Nicolas Pariser è nato a Parigi nel 1974 e si è laureato in Filosofia alla Sorbona. Finora si è dedicato a dirigere cortometraggi e lungometraggi di carattere eminentemente politico, il più noto dei quali è probabilmente Alice e il sindaco. Un titolo che rimanda subito alla filmografia di uno dei campioni della Nouvelle Vague, Éric Rohmer, forse colui che tra tutti ha indagato con maggiore costanza i rapporti tra maschile e femminile (Masculin féminin, per dirlo col titolo di un altro alfiere di quell'indimenticabile movimento rivoluzionario, Jean-Luc Godard). Quello di Rohmer è un cinema che affida al flusso di coscienza e a una verbosità quasi ipertrofica le ragioni profonde delle proprie dinamiche drammaturgiche.

È quel che succede anche qui, in Un peu avant minuit, quarto film francese in concorso all'83ª Mostra di Venezia. Pariser non smette affatto di occuparsi di politica, in senso nemmeno troppo lato, andando a indagare la rivoluzione socio-antropologica che ha  di recente scardinato le regole dell'attrazione tra uomini e donne, sancita irreversibilmente dal movimento #metoo e dalle sue derivazioni. A ben guardare, si tratta di una delle rivoluzioni più significative di questo inizio di millennio, capace di costringere tutti a scompaginare e ripensare la cosiddetta "guerra dei sessi".

Il film narra la storia di un uomo che condivide l'età e, potenzialmente, il profilo del regista stesso: cinquantenne, eterosessuale, bianco, progressista, colto e dedito per tradizione a una certa flânerie sentimentale. Lo interpreta mirabilmente Melvil Poupaud – che i più ricorderanno nel cast dell'ultimo film diretto finora da Woody Allen, Un colpo di fortuna - Coup de chance – perfetto nel dare corpo e anima a un maschio non bello ma irresistibilmente affascinante, capace di fare leva su certe presunte fragilità, ostentate però con sottile arguzia predatoria (come gli rimproverano le sue interlocutrici).

Giunto suo malgrado nel "mezzo del cammin di sua vita", si accorge a causa di un accidente che è per lui arrivato il tempo dei bilanci. Tornato a Parigi per gestire l'eredità del padre appena deceduto (la sorellastra è una Chiara Mastroianni sempre più simile a papà Marcello), si attarda a bighellonare (insomma la flânerie parrebbe dunque in tutti i sensi il suo stile di vita: ora declinata in maniera più pensosa, anni addietro nelle varianti oggi divenute deprecabili di viveur e tombeur des femmes) in quella metropoli dove ha trascorso la giovinezza, prima del definitivo trasferimento in provincia. Lontano dalla Francia orientale in cui si è esiliato da qualche anno e lontano da una relazione ormai gravemente compromessa, Leo trascorre queste ore parigine alla ricerca del tempo perduto. Venticinque anni prima vi dirigeva insieme a un pugno di amici – maschi come lui e più predatori di lui – un giornale culturale, immerso in una bohème da rive gauche che non escludeva la tacita licenza di disporre delle giovani stagiste utilizzando il potere psicologico di ciò che ancora non si chiamava, con tale chiarezza, "patriarcato". Rimettendosi sulle orme di un passato che oggi non pare mai abbastanza remoto, Leo si imbatte in una lunga schiera di amici, colleghi, amanti (vi spiccano le splendide Anaïs Demoustier e Golshifteh Farahani) e parenti, tra cui una figlia diciannovenne a lui quasi del tutto sconosciuta. Incontri che lo costringeranno a mettere in discussione la sua vita e il modo in cui l'ha gestita fino a quel momento.

Un peu avant minuit si trasforma così in un processo pubblico al maschio del Novecento e all'abuso, seppur talvolta inconsapevole, di un predominio sociale che per convenzione gli è a lungo appartenuto. Questo paradossale “gineceo” – che ribalta le dinamiche di quello icastico e autoironico di , per dare la misura del mutamento di scenario – è composto da donne diverse per età, temperamento e grado d'intimità col protagonista. Si va dalla figlia militante d'estrema sinistra, le cui parole tranchant demoliscono un modello di maschio che ai suoi occhi appare a dir poco giurassico, fino alla moglie di uno dei suoi vecchi sodali che decide di coucher avec lui solo dopo averlo inchiodato al banco degli imputati di una mascolinità ormai classificata come tossica per definizione. Una vera e propria giuria popolare che emette una sentenza di condanna senza appello per un intero genere sessuale, senza che alcun avvocato in platea sia disposto, in cuor suo, a prenderne le difese.

E, da maschi (lo è il regista e sceneggiatore, lo è l'attore protagonista e, si parva licet, lo è chi vi scrive), pur rilevando certe forzature tipiche di ogni rivoluzione che per sua natura tende all'estremismo, non ci si può esimere dal constatare un dato di fatto: il genere maschile ha lungamente abusato del proprio strapotere sociale. Oggi, piaccia o meno, tocca a noi stare fermi un giro e chiederci, proprio come il Leo del film, se non sia stato quasi tutto sbagliato e come fare a ricominciare a parlarsi (la stessa figlia del protagonista non esclude di privarsi totalmente della compagnia di un uomo, se il prezzo da pagare è l'annichilimento, attraverso forme più o meno subdole, della propria individualità).

Questa rivoluzione per lo più gentile del nuovo femminismo si colloca, in modo solo apparentemente incongruente, sullo sfondo di scenari politici apocalittici, tra retate della polizia in assetto antisommossa e strette securitarie di governi parlamentari sempre più involuti verso derive autoritarie. Senza troppe forzature, il mondo in cui ci è dato di vivere.

Lo stile di regia, diviso tra carrellate a precedere, lunghi piani sequenza e un overlapping tipico di questo cinema che con Alberto Barbera abbiamo definito rohmeriano, sembra sovrapporsi perfettamente all'identità del suo protagonista, come ad accettare di condividerne sia la sorte che la condanna.