Vadik, chi è quando non indossa né la divisa né le cuffie da studio?

È difficile, per me, separare completamente queste due dimensioni. In realtà, entrambe fanno parte della stessa persona. Quando ho indossato per la prima volta una divisa militare, nel 2014, la musica era già una parte importante di me. Forse, quando non indosso né la divisa né le cuffie, sono semplicemente una persona che cerca di tenere insieme tutte le esperienze che ha vissuto. Un ucraino, un militare, un musicista, ma soprattutto una persona curiosa, che osserva molto e cerca ancora di capire il mondo attraverso ciò che ascolta e ciò che vive.

Sei allo stesso tempo un ufficiale dell’esercito ucraino e un compositore e dj. Come riesci a far convivere queste due vite, e la musica è arrivata prima o dopo la carriera militare?

La musica è arrivata molto prima. Quando avevo sette anni, i miei genitori mi iscrissero a un coro per bambini. Da quel momento la musica è diventata una presenza costante e, in un certo senso, le melodie hanno iniziato a formare la mia personalità molto prima che io potessi rendermene conto. Molto prima di indossare una divisa, nel 2014, la musica aveva già accompagnato una parte importante della mia crescita. Per questo non considero necessariamente queste due dimensioni come opposte. L’esercito mi ha insegnato disciplina, responsabilità e resilienza. La musica, invece, mi permette di esprimere emozioni, immaginazione e una parte più intima di me. In qualche modo ho bisogno di entrambe. E oggi continuo a essere parte dell’esercito. Non è sempre semplice far convivere le due cose, ma forse proprio questa apparente contraddizione è diventata una parte della mia identità.

In che modo, se lo fa, il conflitto entra nella tua musica? E i ragazzi più giovani, mandati al fronte senza scelta, come pensi che vivano l’impossibilità di inseguire i propri sogni?

Il conflitto entra nella mia musica soprattutto attraverso ciò che ha cambiato dentro di noi. Tuttavia, preferirei parlare della musica durante il conflitto, perché, in ogni caso, un giorno la guerra finirà, mentre la musica continuerà a suonare.

Per gli ucraini la musica ha oggi un significato doppio e, in un certo senso, persino contraddittorio. Da una parte ci ricorda come vivevamo prima della guerra e dell’aggressione russa: più spensierati, forse senza renderci conto del valore di cose che oggi consideriamo fondamentali, come la pace, la sicurezza e la possibilità di programmare semplicemente il giorno successivo. A volte basta ascoltare una vecchia canzone per tornare immediatamente a quel periodo. E insieme alla musica ritorna anche una parte delle persone che eravamo allora. Dall’altra parte, però, la musica guarda avanti. Può dare energia, ispirazione e speranza. È, metaforicamente, quella luce alla fine del tunnel che tutti stiamo aspettando.

Dal punto di vista di uno straniero può sembrare assurdo ballare mentre cadono i missili. Per noi, però, è anche una forma di sopravvivenza. Continuiamo a vivere come possiamo, perché la vita passa e non possiamo semplicemente sederci ad aspettare. Credo che anche questo sia un modo di resistere. Nonostante la guerra, la nostra scena musicale continua a svilupparsi. In modo diverso, a volte persino straordinario, ma continua a vivere. Siamo stati costretti ad adattarci. Da alcuni anni molte feste in Ucraina si svolgono durante il giorno, perché dalla mezzanotte entra in vigore il coprifuoco e, per ragioni di sicurezza, gli spostamenti notturni sono fortemente limitati.

Ogni anno continuano a svolgersi grandi festival come Brave!, Strichka e Vyrij, che riuniscono migliaia di persone e line-up composte da artisti ucraini e internazionali. E quando un artista straniero decide di venire in Ucraina oggi, non è soltanto una performance. È anche un gesto di solidarietà. Per noi significa molto. È un segno di solidarietà verso gli artisti ucraini, ma anche verso il popolo ucraino.

Per quanto riguarda i ragazzi più giovani, credo sia importante non parlare al posto loro. Ognuno vive la guerra in modo diverso. È però evidente che per molti giovani il conflitto ha significato interrompere o rimandare sogni, studi, carriere e progetti che sembravano del tutto normali. Molti musicisti hanno scelto volontariamente di entrare nelle forze armate fin dall’inizio dell’invasione su larga scala. Non importa se prima eri cantante, violinista, batterista o DJ. A un certo punto tutti si sono ritrovati uniti dalla stessa necessità: contribuire alla difesa del proprio Paese.

Carichi il tuo lavoro principalmente su SoundCloud, senza etichette né distributori nel mezzo. Cosa rappresenta per te quello spazio, e che rapporto hai con chi ti ascolta?

SoundCloud per me rappresenta soprattutto libertà. Devo dedicare quasi tutto il mio tempo al servizio militare e questo limita molto la mia possibilità di partecipare a feste ed eventi. Sulla piattaforma digitale, invece, posso pubblicare qualcosa semplicemente perché sento che in quel momento rappresenta ciò che voglio esprimere. Per me un set non è soltanto una selezione di brani preferiti. È un messaggio. È un tentativo di immergere una persona in una determinata atmosfera, in una conversazione tra i suoni e il mondo interiore di chi ascolta. Un viaggio di circa un’ora in una direzione precisa, guidata dalla curiosità, dalle emozioni e dall’immaginazione.

