FRAMMENTI.

Un'opera prima tra cinema, musica e libertà

Sommario: Dalla musica al cinema, passando per la scrittura e la post-produzione. In questa intervista Bianca Marcelli racconta il suo esordio alla regia con Frammenti, il valore dei simboli, la musica come linguaggio e la necessità di vivere per poter creare.

di Margherita Giusti Hazon

Da scrittrice, mi interessa sempre capire l'origine del bisogno di raccontare una storia e la forma che essa sceglie per manifestarsi. Nel caso di Bianca Marcelli, voce emergente del cinema indipendente italiano, quel bisogno è passato dalla musica al cinema, fino a diventare Frammenti, il suo film d'esordio. Animata da una curiosità che attraversa linguaggi diversi e attenta ai problemi della sua generazione, Bianca ci ha raccontato il suo percorso dietro la macchina da presa, il valore della libertà espressiva e la realizzazione del suo primo lungometraggio.

Tu nasci come musicista e cantautrice, e Frammenti segna il tuo esordio alla regia. Come è nato questo progetto? C'è stato un momento preciso in cui hai avvertito il bisogno di raccontare attraverso le immagini o è stato un percorso graduale?

Dobbiamo tornare indietro di due anni. Vengo dal mondo della musica, ma sono una persona creativa fin da bambina: componevo, scrivevo i miei testi e in famiglia c'è sempre stata attenzione al cinema, sia emotiva che tecnica. Lavoro da tempo in post-produzione; quando la società ha iniziato a occuparsi anche di produzione, mi sono proposta subito. Tra le mie mansioni stampavo le sceneggiature e una in particolare mi ha colpita. Mi sono candidata al bando dei selettivi insieme alla casa di produzione La Pratella 76, e lo abbiamo vinto.

Dietro un esordio c'è sempre un grande lavoro di squadra. Chi ti ha aiutata a trasformare il progetto in un film concreto?

L'anno scorso ho lavorato con Giorgio Caporali al suo primo film, L'arca, e squadra che vince non si cambia: stavolta è stato lui a supportarmi come direttore artistico, con un aiuto fondamentale tra pre e post-produzione. Oltre alle splendide location, la Marche Film Commission ci ha sostenuto molto; inoltre, girando anche in Tunisia e a Bratislava, siamo riusciti ad attivare delle co-produzioni estere.

Perché hai scelto il cinema come forma espressiva? E cosa ti ha colpita di questa sceneggiatura?

Ho capito che il cinema poteva essere una strada per esprimermi attraverso le immagini oltre che con le parole. La sceneggiatura mi aveva colpita per l'intreccio tra componente psicologica e mistero: gialli e polizieschi sono la mia comfort zone fin da ragazzina. Mi interessava anche il tema della danza, un argomento che tornava spesso nella mia vita. Ma a spingermi è stato soprattutto l'aspetto psicologico legato ai rapporti familiari e al percorso interiore del protagonista, Romeo.

Il protagonista è molto attuale: diviso tra la voglia di farcela e una spinta fortissima verso l'autenticità. È un conflitto generazionale tipico, tra il desiderio di realizzarsi e il peso delle aspettative. Era tra i vostri obiettivi tematici?

Sì, questa è la parte che ho inserito di più io nel film. Volevamo far emergere il concetto di libertà legata all'espressione autentica di sé. Oggi si tende ad apparire più che a essere; noi volevamo rimettere al centro l'essere. Il percorso di Romeo va in questa direzione: scegliere la propria strada per essere felici. Inseguire solo il successo, i soldi o un perfezionismo malato fa vivere male. È un problema diffuso nel nostro settore e non solo: bisogna seguire la propria direzione senza farla diventare un'ossessione.

Frammenti unisce realismo e simbolismo, tra la scelta del bianco e nero, gli specchi e il personaggio di Ele. Quanto conta per te costruire immagini che abbiano più livelli di lettura?

Ci tengo tantissimo: creare immagini in cui ogni cosa abbia un significato è l'aspetto della regia che amo di più. Ogni scelta ha una ragione precisa. I piani sequenza, ad esempio, identificano l'occhio dello spettatore che cerca di ricostruire la verità insieme alla storia, perdendo pezzi che tornano solo alla fine. Il colore arriva quando si comprende la vocazione di Romeo, mentre gli specchi richiamano la doppia verità. Infine Ele, l'elemento più simbolico: non spiego se sia reale o un'allucinazione, ma incarna la libertà. Appare di notte, richiamando Romeo sulla sua strada quando se ne allontana.

Da musicista, ti sei occupata anche della colonna sonora?

Sì, assolutamente. Volevo che la musica rispecchiasse l'animo di Romeo: un outsider libero e arrabbiato, distante dalla danza classica. L'idea è stata di remixare brani classici in chiave techno melodica. Essendo un lavoro enorme, mi sono fatta affiancare da Federica Bello, che ha scritto le linee melodiche principali al pianoforte, e da Michele Sallicandro per gli arrangiamenti techno. I due brani cantati sono miei, con la produzione artistica di Tony Bungaro. Ho cantato il pezzo finale con l'attore protagonista, Riccardo: per un gioco di meta-cinema, mi piaceva che sul suo volto ci fosse la sua voce. E io, idealmente, sono Ele...

Nel cinema italiano sembra farsi spazio una nuova generazione di autori con storie legate ai territori, lontane dal "Roma-centrismo" (penso a Le città di pianura o Un anno di scuola). Avverti questa tendenza?

Sì, e spero continui a crescere. Molti giovani cercano di raccontare storie diverse da quelle imposte dalle logiche mainstream. Oggi si investe quasi solo sull'usato sicuro (remake, reboot, format), rischiando pochissimo. Per questo i segnali e i riconoscimenti che arrivano da progetti indipendenti come Le città di pianura sono positivi. Siamo lontani da una svolta, ma spero che il pubblico torni a cercare opere più piccole e autentiche. È un discorso che vale per ogni forma d'arte.

Frammenti è appena uscito, ma pensi già al futuro? C'è una nuova storia che vorresti raccontare?

Sì, ho un'idea in testa da prima ancora di questo film e ho già iniziato a lavorarci. Finita la promozione di Frammenti, mi dedicherò interamente alla sua scrittura. Spero che questo esordio faccia da trampolino di lancio per trovare realtà pronte a credere nel nuovo progetto.

Un classico per chiudere: che consiglio daresti a chi sente la necessità di esprimersi attraverso l'arte?

Bisogna vivere fino in fondo anziché anestetizzarsi, perché solo dal vissuto nasce l'ispirazione. Questo vale anche per la sofferenza, che non dev'essere un tabù: le mie cose migliori sono nate nei momenti difficili. Darsi il permesso di sentire è fondamentale, e l'arte serve a incanalare le emozioni in modo costruttivo. Inoltre, esprimersi deve nascere da una necessità autentica di comunicare, non dall'ossessione del successo o del riconoscimento materiale. Consiglio anche di non fossilizzarsi: fare altre esperienze arricchisce e mantiene vivi curiosità e talento, che da solo non basta se mancano la libertà e la capacità di sentire per davvero.