Direct to Digital. Dentro il flusso delle piattaforme

SOMMARIO Il Presidente di Fabrique du Cinéma Tommaso Agnese nel 2021 ha cofondato la società di distribuzione Direct to Digital che oggi opera nella distribuzione digitale internazionale, attraversando piattaforme come Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play e ripensando dall’interno le condizioni di accesso al cinema indipendente nei mercati globali. Grazie a questa mission comune, si spiega il motivo cui Direct to Digital distribuirà il corto vincitore dei Fabrique Awards su una delle piattaforme internazionali.

di Miriam Bocchino

Nel cinema contemporaneo la distribuzione non si configura più come una fase conclusiva del processo, ma come un sistema continuo di attraversamenti. Le opere non si arrestano: migrano, riemergono, vengono riattivate da piattaforme che ne ridefiniscono visibilità e durata. In questo scenario, Direct To Digital agisce come dispositivo di transito tra produzione indipendente e infrastrutture globali dello streaming. Un modello che non si limita a collocare i film online, ma interviene sulle condizioni materiali della loro circolazione. Tommaso Agnese ripercorre qui la costruzione di questo sistema e le sue implicazioni: dalla crisi della distribuzione tradizionale alla ridefinizione del rapporto tra pubblico, piattaforme e valore dell’opera.

Direct To Digital è la società che hai cofondato e che oggi guidi come Managing Director, occupandoti sia della direzione strategica sia delle attività operative. In un sistema audiovisivo in cui la distribuzione tradizionale sembra sempre meno sufficiente a garantire la circolazione di un’opera, il vostro modello si colloca direttamente nel flusso delle piattaforme globali. Qual è stata l’intuizione iniziale che vi ha portato a costruire questa realtà?

L'idea è arrivata dopo la realizzazione del mio primo film, Mi chiamo Maya. Pur essendo un progetto realizzato in coproduzione con Rai Cinema, incontrò molte difficoltà sia nell'uscita in sala sia, successivamente, nella distribuzione sulle piattaforme. All'epoca il mercato dello streaming era ancora agli inizi, ma esistevano già realtà come Netflix e Amazon Prime Video. In quel periodo conobbi una società inglese specializzata nella vendita di film alle piattaforme. Uno dei responsabili mi spiegò che, sostenendo semplicemente i costi di lavorazione, era possibile pubblicare il film su Amazon Prime Video mantenendo il 100% delle royalties generate dalle visualizzazioni. Decisi di provarci e, nel giro di poco più di un mese, Mi chiamo Maya era disponibile sulla piattaforma. Ancora oggi è presente nel catalogo e ha ottenuto risultati molto positivi. Fu allora che pensai che se quella possibilità era stata importante per me lo sarebbe stata anche per tanti altri registi e produttori indipendenti. Molte opere non riescono a completare il tradizionale percorso distributivo, non perché manchi la qualità, ma perché il sistema presenta ancora numerose difficoltà. In Italia il sostegno pubblico riguarda soprattutto la produzione, mentre la distribuzione è spesso l'anello più fragile della filiera. Molti film riescono a essere realizzati ma poi si fermano, perché non trovano una distribuzione o non dispongono delle risorse necessarie per promuoversi. Con le normative più recenti il percorso è diventato ancora più complesso e il risultato è che molte opere prodotte finiscono per non raggiungere mai il pubblico.

Direct To Digital, tuttavia, non si limita a pubblicare un film sulle piattaforme. Da quello che racconti, la vera differenza sembra essere il lavoro che c'è dietro alla distribuzione.

Esattamente. Quando abbiamo fondato Direct To Digital ci siamo ispirati anche a un modello molto diffuso nell'editoria anglosassone. Si racconta, ad esempio, che il primo romanzo di Stephen King sia stato distribuito attraverso un servizio che gli consentì, sostenendo personalmente i costi di stampa, di arrivare nelle principali librerie e mantenere i ricavi delle vendite. L'idea di fondo era dare un'opportunità a opere che il mercato tradizionale inizialmente non aveva accolto. Abbiamo trasferito questo principio al cinema, adattandolo alle piattaforme digitali. In poco più di cinque anni abbiamo distribuito oltre 500 film e contribuito ad aprire il mercato dello streaming a moltissime produzioni indipendenti e super indipendenti. Per dare un'idea dei risultati, solo su Amazon Prime Video le opere distribuite da Direct To Digital hanno superato i 200 milioni di minuti visualizzati. Inoltre, più di molti film completamente indipendenti, privi di campagne promozionali o uffici stampa, sono riusciti a entrare tra i titoli più popolari della piattaforma.

