La Menzione Speciale ricevuta dalla giuria di SIC@SIC (Short Italian Cinema alla Settimana Internazionale della Critica) durante la Mostra del Cinema di Venezia è un ottimo viatico per Caterina Bertini e Blu Diego Fasoli, i due giovani registi del cortometraggio Dove le lacrime aspettano, da poco presentato al Cinema Troisi di Roma. Una storia ricca di suggestioni nella quale i protagonisti sono Zoe (Chiara Cassiano, già in Tre di troppo) e i suoi fratellini, Marta (Sophia Burelli) ed Ettore (Ludovico Carissimi), tre giovanissimi costretti a trascorrere la notte fuori casa, nel bosco della Caldara di Manziana. Senza poter contare sul supporto, il conforto e soprattutto la guida della madre, si troveranno ad affrontare sensazioni e situazioni del tutto inaspettate.

Si tratta di un convincente esordio nel cinema di finzione per entrambi, un progetto al quale i due registi hanno lavorato a lungo. Le riprese si sono svolte nell'arco di cinque giornate all'interno di una proprietà della famiglia Bertini; per l'occasione la sceneggiatura è stata in parte riscritta al fine di sfruttare al meglio quel bosco, che ospita «la betulla bianca più a sud d'Europa»: un luogo tanto «simbolico» quanto «tossico» e «oscuro», come rivela lo stesso Blu Diego Fasoli.

Come nasce la scelta di una storia come questa, e di affidarla a tre giovanissimi?

Innanzitutto dal desiderio di osservare l'infanzia, il rapporto con la perdita, le paure e il modo in cui reagiscono i bambini quando vengono lasciati a sé stessi, in situazioni in cui viene meno la supervisione degli adulti. Io sono il più grande di sei fratelli, per cui ho un rapporto stretto con quel mondo da sempre, anche grazie al judo. Insegno ai bambini da quando ho 18 anni e mi è sempre interessato esplorare il loro sguardo.

Un'esperienza personale che però lei ha poi approfondito con ulteriori ricerche?

Come faccio sempre, ho iniziato leggendo alcuni libri, per esempio quelli sui Bush Boys dell'Australia o L'Emilio di Jean-Jacques Rousseau. Egli sosteneva che il bambino, senza la supervisione di un adulto, risponde solo alla propria volontà, soprattutto se a contatto con la natura, che considerava fondamentale nella crescita e per formare cittadini modello. Ma abbiamo letto anche testi di Klein e Jung sullo studio dei sogni. Uno dei miei fratelli soffre di pavor nocturnus, un disturbo del sonno per cui ci si risveglia immaginando delle cose; Caterina stessa, sin da piccola, ha un rapporto particolare con la paura, con il buio e con i sogni molto profondi. Quando abbiamo messo tutto sulla carta la storia appariva molto semplice, ma dietro c'è una ricerca durata mesi. Per non parlare dei preziosi confronti che abbiamo avuto con le persone a cui abbiamo fatto leggere le varie stesure, come ad esempio Tommaso Santambrogio, il regista di Gli oceani sono i veri continenti.

Com'è stato lavorare con i tre ragazzini? È stato complesso riuscire a farne i tramiti di una tale densità di ricerca e significati?

Anche con loro abbiamo fatto un lavoro lunghissimo, sia di casting sia di preparazione. Per un paio di mesi ci siamo visti tutti i fine settimana, dopo la scuola, da soli con loro tre; tuttavia, soltanto Chiara – la più grande e con un minimo di esperienza pregressa – conosceva la sceneggiatura. Devo dire che sono stati incredibili nel seguire le nostre idee e nel restituirci tutto sul set: avevano interiorizzato quel mondo a tal punto da non aver quasi bisogno di indicazioni di regia. Hanno semplicemente giocato dentro questa storia. Al contempo è stato un percorso di scoperta della loro psicologia e di come vivevano la vicenda. Abbiamo fatto dei giochi sulle loro paure e idee, per portarli a scoprire sul set anche cose di sé; l'intera sceneggiatura si è adattata ai luoghi e ai personaggi, cambiando più volte. Come nel caso della favola raccontata da Zoe, che deriva dal memoriale di un medico – a cui peraltro si ispirò anche Truffaut per Il ragazzo selvaggio – e che abbiamo riletto come se a raccontarla fosse una bambina. O ancora nel finale, quando Ettore piange e lo fa veramente, con un'intensità che non raggiunge nemmeno nella sua vita di tutti i giorni.

Dopo il documentario Maximina, questo cortometraggio rappresenta un amore per il formato breve o piuttosto una tappa in un percorso professionale?

Sinceramente, sia per Dove le lacrime aspettano sia per il lavoro precedente, ho sempre pensato di non voler fare cortometraggi. Non mi fa impazzire dover troncare certe scene che magari funzionerebbero meglio all'interno di un discorso più ampio. Mi piacerebbe girare un lungometraggio, ma sento di non poterlo fare ancora... anche se ce l'ho già in mente.

Come sarà?

Sarà ancora un film su dei bambini, con dei ragazzi che ho conosciuto in Sicilia per un altro progetto e che secondo me hanno molta stoffa. Stavolta, però, in un contesto più crudo, tipo lo ZEN [il quartiere periferico di Palermo, ndr]. Vorrei esplorare altre dinamiche, dirigere una persona più grande, girare una scena d'azione.

Niente adattamenti, comunque? Non avete in progetto di trarre un lungo da Dove le lacrime aspettano?

No, personalmente non mi piace nemmeno come operazione: passare dal corto al lungo raramente funziona, per quanto ci siano degli illustri precedenti. Paradossalmente, impegnandosi, è più facile fare un piccolo film indipendente che un corto finanziato. Magari trovando produttori che abbiano più fiducia in un lungometraggio rispetto a un cortometraggio, che notoriamente non garantisce un grande ritorno. D'altronde è una delle mie "fisse": mai adattare un corto e mai fare un film personale o autobiografico, un passo per il quale aspetterò di essere più maturo. Quest'anno ho lavorato per sei mesi in una casa-famiglia proprio per preparare questo lungometraggio; magari lo girerò tra tre anni, ma è da tanto che ci penso. Mi interesserebbe approfondire tematiche legate alle relazioni tra le persone, ma in contesti periferici e non così centrali per la società. Però non so ancora quando accadrà.