Anche il rapporto con chi ascolta è particolare. Non è soltanto una questione di numeri o statistiche. Mi interessa molto di più sapere che una determinata traccia abbia accompagnato qualcuno durante un viaggio, una notte, un momento difficile o semplicemente una giornata normale. In fondo, è proprio questo che mi interessa della musica: la capacità di uscire dal computer di chi la crea e diventare parte della vita di qualcun altro.

Che scopo ha, per te, la musica che condividi lì? Una testimonianza, un rifugio, un modo per restare in contatto con chi ti segue, o qualcos’altro?

Ogni set, ogni traccia e ogni scelta musicale porta con sé qualcosa del momento in cui è stata concepita. La musica ha questa capacità straordinaria di aprire uno spazio diverso da quello della realtà quotidiana. Non per negarla o fuggirla, ma per guardarla da un’altra prospettiva, per respirare e ritrovare un equilibrio, anche solo per qualche minuto. Allo stesso tempo è un modo per rimanere in contatto con le persone che apprezzano il mio lavoro e condividono una sensibilità simile alla mia. Oggi non posso essere presente alle feste e agli eventi quanto vorrei, ma attraverso la musica posso comunque costruire un dialogo con chi ascolta.

Detto questo, non vorrei attribuire alla musica un significato troppo rigido. Preferisco lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta. Ognuno arriva a una traccia con il proprio vissuto, le proprie emozioni e le proprie domande. Per me la musica non deve necessariamente spiegare qualcosa. A volte il suo compito più importante è semplicemente far sentire qualcosa.

E oggi, soprattutto in Ucraina, questo assume un valore particolare. La musica può ricordarti chi eri prima della guerra, aiutarti a sopportare il presente e, allo stesso tempo, darti la forza di immaginare il futuro. In questo senso non è soltanto una forma d’arte, ma anche un modo per conservare la propria umanità.

A cosa o a chi ti ispiri quando componi, e cosa ti spinge ad andare avanti? Se dovessi scegliere il brano a cui sei più legato, quale sarebbe, e perché?

Le mie influenze sono molto diverse tra loro. C’è sicuramente una componente legata alle mie radici ucraine, non necessariamente nell’utilizzo di elementi folkloristici, ma nel modo in cui percepisco e traduco le emozioni. Credo che il luogo in cui cresci lasci sempre una traccia nel modo in cui ascolti il mondo e nel modo in cui provi a raccontarlo attraverso la musica. Allo stesso tempo sono molto affascinato dalla musica italiana, in particolare dall’Italo Disco che scopro spesso attraverso vecchi vinili trovati nei mercatini. Mi colpisce quella combinazione unica di malinconia ed euforia, di leggerezza e profondità.

Forse è proprio questa contraddizione a rappresentarmi meglio. Si può portare dentro qualcosa di pesante e continuare comunque a cercare la bellezza, la gioia e il movimento. Si può avere voglia di ballare anche nei momenti più difficili. Non credo che la musica debba scegliere tra tristezza e felicità. Le emozioni più autentiche raramente sono così semplici. Spesso le cose più interessanti nascono proprio nello spazio tra gli opposti, dove convivono speranza e nostalgia, vulnerabilità e forza. Quanto a ciò che mi spinge ad andare avanti, credo sia la curiosità. La curiosità verso i suoni che non ho ancora scoperto, verso le persone che incontrerò e verso le esperienze che potranno trasformarsi in musica. Finché avrò qualcosa da imparare e da raccontare, sentirò il bisogno di continuare a creare.

Per quanto riguarda il brano a cui sono più legato, preferisco non sceglierne uno solo. Ogni traccia è legata a una fase diversa della mia vita e conserva il ricordo di una persona, di un luogo o di uno stato d’animo particolare. In questo senso, ogni composizione è come una piccola fotografia nel tempo. Alcune immagini sbiadiscono, altre acquistano significato con gli anni, ma tutte raccontano una parte del percorso che mi ha portato fino a qui. E forse è proprio questo il motivo per cui non riesco a sceglierne una sola.

Hai in mente un progetto per i prossimi mesi, magari con un altro artista? E che messaggio daresti ai giovani che oggi si affacciano alla musica?

Per il futuro, prima di tutto, vorrei dare il mio contributo affinché questa guerra finisca. È il desiderio più importante che condividiamo tutti. Dal punto di vista musicale, voglio continuare a creare e a sperimentare, senza sentirmi obbligato a rientrare in una categoria precisa. Mi interessano molto anche le collaborazioni con altri artisti, soprattutto quando due percorsi apparentemente lontani riescono a generare qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto creare da solo. Mi piace questa idea perché dimostra che la musica non è soltanto intrattenimento. Può diventare uno strumento per ritrovare equilibrio, costruire una comunità e, forse, riscoprire una parte di sé.

Ai giovani che iniziano oggi direi semplicemente: non aspettate che tutto sia perfetto. Ascoltate molto, sperimentate, sbagliate, cambiate direzione. Solo così si può trovare la propria voce. Per me la musica è arrivata quando avevo sette anni e, in un certo senso, non se n’è mai andata. Ha attraversato tutto il mio percorso: la crescita personale, la vita militare, la guerra e tutto ciò che è arrivato dopo. Forse è proprio questo che vorrei continuare a fare: non usare la musica per fuggire dalla realtà, ma per rimanere umano dentro di essa.

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