Per quattro giorni, tra il 24 e il 27 agosto, le Grotte di Zungri, in provincia di Vibo Valentia, hanno cambiato volto. L'insediamento rupestre calabrese si è trasformato in una suggestiva Nazareth e, tra roccia, anfratti stretti e luce naturale, ha accolto le riprese di Giuseppe. Il padre terreno, il nuovo cortometraggio diretto da Mimmo Calopresti e prodotto da Mediano Film con il sostegno della Calabria Film Commission.

Al centro del racconto c'è una figura iconica dell'immaginario collettivo, spesso data per scontata: San Giuseppe. Nei Vangeli è il padre terreno di Gesù, ma la sua presenza resta circoscritta, lasciando ampio spazio a ciò che non viene esplicitamente narrato. È proprio in questo cono d'ombra che Calopresti ha individuato lo spazio per la sua esplorazione autoriale.

L'idea è nata quasi per caso da una proposta del produttore Emanuele Bertucci. A incuriosire il regista è stata la possibilità di immaginare Giuseppe nella sua essenza primaria di padre: un uomo chiamato a confrontarsi con un figlio di cui intuisce o conosce già il destino. Come osserva lo stesso Calopresti, questo personaggio «scompare subito dopo aver dato i natali a Gesù». Da quella scomparsa prende forma l'interrogativo centrale del film: come raccontare l'uomo dietro l'icona?

Calopresti sceglie di avvicinarsi a Giuseppe attraverso una dimensione terrena e quotidiana, senza negarne la componente spirituale, ma rendendola più tangibile: «Mi divertiva l'idea di ricreare un Gesù e un Giuseppe terreni, calati nella concretezza della materia». Questa prospettiva permette alla storia di smarcarsi dalla rigida rappresentazione sacra per addentrarsi in una dimensione più intima, ma ugualmente universale: quella della dinamica familiare.

È infatti all'interno del nucleo familiare che il cortometraggio trova la sua voce più autentica. Giuseppe non viene osservato soltanto in funzione di un ruolo storico-religioso, ma come genitore di fronte alla crescita e all'emancipazione di un figlio. Così, una vicenda lontana millenni diventa uno specchio contemporaneo, riconducibile alla vita di qualsiasi famiglia.

Per Calopresti la famiglia è il luogo primario della crescita, ma anche quello da cui un figlio deve progressivamente distaccarsi per compiere sé stesso. Nel caso di Gesù, questa dinamica assume una forma estrema: «In quella famiglia avviene che questo adolescente diventa più forte di tutti loro, diventa figlio di Dio». C'è un padre che assiste all'evoluzione di qualcuno che trascende il semplice ruolo di figlio, e c'è un figlio che, per compiere il proprio destino, deve inevitabilmente superare i confini della casa paterna.

È una tensione generazionale eterna: cambiano le epoche e le circostanze, ma il momento in cui un figlio sente la necessità di staccarsi per costruire la propria identità rimane immutato. «Forse può avvenire in qualunque piccola comunità. Può succedere a chiunque, ma lì è successo», riflette il regista. Calopresti estende poi questo pensiero al presente, accostando la capacità catalizzatrice del mito alle moderne forme di comunicazione: «La differenza, però, è netta: Gesù è riuscito a diffondere una visione in tutto il mondo senza che ci fosse internet!».

Per dare forma visiva a questo impianto concettuale, la produzione ha individuato una location capace di sottrarsi allo scorrere del tempo. Le Grotte di Zungri sono diventate Nazareth senza bisogno di sovrastrutture o scenografie invasive: la roccia, la conformazione degli spazi e l'orografia dell'insediamento hanno permesso di rievocare un mondo antico partendo da una materia reale.

«Lì senti veramente che sono passati gli antichi, che è passato il mondo... percepisci qualcosa di eterno», racconta Calopresti. Di fronte alla permanenza della pietra, la vita umana rivela tutta la sua fragilità e brevità: «Qualcosa che per noi è eterno dimostra anche quanto le nostre vite siano piccole». Tuttavia, proprio questa atemporalità ha permesso al regista di girare il film come se la vicenda potesse appartenere simultaneamente al passato e al presente.

Dal punto di vista tecnico e pratico, la scelta della location ha imposto sfide complesse. Muoversi e posizionare la macchina da presa negli spazi stretti delle grotte ha richiesto un notevole sforzo organizzativo: «È stato complicato da quel punto di vista», ammette il regista, «ma la particolarità del luogo è diventata la spina dorsale della costruzione visiva del film».

A sublimare questa materia ci ha pensato la fotografia di Davide Manca, che ha lavorato per valorizzare l'autenticità dei luoghi senza cedere a una rappresentazione cupa o pauperista dell'antichità. Al contrario, Calopresti ha cercato una resa visiva capace di restituire la dignità e la ricchezza cromatica di quelle vite semplici: «Volevo Technicolor ricchi ma poveri allo stesso tempo». Un'apparente contraddizione che sintetizza l'estetica del corto: un mondo povero nei mezzi ma denso di materia, luce e sfumature.

La stessa tensione tra particolare e universale attraversa il cast. Accanto agli interpreti locali, Calopresti ha coinvolto Marcello Fonte e Francesco Colella, attori capaci di conferire al film un'ampiezza espressiva che travalica i confini regionali: «Portano dentro il film una potenza tale che lo smarca dal rischio del regionalismo». L'obiettivo è realizzare un racconto local ma dal respiro universale, capace di parlare a qualsiasi pubblico. «Chissà se ci riusciamo», aggiunge con la cautela del cineasta, «vedremo cosa abbiamo girato attraverso il montaggio. Ma la sfida è esattamente questa».

In questa ricerca di verosimiglianza si inserisce anche l'uso del dialetto calabrese, adottato per restituire aderenza fisica e popolare alla comunità raccontata, sulla scia della lezione pasoliniana de Il Vangelo secondo Matteo.

Per Mimmo Calopresti, infine, la forma breve del cortometraggio rappresenta un'importante occasione di sperimentazione linguistica. In una carriera ricca di lungometraggi di finzione e documentari, il corto permette di distillare una materia complessa in pochi minuti: «In quel piccolo racconto cerco di racchiudere grandi cose». In un momento storico in cui i linguaggi visivi cambiano rapidamente e il cinema si interseca con le logiche seriali, per il regista calabrese la bussola resta salda: «Qualunque cosa io faccia, che sia un documentario, un corto o una fiction, alla fine è il cinema che deve vincere».

Concluse le riprese, Giuseppe. Il padre terreno entra ora nella fase di montaggio. In attesa di definirne il percorso distributivo e festivaliero, il cuore del progetto appare già nitido: aver spogliato il mito per restituirci, tra le rocce di Zungri, un uomo, un padre e un figlio capaci di parlare ancora con forza al nostro presente.