
Sommario
“Imbued” è una piattaforma e un ecosistemainternazionale che ha al suo interno uno spin-off dell’Università La Sapienza di Roma, cheimmagina un nuovo rapporto tra arte, pubblico e intelligenza artificiale.Attraverso il concetto di MetaMuseum,il progetto punta a trasformare lo spettatore in co-creatore, utilizzando AI elogiche partecipative. Alfredo Ruggieri racconta la genesi del progetto,il rapporto tra creatività umana e tecnologia, il ruolo della ricerca e lasfida di costruire un ecosistema culturale alternativo alle dinamichedell’economia dell’attenzione.
di FabioScalzotto
In unmomento storico in cui l’intelligenza artificiale sembra spingere versol’automazione totale della creatività, Imbued prova a percorrere una stradadiversa: mettere la tecnologia al servizio dell’esperienza umana, delleemozioni e della partecipazione collettiva. Se i social hanno trasformato tutti in creator, “Imbued”vuole trasformare tutti anche in co-autori. Un progetto che mescola arte, neuroscienze, culturadigitale e blockchain per ripensare il rapporto tra spettatore e opera.Ne abbiamo parlato con il fondatore Alfredo Ruggieri.
Iniziamodal definire che cos’è “Imbued”.
Il nome significa letteralmente“imbevuto”. Rappresenta l’idea di quanto noi esseri umani siamo, o potremmoessere, imbevuti di umanità e di come questa umanità passi anche attraversol’arte e le emozioni.
“Imbued” aspira a essere un enormecontenitore artistico e una grande community dove musei, artisti, gallerie ecreator possano condividere le proprie creazioni, confrontarsi, collaborare epersino vendere o scambiare opere.
Imbued nasce in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale sembra potersostituire il gesto umano. Voi invece parlate di “Human-Centered AI”. Puoispiegare meglio questo concetto?
“Imbued” nasce ben primadell’esplosione dell’intelligenza artificiale. Però è vero che recentementetutto ha subito un’accelerazione con il riconoscimento come spin-off de LaSapienza e lo sviluppo dell’app. Un’accelerazione parallela aquella dell’AI. Oggi siamo in una fase di grande riflessione globale su ciò chel’intelligenza artificiale rappresenta per l’umanità. Noi vogliamo contribuire, nel nostro piccolo, allosviluppo di un’intelligenza artificiale con caratteristiche nuove, più legatealla creatività, all’immaginazione e all’esperienza umana.
Moltiartisti guardano l’AI con paura. Temono la sostituzione, la perdita di dignitàcreativa. Cosa diresti a chi vede l’intelligenza artificiale come una minaccia?
Il progresso fa sempre paura, ma nonpuò fermare la creatività umana. Ogni rivoluzione tecnologica ha generatotimori.La paura è umana, ma lo è anche la capacità di reagire creativamente. L’artista è proprio colui cheriesce a trasformare la paura in qualcosa di nuovo, usa la paura in modocreativo per capovolgere il pensiero.
Il vostroslogan “I Art Therefore I Am” ribalta il cogito ergo sum cartesiano.Significa che l’arte oggi è diventata una forma di identità personale?
Sì. Oggi tutti sono creator. TikToke Instagram hanno dato a molte persone la possibilità di esprimersi. “Imbued”vuole spingere questa possibilità ancora oltre, creando uno spazio diispirazione continua. Più osservi creatività, più puoi diventarecreativo a tua volta. La tua esperienza artistica, il tuo coinvolgimentocreativo può arrivare a definire chi sei.
La vostraidea di MetaMuseum sembra abbattere il confine tra spettatore e autore. Quellodella compartecipazione del fruitore al compimento dell’opera non è un concettonuovo nella storia dell’arte. Mi sembra però che stiate facendo un passoulteriore, come se il pubblico contemporaneo non sia più disposto solo acontemplare un’opera ma abbia bisogno di farla sua.
Esattamente.Ci ispiriamo al concetto di “Beholder’s Share” teorizzato da Ernst Gombrich,uno dei più grandi storici dell’arte: l’opera non si conclude mai davvero, perché è lospettatore a completarla attraverso la propria interpretazione. Lastessa analisi del funzionamento dell’occhio umano conferma che occhio ecervello completano la realtà per come la percepiamo. In una delle sue ultimeinterviste, David Bowie riconosce che Internet permette finalmente ditrasformare questa teoria in pratica quotidiana. Attraverso l’app di “Imbued” chiunque può sperimentare lapropria sensibilità artistica, aggiungere il proprio contributo creativo, equel contributo può essere ampliato da altri in un processo potenzialmenteinfinito.
Ha ancorasenso parlare di autore e fruitore o questi ruoli si stanno dissolvendo?
Ha ancora senso parlare di autore,perché esiste sempre un creatore iniziale. Ma oggi tutto viene continuamenterielaborato. Lo vediamo anche nel cinema e nelle serie TV, dove semprepiù raramente si inventa da zero. La sfida è recuperare la capacità umana dicreare davvero qualcosa di nuovo.
