
Sommario L'intervista al regista Antonio Donato ripercorre la genesi del cortometraggio Oh, Boys, presentato alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes. Nato grazie ai fondi PNRR nel borgo di Pisciotta e prodotto da Premiere Film, il corto unisce attori locali a star della serie The Crown come Meg Bellamy e Tom Byrne. Il regista svela il suo prossimo lungometraggio, già in sviluppo con Cinedora e il produttore Santiago Fondevila Sancet.

Per tutto il 79° festival di Cannes, giornalisti, critici e operatori del cinema italiani si sono interrogati sul perché non ci fossero film italiani o registi italiani nella selezione ufficiale. A ben guardare, però l’Italia non era assente sulla Croisette: c’erano varie co-produzioni anche importanti come Fatherland di Pawel Pawlikowski, c’era un documentario su Vittorio De Sica diretto da Francesco Zippel e poi c’era un cortometraggio: Oh, Boys, notevole film di Antonio Donato presentato alla Quinzaine des Cinéastes. Lo abbiamo incontrato all’Italian Pavillon, mentre il suo film vedeva la luce della sala pochi metri più in là.
La genesi del film è piuttosto particolare. Ce la racconti?
Fa molto ridere, sarà una di quelle cose che mi succederà forse una volta nella vita. Il PNRR, un fondo per la valorizzazione dei borghi, ha scelto Pisciotta. Pisciotta ha scelto Première come operazione di valorizzazione tramite il cinema, e Première ha scelto me come regista per scrivere e dirigere un film. Io ho chiesto di portare il mio sceneggiatore, Paolo Carbone, con cui ho scritto il mio precedente film Sparare le angurie e con cui sto scrivendo il mio lungometraggio, ispirato a quel corto. Loro ci hanno affiancato due sceneggiatori più giovani che non conoscevamo, Andrea Senigo e Andrea Rendano. È stato un processo lungo due anni, perché avevamo carta bianca ma con persone nuove. Io e Paolo avevamo già una voce autoriale definita, ci conosciamo dai tempi della scuola di cinema e ci completiamo in modo fraterno, senza sentire il bisogno di lavorare con altri. Ma per noi era una sfida importante confrontarci con qualcuno di esterno.
Come è nata l'idea del film durante la visita a Pisciotta?
Quando siamo andati a visitare Pisciotta, ci sono stati tre episodi che mi hanno incuriosito. Il primo: i pisciottani sapevano che avremmo girato un film lì ed erano molto entusiasti, calorosi, cercavano in un certo senso di impressionarci. L'ho trovato molto divertente e dolce. Poi mi capitava spesso di sentire un sassofonista allenarsi, e ho chiesto in giro chi fosse. Infine mi hanno raccontato che un tempo a Pisciotta venivano studenti francesi a imparare l'italiano e venivano accolti con la banda del paese. Queste tre cose le abbiamo collegate alle tematiche che a me e Paolo interessano portare avanti nel nostro percorso autoriale: il voler impressionare gli altri, la mascolinità performativa, la fragilità maschile. Da lì abbiamo iniziato a sviluppare il film. Gli altri sceneggiatori ci hanno un po' seguito — concedimi il termine — mettendoci anche in discussione, facendoci uscire dalla nostra comfort zone. C'era anche Saverio Pesapane come produttore che seguiva l'editing del progetto. È stato lungo trovare l'idea giusta. Io tornavo sempre sulla stessa idea che tutti bocciavano: fare un racconto corale, cosa che per un corto non si fa perché il tempo è poco. Però sentivo che era la cosa giusta per raccontare quel luogo e quella tematica, e alla fine abbiamo trovato un modo per incastrare la coralità.
Il film ha un tono e uno stile visivo molto precisi. Penso a riferimenti come Jacques Tati o Elia Suleiman. Come è stato costruito?