Quindi il vostro lavoro non consiste semplicemente nel rendere disponibile un film online, ma nel costruire le condizioni perché possa essere realmente visto.

Esatto. Ed è una distinzione fondamentale. Oggi molti riescono a pubblicare un film su una piattaforma, ma questo non significa automaticamente raggiungere il pubblico.

Quando siamo partiti in Italia eravamo praticamente gli unici a proporre questo modello di distribuzione. All'estero esistevano già realtà simili, mentre qui il mercato era ancora poco preparato a comprenderne le potenzialità. Successivamente sono nate altre società, ma credo sia importante prestare attenzione alla trasparenza. Capita spesso che i produttori non ricevano report dettagliati, non abbiano rendicontazioni chiare o si ritrovino il film distribuito in territori che non erano stati concordati. Per noi questo aspetto è sempre stato centrale. Lavoriamo con contratti chiari e da quest'anno, grazie al nostro Head of Product Alexander Maffei, abbiamo sviluppato una piattaforma proprietaria attraverso la quale ogni produttore può accedere in autonomia ai dati del proprio film, verificarne gli incassi e monitorarne l'andamento sulle piattaforme. È un modo per garantire trasparenza e controllo sull'intero processo.

In questi anni avete visto anche opere molto piccole ottenere risultati importanti. È capitato che film su cui nessuno avrebbe scommesso trovassero invece il proprio pubblico?

Assolutamente sì. Ci è successo con commedie e film horror realizzati con budget molto contenuti, opere che a un primo sguardo qualcuno avrebbe potuto considerare difficili da distribuire. Un esempio è Nato con la camicia: nei primi dieci giorni è entrato tra i titoli più popolari di Amazon Prime Video, superando il milione di minuti visualizzati, senza una vera campagna promozionale alle spalle. C'era naturalmente un'attività sui social, ma nulla di paragonabile alle campagne tradizionali. Lo stesso è accaduto con diversi documentari e con altri film che hanno ottenuto risultati economici molto interessanti. È chiaro che questo tipo di distribuzione non può sostituire il business plan tradizionale di un film e difficilmente permette di recuperare da sola l'intero investimento produttivo. Però può generare un utile e, soprattutto, offre qualcosa di altrettanto importante: la visibilità internazionale. Noi distribuiamo non soltanto in Italia. Attraverso piattaforme come Apple TV possiamo raggiungere fino a cento Paesi. È questo il nostro valore aggiunto: permettere a opere indipendenti di arrivare a un pubblico globale, in poco tempo.

Tommaso Agnese, durante la premiere del film Eyes Everywhere con Christopher Lambert, distribuito da Direct to Digital

Quali sono i film che scegliete di accompagnare?

Non ci occupiamo delle prime uscite. Crediamo che un film, soprattutto nel suo primo anno di vita, debba seguire il percorso naturale: festival, ricerca di un distributore tradizionale. Il nostro lavoro inizia quando quel percorso non si conclude positivamente. Ci occupiamo di quei film che, dopo uno o due anni, non hanno trovato una distribuzione sulle piattaforme oppure di opere che, pur avendo avuto una vita distributiva in passato, sono diventate invisibili. La domanda che ci poniamo è semplice: se un film esiste, perché dovrebbe scomparire? Perché non dovrebbe continuare a essere visto? È proprio su questa idea che si fonda il nostro lavoro.

Secondo te oggi un autore dovrebbe iniziare a pensare alla distribuzione già nella fase di sviluppo del progetto?

Ne sono convinto. Oggi, quando si costruisce il budget di un film, bisognerebbe prevedere fin dall'inizio anche i costi della distribuzione e della promozione. Naturalmente la situazione del cinema indipendente italiano è molto complessa. Realizzare un film richiede di mettere insieme risorse provenienti da Film Commission, tax credit e altri strumenti che, come sappiamo, stanno attraversando un momento delicato. È un percorso difficile già nella fase produttiva. Proprio per questo credo che la distribuzione non possa più essere considerata un problema da affrontare soltanto alla fine. Deve entrare nella progettazione dell'opera.

