Attraverso le parole del regista Davide Marengo, il dietro le quinte di Rosa Elettrica: dall'adattamento del romanzo alla costruzione dei personaggi, fino ai temi del viaggio, del cambiamento e della fiducia.

“Rosa Elettrica” è un crime comedy on the road tratto dall’omonimo romanzo di Giampaolo Simi che mette al centro una fuga attraverso l’Italia, tra tensione, identità in crisi e desiderio di cambiamento. La serie segue Rosa (M. Giannetta), coinvolta in un caso che la costringe a scappare e a reinventarsi continuamente, e Kocìss (F. Di Napoli), un giovane legato al mondo criminale che diventa il suo compagno di viaggio forzato. Tra i due nasce un’alleanza instabile, costruita inizialmente sulla necessità e poi attraversata da diffidenza, empatia e una fiducia che si sviluppa lentamente, tappa dopo tappa.


Davide Marengo, il regista descrive un percorso di adattamento nato dall’incontro tra romanzo e sceneggiatura, scritta da Giordana Mari (head writer), Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.

“Mi è capitato di leggere prima la sceneggiatura e poi il romanzo,” spiega. “Ho notato punti in comune ma anche differenze importanti, soprattutto nel punto di vista: nel romanzo è centrale Rosa, mentre nella serie si è scelto di dare più spazio anche a Kocìss.” Una scelta che ha modificato profondamente la struttura del racconto, trasformando il rapporto tra i due protagonisti nel vero motore emotivo della storia.

Uno degli elementi più delicati della costruzione è stato proprio Kocìss, interpretato da Francesco Di Napoli. Nel romanzo il personaggio aveva una fisicità più imponente e minacciosa, mentre nella serie assume contorni più ambigui e sfaccettati. “Nel romanzo era descritto in modo differente,” racconta Marengo, “poi ai provini Francesco è stato dirompente. Ha portato al personaggio una complessità che lo ha reso immediatamente giusto per la serie.”

Da lì, il lavoro si è spostato sempre più verso una zona grigia, lontana dagli stereotipi classici del giovane criminale. “Abbiamo giocato molto con gli stereotipi,” spiega il regista. “Chi si ferma al primo episodio pensa di trovarsi davanti a personaggi già visti, ma andando avanti il racconto fa esattamente il contrario: il crime diventa un pretesto per raccontare due persone che imparano a fidarsi e a capire cosa significhi davvero l’empatia.”

Il rapporto tra Rosa e Kocìss è stato costruito attraverso un lungo lavoro preparatorio insieme all’acting coach E. Roccaforte. “Abbiamo lavorato per un mese, sia insieme che separati,” racconta Marengo, “per costruire una complicità che però nella storia doveva nascere gradualmente.” Ed è proprio questo il cuore della serie: due personaggi inizialmente diffidenti imparano lentamente ad avvicinarsi.

Questo equilibrio trova il suo punto più delicato in una scena centrale del loro percorso, una delle più discusse durante la lavorazione. “È stata la scena più discussa in sede di sceneggiatura e durante le prove,” racconta il regista. Un momento di confronto emotivo molto intenso, che segna una svolta definitiva nel loro rapporto e cambia anche lo sguardo dello spettatore sui personaggi.

Al centro della serie c’è anche il tema del cambiamento impossibile, o forse solo incompleto, soprattutto nel percorso di Kocìss. “È un personaggio richiamato continuamente dal proprio destino,” spiega Marengo. “Ha provato a cambiare, ha scoperto che esiste una vita diversa, ma le sue radici e la sua storia lo riportano alla realtà. Non si può cambiare in un istante ciò che si è stati.” Un’idea che attraversa tutta la serie e che si riflette nel continuo movimento dei personaggi, costretti a confrontarsi con ciò che cercano di lasciarsi alle spalle.

Ma Rosa Elettrica si distingue anche per il suo tono ibrido, che mescola tensione, crime e momenti più leggeri. “La componente comedy era già presente in sceneggiatura,” racconta Marengo, “ma sul set gli attori l’hanno fatta emergere ancora di più, anche attraverso improvvisazioni.” Il risultato è un equilibrio particolare, che si allontana dal crime più cupo e codificato della serialità italiana recente. I tempi recitativi di Maria Chiara Giannetta e Francesco Di Napoli trovano così un ritmo preciso, capace di alleggerire la tensione senza mai spezzarla davvero.

Fondamentale è anche il ruolo del paesaggio, che nella serie diventa una presenza attiva, quasi un coprotagonista. Il viaggio attraversa diverse regioni italiane, trasformando ogni tappa in un cambiamento di atmosfera, luce ed energia visiva. “La produzione ci ha permesso di fare un lavoro molto meticoloso,” spiega il regista.

“Cambiare continuamente città e regione è complicato: significa ripensare location, scenografie, organizzazione e tempi di ripresa. Però è proprio questo che ha definito l’aspetto visivo della serie. Ogni luogo ispirava, a me e a Davide Manca, una ripresa diversa, una luce diversa.” Il Sud si alterna così agli scenari del Nord, riflettendo anche lo stato emotivo dei protagonisti e il loro progressivo spaesamento. Al centro, però, resta sempre il rapporto tra Rosa e Kocìss, descritto da Marengo come “L’incontro di due solitudini”. “Scoprono che ci si può fidare dell’altro,” racconta, “ma soprattutto che si può imparare a fidarsi di se stessi.”


Dentro questa dimensione emerge anche un sottotesto generazionale molto forte. Rosa porta sulle spalle una fragilità contemporanea fatta di insicurezza, paura del fallimento e bisogno di affermazione. Un tema che nella serie prende forma anche attraverso la figura della Rosa bambina, presenza simbolica che accompagna il personaggio nei momenti più difficili.

“Il sottotitolo dice “In viaggio col nemico”, ma il nemico probabilmente non è quello che hai accanto, ma è quello che hai dentro.” riflette Marengo, “Quella voce che ti dice che non ce la farai, che fallirai. La voce dell'autosabotaggio che arriva nei momenti meno opportuni, soprattutto quando, come Rosa, inizi davvero a entrare nell’età adulta e hai paura di tutto.”

Alla fine, ciò che resta è soprattutto un’esperienza condivisa. “Mi porto dietro un’esperienza professionale e umana molto forte,” conclude il regista. “Eravamo un gruppo di lavoro che aveva già collaborato in passato, da “Un’estate fa” a “Il Cacciatore”, e ritrovarsi in un progetto di viaggio ha reso tutto ancora più intenso. Risolvere problemi insieme a persone che stimi è una delle cose più belle che possano capitare.”

Con il suo equilibrio tra tensione, ironia e introspezione, “Rosa Elettrica” trasforma così il crime in un racconto di fuga, identità e relazioni, dove il viaggio diventa il modo attraverso cui i personaggi imparano a conoscersi e a cambiare.