Tati è un'influenza palese, anche se nella messa in scena siamo molto diversi. Con questi corti stiamo cercando di costruire il nostro stile, e con questo secondo me abbiamo raggiunto una nostra maturità stilistica. Elia Suleiman lo conosco, ma è tantissimo tempo che dico di doverlo vedere — guardo i trailer e mi ci riconosco, ma non l'ho ancora riguardato. Ci sono tante influenze: Östlund, anche se lui ha uno sguardo molto più oggettivo e satirico, mentre io volevo creare un'atmosfera più calda e dolce. Il film che mi ha colpito tantissimo e che rivedo spesso è Me and You and Everyone We Know di Miranda July: ha una stranezza assurda ma allo stesso tempo una calorosità pazzesca. E poi Roy Anderson, Kaurismäki — un po' come prendere loro e metterli nel Mediterraneo, portando le nostre tematiche e la nostra identità. A livello visivo la struttura è molto semplice: tutto è minimale, massimo tre o quattro inquadrature per scena, campo e controcampo semplice. Ma dietro questa semplicità c'è una grande complessità di preparazione. Per capire quali sono le tre o quattro inquadrature giuste, devo prepararmi molto: per esempio, per la scena del ping pong ho chiesto agli amici di recitarla, l'ho ripresa col telefono con dieci inquadrature diverse e poi le ho ridotte a quattro, capendo già più o meno il montaggio. Questa semplicità ci dà la possibilità di concentrarci sull'inquadratura e creare quell'atmosfera che si muove tra l'iperrealismo e il surrealismo. La forte simmetria crea pressione sui personaggi, esplora il sottotesto — quella rigidità maschile, quella fragilità nascosta. Poi nonostante la staticità, il film ha un ritmo molto veloce: non ci sono movimenti di camera, ma si taglia tantissimo. Ho avuto la fortuna di lavorare con collaboratori straordinari: Antonio Moro come direttore della fotografia, Marianna Russo come scenografa, Jacopo Calabrese al montaggio, Nico Palermo al sound design. Sono persone che ci dedicano tanto tempo e con cui costruisco tutto insieme. Antonio e Marianna in particolare mi hanno aiutato a maturare verso uno stile ancora più personale.
Come hai lavorato con gli attori, tra professionisti e non professionisti del luogo?
Generalmente lavoro spesso con i non professionisti, perché per alcuni ruoli penso siano più adatti, e mi piace mischiarli con attori professionisti che devono portare un peso di monologo interiore più complesso. Il protagonista è interpretato da Luca Lacerenza, un po' spettatore passivo degli episodi. Gli altri attori principali sono Meg Bell e un altro attore, che hanno lavorato anche in The Crown. Per me era divertente mischiare loro con le persone del luogo. Il luogo era entusiasta di partecipare: ho fatto tantissime interviste e abbiamo scelto le persone in base a quello che serviva al film. La banda del paese l'abbiamo trovata lì, i giocatori di calcetto anche. Volevo qualcosa di autentico. Io non sono di Pisciotta e non posso raccontare Pisciotta — a me non interessa raccontare un luogo, mi interessa raccontare un modo di stare al mondo. E in quel contesto c'erano delle cose che rappresentavano sia il luogo sia quel modo di esistere. Avendo bazzicato nel Cilento, da figlio di Napoli, alcune cose le conoscevo già: quell'idea dell'estate di paese la volevo ricreare, però allo stesso tempo renderla sospesa, su un altro piano di realtà.
Stai lavorando al tuo primo lungometraggio. Come stai vivendo il passaggio dal cortometraggio? E il corto, per te, ha un valore artistico autonomo o è prevalentemente un percorso di formazione?
Il corto è un formato diverso dal lungometraggio e in questi anni sta crescendo come mercato a sé. I due corti realizzati recentemente mi hanno permesso di scoprire le tematiche e il modo di metterle in scena — mi sono serviti per costruire il lungometraggio che sto preparando. Ma sono anche opere a sé, che si possono fruire autonomamente. Se troverò storie giuste, farò altri corti. Per ora però il mio desiderio è fare il primo lungo.
Come sta andando il lavoro sul lungometraggio?
Sta andando bene. Abbiamo fatto tutto il percorso classico: laboratori, residenze, pitch — ne abbiamo fatti davvero tantissimi, ci abbiamo lavorato per quattro o cinque anni. Da settembre ho firmato con Cinedoro, la casa di produzione di Vermiglio. Con loro abbiamo avviato un processo di sviluppo interno e ci stiamo trovando benissimo, in particolare con Santiago de Villa Sanchez, un bravissimo produttore che ci tratta come un fratello maggiore e sente il film come suo. La sceneggiatura è pronta, ora stiamo cercando le coproduzioni. Ha appena aperto il bando del Ministero — vediamo cosa succede. Speriamo di girare l'anno prossimo, perché ci sentiamo pronti.
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