Eppure continui a sostenere che il primo approdo di un film debba restare la sala cinematografica.

Assolutamente sì. Per come intendo il cinema, un film dovrebbe sempre cercare prima l'incontro con il pubblico in sala. Poi è evidente che il tema è molto più ampio. In Italia le sale stanno vivendo una fase complicata, ma non è così ovunque. Credo che da noi stia venendo meno una vera cultura della visione cinematografica e, allo stesso tempo, molte strutture faticano a rinnovarsi. Spesso la programmazione resta sempre uguale e manca la capacità di trasformare la proiezione in un evento capace di coinvolgere il pubblico. Credo che anche su questo il settore debba interrogarsi.

Oggi si dice spesso che il pubblico non abbia più voglia di andare al cinema. È davvero così o il problema riguarda piuttosto il modo in cui viene proposta l'esperienza della sala?

Io credo che non sia vero che il pubblico non voglia più andare al cinema. Pochi giorni fa ho visto una bellissima foto pubblicata da Isabella Rossellini: in Piazza Maggiore, a Bologna, la Cineteca di Bologna aveva organizzato la proiezione del film di David Lynch Cuore selvaggio (Wild at Heart) e la piazza era completamente piena, con migliaia di persone presenti. Questo dimostra che, quando si riesce a creare un contesto, un'atmosfera, un evento, il pubblico risponde. Anche il cinema all'aperto continua a funzionare molto bene. La domanda, allora, è un'altra: perché non si riesce a ricreare quella stessa capacità di attrazione nella programmazione ordinaria delle sale? Oggi le sale che funzionano meglio sono spesso quelle che offrono qualcosa in più rispetto alla semplice proiezione. Il vero tema è l’esperienza complessiva della visione, sia in sala sia sulle piattaforme.

L'intelligenza artificiale sta entrando sempre più nel settore audiovisivo. Che impatto pensi possa avere anche sul vostro lavoro?

Per il momento il fenomeno è ancora limitato. Ci è arrivato soltanto un film d'animazione realizzato interamente con l'intelligenza artificiale, ma non lo abbiamo distribuito perché, pur essendo un'idea interessante, mostrava ancora limiti tecnici che lo rendevano troppo amatoriale. È evidente, però, che nei prossimi anni dovremo confrontarci sempre di più con opere realizzate attraverso questi strumenti. Anch'io sto sperimentando l'intelligenza artificiale all'interno di una produzione e credo che la vera questione sarà capire come le piattaforme decideranno di gestire e identificare questo tipo di contenuti. Negli Stati Uniti il dibattito è già molto acceso. Le proteste dell'industria hollywoodiana e dei sindacati, nate anche dopo la diffusione di software sempre più avanzati per la generazione di immagini e video, dimostrano che il tema non riguarda soltanto la tecnologia, ma anche la tutela del lavoro creativo e delle professionalità del settore. Sarà interessante comprendere quale direzione prenderanno le piattaforme nei prossimi anni.

State esplorando nuovi mercati per la distribuzione dei vostri contenuti?

Sì. L’attenzione oggi è rivolta soprattutto ai Paesi dell’Est Europa, che producono film molto interessanti e spesso cercano una distribuzione internazionale. La Francia, ad esempio, è un mercato particolarmente rilevante anche per film realizzati in altri Paesi europei, perché rappresenta uno snodo chiave per la circolazione del cinema indipendente. Allo stesso tempo, in alcuni territori il prodotto locale assume un ruolo centrale, anche per la difficoltà strutturale di accesso ai canali distributivi interni. In questi casi lavoriamo anche su film provenienti dal Sud America, e abbiamo distribuito il primo film spagnolo in Spagna: El caso Angelus – La fascinacion de Dalì di Joan Frank Charansonnet. È un sistema aperto e dinamico. Il nostro obiettivo resta lo stesso: rendere visibile ciò che è ancora invisibile, dando la possibilità a opere che non hanno trovato spazio nei circuiti tradizionali di incontrare finalmente il proprio pubblico. Alla fine si tratta sempre di una scommessa. L’idea è accettarne l’incertezza come parte del processo. Se si crede davvero nel potenziale di un film, è meglio portarlo sul mercato e confrontarlo con il pubblico: il risultato non è mai garantito, ma quando funziona può generare soddisfazioni molto grandi.