Il fenomeno, assai raro, è noto in ambito medico come "superfecondazione eteropaternale" e si verifica quando una donna concepisce due gemelli da altrettanti padri biologici nel medesimo ciclo riproduttivo. È proprio da questa singolarità clinica che Luca Lucini parte per indagare qualcosa di profondamente umano: cosa accade quando una coppia prende coscienza che la vita costruita insieme non rispecchia più i propri desideri?

In Stella gemella, i protagonisti Stella e Achille stanno insieme dall'età di quindici anni. Arrivati alla soglia dei trenta, hanno già spuntato tutte le presunte tappe dell'età adulta: un figlio, una casa, un lavoro fisso, un mutuo. Eppure, tra le pieghe di una quotidianità all'apparenza compiuta, qualcosa si è inesorabilmente incrinato. Stella avverte un bisogno impellente di evadere, mentre Achille si trascina per inerzia lungo il percorso tracciato insieme, senza rendersi conto della direzione reale in cui stanno andando.

L'eccezionalità scientifica della gravidanza non costituisce però il vero fulcro del racconto; funge piuttosto da espediente narrativo, un cortocircuito necessario per rimettere in discussione l'intero assetto familiare e i ruoli predefiniti all'interno della dinamica di coppia.

«L'idea è partita da un articolo letto da Greta Scicchitano», racconta Lucini. Da quella scoperta è germogliata la volontà di sfruttare un pretesto tanto insolito «per raccontare come sta cambiando la famiglia e come si stanno evolvendo i rapporti relazionali». L'imprevisto porta infatti a galla una crisi pregressa. Stella e Achille si ritrovano costretti a fare i conti con un'esistenza edificata troppo in fretta e vissuta col pilota automatico. Stella è la prima a prenderne coscienza, mentre Achille necessita di tempo: «Lui continuava ad andare avanti con la routine e si lasciava vivere», ammette il regista. Tuttavia, anche il compagno maturerà progressivamente una nuova consapevolezza, ponendosi su un piano di confronto inedito.

La dimensione più contemporanea del film risiede proprio nella metamorfosi dei due protagonisti: il modello familiare smette di essere immutabile, così come le sovrastrutture di genere. «Il mondo è cambiato e trovare il proprio posto utilizzando parametri vecchi è complicato. Devi riscriverlo tu», osserva Lucini. Ad amplificare questo conflitto contribuisce lo sfondo della provincia, dove la lente del giudizio e delle aspettative sociali si fa più opprimente. Il regista, tuttavia, evita la netta dicotomia tra provincia e città, restituendo dinamiche universali. In questo scenario irrompe Gil (interpretato da Jimi Durotoye), il cui arrivo non rappresenta solo l'innesco dello scandalo, ma parte integrante del processo di auto-analisi di Stella riguardo alla propria identità e ai propri orizzonti.

Di fronte al rischio della farsa, il regista opta per una calibratura differente. La sceneggiatura – firmata con Davide Lisino, Greta Scicchitano, Marta Storti e Ilaria Storti, con la collaborazione di Riccardo Cassini – era nata con un taglio marcatamente comico. Spingere sull'assurdo avrebbe però deragliato il film verso un susseguirsi di gag. Si è quindi optato per un tono che Lucini definisce di «commedia neorealista», in grado di restituire le dinamiche quotidiane senza l'ansia della risata a tutti i costi. Una scelta che sottende una più ampia riflessione sulla settima arte: in un momento storico saturo di aggressività visiva, Lucini rivendica la poetica dei dettagli e dei silenzi. «La delicatezza non è più attrattiva», nota, ma è proprio tramite essa che un'immagine o uno sguardo possono farsi più dirompenti di una battuta.

Tradimento, crisi coniugale, pregiudizio: la lente della commedia permette di affrontare questi snodi senza cedere al manicheismo. Non ci sono morali precostituite né colpevoli da condannare, ma solo individui alla ricerca di un nuovo equilibrio. A dar corpo a questa ricerca sono Martina Gatti (che Lucini aveva già diretto ne L'amore, in teoria) e Matteo Olivetti, affiancati per la prima volta sullo schermo da due pilastri del nostro cinema, Margherita Buy e Laura Morante. Nel ruolo di madri profondamente diverse, entrambe finiscono per svelare fragilità a lungo celate dietro le rispettive corazze, costrette dalle crisi dei figli a fare i conti con sé stesse. «È stato emozionante vederle insieme sul set», ammette Lucini.

Questa spinta verso il cambiamento è ciò che induce il regista a definire Stella gemella il suo «primo film di fantascienza»: non per le implicazioni cliniche, ma per l'atto, oggi quasi utopico, di confidare nella capacità umana di evolversi senza ricorrere allo scontro. Un'apertura verso il domani sublimata anche dalle scelte musicali, che spaziano dall'inedito Stella di Carl Brave al finale affidato all'indimenticabile Futura di Lucio Dalla, reinterpretata per l'occasione da Mimì, a conferma del potere evocativo e intramontabile della nostra grande musica d'autore.

Dopo la cornice della Festa del Cinema di Roma e l'uscita in sala, il passaparola ha spinto il titolo ai vertici dei contenuti italiani più visti su Netflix. Un pubblico trasversale per una storia che usa l'eccezionalità per parlare dell'ordinario: la necessità di riscrivere le regole quando quelle vecchie iniziano a starci strette. Ed è qui che risiede la vera "fantascienza" del film: nel coraggio, ancora tutto da coltivare, di immaginare un futuro diverso. E allora, citando i versi in chiusura, non ci resta che aspettare «senza avere paura, domani».