
Si inaugura oggi una nuova rubrica del sito web di Fabrique du Cinéma: reportage. Nasce a Venezia dove si svolge in questi giorni la 83ma Mostra internazionale d'arte cinematografica, che seguiremo con articoli, interviste, recensioni e pareri. Le voci dei protagonisti e i nostri punti di vista. Un appuntamento editoriale grazie al quale la nostra rivista presidierà il mondo del cinema, frequentando i principali festival e rassegne nazionali e non solo.
Buona lettura.

Tra i tanti incontri, le proiezioni e i panel che stanno infiammando l'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia c'è un'opera, presentata non a caso nella sezione Fuori Concorso (quest'anno ribattezzata "Open"), che richiede uno sguardo critico e appassionato. Si tratta di Juso per ferie, un documentario diretto da Karen Di Porto** e scritto a quattro mani con il curatore della Cineteca Nazionale Steve Della Casa. Il film si prefigge un compito arduo e affascinante: ripercorrere la rocambolesca parabola umana e professionale di Galliano Juso, unanimemente riconosciuto come uno dei produttori più rutilanti, naif, generosi e fuori dagli schemi della nostra industria audiovisiva.
La struttura formale scelta da Di Porto è, all'apparenza, quella del più classico documentario "talking heads", un affastellarsi di testimonianze dirette sedute davanti alla macchina da presa. Eppure, il risultato complessivo sfugge alle regole della noia nozionistica, proprio perché del tutto atipica ed eccentrica era la materia umana trattata. Dopo un incipit montato a mo' di "blob", che raccoglie le schegge verbali più gustose dei vari talenti intervistati, una teoria di volti storici (da Giuseppe Tornatore a Giovanni Veronesi, passando per Marco Giusti, Giuliana Gamba, Lino Banfi e Rocco Siffredi) inizia a tessere la trama biografica del protagonista.
Il viaggio parte dalle sue origini nella provincia di Foggia del 1934, per poi dipanarsi attraverso un dovizioso e commovente apparato di materiali d'archivio: fotografie dell'epoca, incisioni audio, footage e spezzoni tratti da un cinema meravigliosamente iper-pop e fieramente "degenere".
La filmografia bulimica del produttore prende il via con titoli che hanno letteralmente gettato le fondamenta commerciali dell'industria di genere italiana, molto prima che noti cineasti d'oltreoceano come Quentin Tarantino o Eli Roth ne sdoganassero il valore formale. Si pensi alla sua prima tappa di rilievo, Fiorina la vacca, un vero e proprio capostipite del soft-porno decamerotico impreziosito da una giovanissima ma già nota Ornella Muti, o al fulminante Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore, diretto da Nando Cicero con un mattatore assoluto come Franco Franchi.
Quest'ultimo titolo restituisce l'esatta misura di cosa fosse il fiuto per gli affari di Juso: Carlo Ponti, in veste di committente, gli affidò un budget di 80 milioni di lire; il film finì per costarne 85, ma incassò al botteghino la stratosferica cifra di un miliardo e seicento milioni.
Siamo di fronte all'epopea di un cinema in perenne, audace squilibrio tra l'intuizione narrativa e la parodia più sfrontata. Juso combinava una ricchezza inesauribile di idee con una cronica povertà di mezzi economici, tanto da potersi guadagnare, con una punta di doverosa irriverenza, l'appellativo di "Roger Corman all'italiana", o, per i detrattori più feroci, di un Ed Wood nostrano. Produceva b-movies purosangue – come L'affittacamere, dominato da una Gloria Guida che Marco Giusti definisce senza mezzi termini "spettacolare" – ma non rinunciava a impreziosirli con un cast di attori e caratteristi di serie A, chiamando a corte interpreti del calibro di Adolfo Celi, Luciano Salce e Vittorio Caprioli.
L'opera di Karen Di Porto diventa così l'occasione ideale per mappare un'era in cui la Settima Arte era visceralmente popolare, sideralmente distante dalle derive asfittiche ed esangui di certo cinema d'autore contemporaneo. È lo spaccato di un decennio irripetibile, gli anni '70, e del suo immaginario collettivo, in cui la cultura pop si ibridava con la politica, le trasformazioni sociali e quell'erotismo ruspante di cui Juso era considerato un maestro indiscusso.
Questo filone stracult, con una sintesi spesso superiore a quella della commedia all'italiana di prima fascia, tallonava l'attualità: la crisi petrolifera e l'austerity evocata da Enrico Berlinguer si trasformarono, sotto la sua egida, nella parodia Il figlio dello sceicco, affidata all'estro mimetico di Tomas Milian.
Proprio con Milian e il sodale regista Bruno Corbucci, il produttore diede vita al mitologico filone di "Er Monnezza", un'invenzione nata col solo scopo di sbeffeggiare il successo del Serpico di Sidney Lumet. Un'intuizione geniale che andò a pescare letteralmente dalla strada comprimari irripetibili come Bombolo, all'epoca semplice venditore di piatti a Piazza Navona.
Quando il cinema di genere classico collassò negli anni '80, Juso non si arrese alla nostalgia. Dopo il tracollo finanziario di un folle progetto proto-trans-gender con Anna Oxa, e dopo aver inventato i "film-barzelletta" che sfociarono in scult planetari (e tutt'oggi venerati a Hollywood) come W la foca con Lory Del Santo, negli anni '90 il produttore decise di cambiare radicalmente pelle.
Sposò le derive più avanguardistiche e sperimentali, producendo il capolavoro dell'esasperazione visiva e morale Lo zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco (titolo che il destino fa riapparire proprio in questa edizione di Venezia nei classici restaurati), fino a supportare le follie surreali di Antonio Rezza. Un cinema d'autore di estrema nicchia, diametralmente opposto al pop dei decenni precedenti, scelto per un'unica, incontestabile ragione: si poteva realizzare rigorosamente senza soldi.
È proprio nella sintesi di questa vita debordante che emerge il limite strutturale di Juso per ferie. Se il film ha l'innegabile pregio di innescare una fortissima empatia attorno alla figura del produttore (esaltandone la matrice contadina che gli ha sempre impedito di farsi imbrigliare dagli stigmi e dalle etichette del perbenismo borghese), manca però di una drammaturgia capace di affrancarsi dagli schemi più risaputi. Lo sforzo non riesce a emanciparsi dal mero accumulo di dichiarazioni, e questa carenza di tenuta strutturale finisce per rendere la visione, alla resa dei conti, vagamente farraginosa.
Forse, in un cortocircuito metacinematografico del tutto involontario, la regista Karen Di Porto – che a Juso deve un'infinita gratitudine, avendole lui permesso di esordire alla regia con Maria per Roma, coronando in seguito il sogno del progetto decennale Il grande Boccia – finisce per ricalcare il modus operandi del suo stesso maestro.
Ci si ritrova per le mani una quantità enorme di idee geniali, condite da un sincero affetto, ma sfruttate in maniera non sempre narrativamente adeguata.
Nonostante queste fragilità ritmiche, il documentario resta un omaggio sentito e una visione necessaria per chiunque ami questa industria. La storia di Galliano Juso ci riconcilia con l'anima più disperata e artigianale del nostro mestiere. Ci riporta fisicamente a un'epoca in cui il cinema si faceva ad ogni costo, lottando contro la realtà pur di trasfigurarla sullo schermo, incarnando alla perfezione l'essenza di quel voluminoso saggio di Emiliano Morreale dato da poco alle stampe: un tempo favoloso in cui, semplicemente, Il cinema era tutto.