Come sidistingue una creazione autentica da un mero output algoritmico?
È un confine molto sottile. Picassodiceva: “Il creativo copia, il genio ruba”. Vuol dire che anche Picassoaveva problemi nel definire dove iniziasse l’originalità. Noi esseri umanirielaboriamo continuamente ciò che vediamo. La differenza sta nella trasformazione: se riesci atrasformare qualcosa in qualcos’altro, stai creando.
In questoprocesso, dove finisce la democratizzazione culturale e dove inizia il rischiodi cannibalizzare il patrimonio artistico? Ha senso questa distinzione?
È un temacruciale. È chiaro che proteggere erigendo dei muri non sempre è la rispostamigliore. Noi vogliamoperò tutelare il diritto d’autore e la proprietà intellettuale. Per questostiamo lavorando su NFT e blockchain come strumenti semplici da utilizzare peri creator, come strumenti di tutela e tracciabilità.
Parlatedi “0% Engagement — 100% Inspiration”. È quasi un manifesto contro l’economiadell’attenzione. Quanto è difficile costruire una start-up che rifiuta lelogiche tossiche delle piattaforme contemporanee?
È difficilissimo oggi costruire unastart-up che non insegua l’attenzione compulsiva. Ma noi crediamo nel lungoperiodo.Le piattaforme attuali lavorano sull’immediatezza, noi vogliamo costruire unrapporto più lento e profondo con la creatività.
Pensi chel’arte possa ancora creare comunità reali?
Assolutamentesì. Lo vediamo nei concerti, negli eventi collettivi. Sono luoghi frequentatianche da giovanissimi che usano il telefonino come un’estensione del loro arto.I ragazzi integrano giànaturalmente mondo fisico e digitale, per loro non sono separati. Latecnologia non cancellerà la dimensione sociale dell’essere umano. La capacitàdi creare comunità, la capacità di collaborare e l’immaginazione sono trattidistintivi dell’essere umano, e non sarà il digitale a portarcele via.

“Imbued” nasce da un ecosistema universitario escientifico. Qual è il ruolo dell’Università La Sapienza e quanto conta oggi,nel mondo tech, avere una base filosofica e umanistica?
Èfondamentale. Anche nellaSilicon Valley creano collaborazioni con le università e con le istituzioniculturali, proprio perché la tecnologia si deve contaminare con i valoriculturali. Nell’arte poi ci sono le emozioni e le emozioni sono l’essereumano. Per cui è stato fisiologico collaborare con neuroscienziati, cardiologie ricercatori. Stiamo già portando avanti studi pilota con il PoliclinicoUmberto I e altri istituti per capire come l’esperienza artistica possa avereeffetti terapeutici, anche in pazienti con malattie neurodegenerative.
Se “Imbued” funzionasse su larga scala, comeimmagini il rapporto tra musei, artisti e pubblico tra dieci anni? Cambierebbesolo il modo di fruire l’arte o cambierebbe proprio il concetto stesso diopera?
Tutto oggi cambia a una tale velocitàche è difficile fare previsioni. Ma già oggi musei e università dialogano conil pubblico attraverso i social. I musei sono su TikTok, le università sono suSnapchat. Sei obbligato, altrimenti perdi una fetta di pubblicodeterminante. Noi vogliamo spingere quel dialogo verso una partecipazione piùattiva e creativa, ma definire oggi il futuro di qualsiasi progetto digitale èimpossibile.
“Imbued”è museo, social network, laboratorio creativo e piattaforma Web3. Ti senti piùimprenditore tech o operatore culturale? Qual è il tuo background personale?
Vengo dal mondo del marketing e dellapubblicità. Ho iniziato nel 2001, lavorando per una grande multinazionale. A 28anni ho vinto un Leone a Cannes per una campagna pubblicitaria. Chi fa ilpubblicitario deve essenzialmente convincere e ha a che fare con la psicologiaumana.Si cimenta con lo scetticismo e con la bocciatura e questo è molto formativo.Se sei bravo, capisci il valore del commento degli altri. Tutto questo mi hainsegnato l’importanza del confronto e della collaborazione. Parallelamente ho studiato regiaalla Film Academy di New York. Ho un background abbastanza ampio nel mondodella creatività.
Avetelanciato una campagna Kickstarter, la piattaforma di crowdfunding più famosa almondo. Chi sperate di coinvolgere?
Più cheraccogliere fondi, vogliamo costruire una comunità. Ci interessa riceverefeedback, capire come le persone reagiscono alla piattaforma e coinvolgerle nelprogetto.
Idealmente,su cosa si reggerà il modello di business di “Imbued”?
Su piùelementi: marketplace NFT, membership per musei e artisti, advertisingintegrato in modo creativo. Perché anche la pubblicità può essere una forma di arte e di comunicazioneculturale.
Se“Imbued” non esistesse, quale vuoto sentiresti di non aver provato a colmare?
Più che colmare un vuoto, cerchiamo diproporre un nuovo punto di vista. L’arte è già ovunque nelle nostre vite, espesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Noi proviamo semplicemente aguardarla da un’angolazione diversa.
