
FINO ALLA FINE DEL MONDO
di GIOVANNI SPAGNOLETTI
Si è molto, forse troppo, disquisito di politica in questa 76° Edizione della Berlinale (12-22 febbraio 2026) – ma talvolta poco a proposito. Quello di Berlino è stato, da sempre, un festival politico – il più politico tra le tre grandi kermesse europee dopo Cannes e Venezia – e che ancora una volta si potessero sollevare controversie sul tema appartiene al copione standard della manifestazione. Tuttavia, sarebbe stato bello che tutto ciò avesse riguardato direttamente l’oggetto cinema e la sua qualità, e non le opinioni dei giurati o dei cineasti che tante polemiche hanno smosso.
Ricapitolando i fatti: a inizio Festival, hanno dato fuoco alle polveri le dichiarazioni del presidente della Giuria Wim Wenders sul rapporto arte-politica che avevano provocato la non partecipazione della scrittrice Arundhati Roy e il ritiro del restauro, nella sezione Berlin Classic, di In Which Annie Gives It Those Ones (1989). Poi, nella Cerimonia conclusiva, si sono aggiunte le forti parole del cineasta Abdallah Al-Khatib, vincitore di “Perspectives” con il non eccelso Little Palestine, Diary of a Siege, sul pesante coinvolgimento della Germania nel conflitto a Gaza. Il tutto ha provocato uno stato di crisi nelle istituzioni, sino al punto che sembravano sicure le dimissioni della Direttrice Tricia Tuttle, in carica da due anni, poi risoltesi in una bolla di sapone.
Resta la netta impressione che la Berlinale – nota come luogo privilegiato aduso alla discussione socio-politica e alla libertà di parola - non ne sia uscita bene da questa tempesta in un bicchier d’acqua, certo non aiutata dal crescere della drammatica tensione in tutto il mondo. Se un processo andasse fatto a Tricia Tuttle questo riguarderebbe la qualità complessiva del Concorso con i suoi 22 film, l’unico che possiamo direttamente giudicare rispetto a una manifestazione imponente che presenta un numero di film sterminato (circa 200 + proiezioni del mercato).
Considerato che di buona metà delle opere in Concorso, a nostro giudizio, si sarebbe fatto tranquillamente a meno, entriamo nel merito del Palmares, consapevoli che fare le pulci ai verdetti delle Giurie lascia il tempo che trova – tante sono le varianti che permettono decisioni condivise. Procediamo nella costatazione che, come troppo spesso avviene anche a Berlino, nessun critico era presente tra chi giudicava la sezione principale del Festival.
Ora, venendo alla distribuzione dei premi – sette Orsi d’Argento e un Orso d’Oro – le scelte finali ci hanno lasciato parecchio perplessi, così come poche statuette ci hanno convinto in pieno. Tra esse, il Premio alla regia a Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans e i due “argenti” agli attori che a Berlino, must del politically correct, sono divisi non in base al gender ma sulla distinzione fra ruoli principali e secondari. Scontato era il fatto che Sandra Hüller, mattatrice di Rose, vincesse l’Orso nella prima categoria – al massimo, tale riconoscimento sarebbe potuto andare a Juliette Binoche protagonista di Queen at Sea di Lance Hammer, premiato con eccessiva generosità ben due volte: prima con il Silver Bear Jury Prize e poi con quello ai due vecchietti “non protagonisti”, uno straordinario Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall in una parte più di routine: l’anziana demente.
Dubbi si possono nutrire sull'Orso alla sceneggiatura a Geneviève Dulude-De Celles per Nina Roza. I punti più dolenti sono altri: in primis, per YO (Love is a Rebellious Bird), Argento per il miglior contributo artistico dove si è trattato di una “mezza furbata” tirata per i capelli, data la presenza di tanti eccellenti tecnici. Avremmo da ridire anche sul Gran Premio della Giuria ad un autore spesso ospite alla Berlinale come il turco Emin Alper. In Kurtuluş (Salvation), ci narra un apologo sull’intolleranza e la violenza dove, però, si dilunga troppo nei particolari prima che il film prenda realmente corpo.
Più condivisibile risulta la decisione riguardo all’Orso d’oro andato a Gelbe Briefe (Yellow Letters) di İlker Çatak. Non siamo allo stesso livello di La sala professori, ma la nuova opera del regista turco-tedesco esplora con abilità il delicato tema della censura e della persecuzione ideologica. Una pellicola imperfetta ma comunque vitale che verrà presto distribuita anche in Italia. Come ci auguriamo avvenga per i tre film che ci sono risultati i migliori della Competizione, rimasti senza segnalazione: Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren di Anthony Chen, Moscas di Fernando Eimbcke e infine Josephine di Beth de Araújo.
L’impressione finale è che questa edizione sia scesa ancor più di livello, un trend che Tricia Tuttle era stata chiamata ad invertire – senza successo. Ormai, salvo un miracolo, sembra che si giochi più in Serie B che in Serie A.