passaggio più ampio: quello di una commedia italiana che muta «da monito satirico a specchio deformante di una realtà che supera la fantasia».
Su Zalone, del resto, il numero non cerca una risposta definitiva. C'è chi lo considera l'ultimo grande cantastorie popolare italiano, e chi, arrivando ai suoi lavori più recenti, avverte una distanza maggiore dalla realtà che aveva saputo raccontare. Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità, ed è proprio lì che il volume si fa interessante: non quando cerca un verdetto, ma quando lascia respirare il conflitto. Perché la commedia, in fondo, vive anche di contraddizioni.
Verso la fine del percorso riaffiora una vecchia intervista del 1977, in cui Mario Monicelli afferma che «la realtà è il vero film italiano», mentre Alberto Sordi, accanto a lui, sorride: non sembra del tutto d'accordo. A distanza di quasi cinquant'anni, leggendo queste pagine, quella discussione appare ancora sorprendentemente aperta.
Cosa mi resta, ancora oggi, di quella signora dai grandi pendagli luminosi che, tanti anni fa, ha battezzato il mio amore per il cinema? Sfogliando queste pagine, una risposta sembra arrivare: ci portiamo via la prova che siamo ancora capaci di riconoscerci in una battuta, in una lacrima, in un silenzio condiviso.
Bianco e Nero non chiude la domanda da cui siamo partiti, la lascia aperta, ed è forse proprio questo il suo merito più grande. Perché finché una sala buia riuscirà a riempirsi di sconosciuti pronti a ridere insieme, il cinema avrà ancora qualcosa da dirci. Come se fosse sempre la nostra prima volta.
