
Ha l’odore acre di cucina pesante, Il fuoco che ti porti dentro, quarto film italiano passato in concorso alla Mostra di Venezia dopo The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, L'estranea di Paolo Strippoli e ⠀⠀⠀⠀⠀Succederà questa notte di Nanni Moretti. Odore di parmigiana farcita di polpette, di melenzane stracotte in un olio dal colore poco rassicurante, di insalate rinforzate con mappate di alici e litrate di olio.
A chiovere. Perché la lingua in cui è pensato, prima che parlato, Il fuoco che porti dentro, è il napoletano; epitome di un sud generico e matriarcale. Incarnato da Angela, la protagonista assoluta della vicenda, Impersonata e quasi posseduta da una Vanessa Scalera in strepitoso over-acting; di cui il regista del film, Edoardo De Angelis, dice così: “Angela è un personaggio che mi attrae e mi repelle, come tutto ciò che per me davvero conta. Pendo dalle sue labbra, dipendo dal suo sguardo, sto molto attento a cosa dico e a cosa faccio: cammino come sulle uova. Il fuoco che si porta dentro mi rende bisognoso di lei. Lontano da quel fuoco mi sento al freddo, nell’oscurità. Se mi avvicino troppo, però, ne avverto la forza devastante e sento che rischio di bruciarmi o di diventare proprio cenere. Insomma, Angela è qualcuno da cui mi viene voglia di fuggire e al tempo stesso so di non avere scampo da lei. Solo l’ineluttabile potrà separarci. Per fare fronte ad Angela, mi resta solo un’arma: il cinema.”

De Angelis, che è un autore con la a maiuscola in possesso di una cifra artistica ormai chiaramente riconoscibile; un regista che finora ha costruito un corpus di pellicole basate su sceneggiature scritte di suo pugno, facendosi aiutare dal fior fiore dei nostri scrittori per il cinema: Barbara Petronio, Nicola Guaglianone, Umberto Contarello, Sandro Veronesi, etc. Stavolta invece decide di adattare per il grande⠀schermo l’omonimo romanzo autobiografico di Antonio Franchini, intellettuale napoletano come lui, che negli anni ’80 decise di traferirsi da Napoli a Milano. Qui – nel libro e poi nel film – si narra la sua storia, o almeno una sua versione romanzata; condensata nel racconto di una vigilia di Natale, che però non ha nulla della poetica malinconia eduardiana, anche se come nell’immortale Natale in casa Cupiello («Te piace 'o presepe?» «No. Nun me piace.») pure qui si rimpiange la mancanza di un presepio, nella casa milanese che funge da location quasi unica di questo kammerspiele tragicomico. No, il film di De Angelis assomiglia piuttosto a certe pellicole dai riflessi apocalittici come The Square di Ruben Östlund o Festen - Festa di famiglia di Thomas Vinterberg, drammi umoristici in cui la finta quiete familiare esplode, infine, in uno showdown parossistico che manda all’aria l'ipocrisia della borghesia nordeuropea.

Qui siamo in Italia, invece, dentro quello che a tutta prima sembrerebbe il più stereotipato dello scontro di culture Nord vs. Sud, con un florilegio di cliché da far impallidire la saga di “Benvenuti a sud”. Ma si tratta della facciata, quasi la impanatura in cui la protagonista si appresta a friggere il suo baccalà in vista del più “terrone” dei cenoni di Natale. E vai con la matriarca verace amica perché meridionale dunque estroversa di tutti vs. la nuora milanese bella ma algida, il nipote ballerino classico dunque potenzialmente gay, la nipote vegana e animalista, il genero convertito al buddismo perciò fesso, etc.
C’è anche questo, certamente, nel film di De Angelis, che occupa buona parte del film, due terzi di trama dal carattere apertamente comico. Ma il cuore del film sta sotto, e - come si diceva al principio - è un cuore che puzza, di “fieto ‘è merda” per dirlo in dialetto locale. È la storia di una donna esagerata e irresistibile, antica e ostile. Repellente, come ci confessa il regista nelle note di regia, con un fuoco che si porta dentro dai piedi ai capelli come asserisce ella stessa stravolgendo il volto in una smorfia di dolore e fierezza. Personaggio letteralmente straordinario, che la Scalera deforma in un ritratto grottesco a un passo dalla maschera granguignolesca; facendosi aiutare da un uso compulsivo delle sigarette strafumate, un trucco volgare da aricatura teatrale e una micromimica facciale tutta giocata sul gigionismo vernacolare. Le tiene testa un Lino Musella più misurato, che tuttavia non risulta affatto inferiore alla mamma cinematografica, essendone una sorta di copia conforme, appena mitigata dal trasferimento al nord (forse più asettico ma di certo più composto), che forse gli ha salvato la vita.
Il film di De Angelis, in definitiva, è soprattutto il corpo a corpo tra questi due caratteri così lontani e così vicini. Separati da un risentimento viscerale, tenuti insieme da un cordone ombelicale mai davvero rescisso. Un rapporto umano stigmatizzato da un cesareo antico ma ancora fresco, perennemente ostentato come una ferita ancora pulsante. Un peccato originale chiamato famiglia.
Menzione speciale per la colonna sonora firmata da La Nina che raccoglie più che degnamente il testimone ideale di Enzo Avitabile sprigionando un sound prepotente che enfatizza ogni spartiacque drammaturgico con una potenza evocativa che assurge a funzione narrativa.

