
Dalla costruzione di Alfredo alla propria esperienza artistica, Moisé Curia riflette sul desiderio di riconoscimento, sulle fragilità che attraversano le relazioni umane, e sulla recitazione come spazio di espressione, ricerca e condivisione.
di Miriam Bocchino

Ci sono esistenze che sembrano procedere lungo un equilibrio precario, sospese tra il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo e la difficoltà di riconoscersi nelle proprie scelte. È in questo spazio di contraddizioni che si muove Alfredo, il personaggio interpretato da Moisé Curia in Vite da strada, spettacolo scritto e diretto da Tommaso Agnese. Accanto a lui, in scena, Manuela Zero, Francesco Della Torre e Paolo Maras danno vita a un intreccio di esistenze segnate dalla precarietà e dalla solitudine, ma accomunate dalla possibilità di trovare nell'incontro con l'altro una forma inattesa di vicinanza.
La vicenda dei protagonisti apre così una riflessione sul bisogno di essere accolti e riconosciuti, sulla difficoltà di trovare un equilibrio tra ciò che si desidera diventare e ciò che si è. Temi che attraversano lo spettacolo e che trovano un'ulteriore risonanza nelle parole di Moisé Curia, nel suo modo di intendere la recitazione e nel percorso che lo ha condotto a confrontarsi con personaggi sempre più complessi.
Abbiamo incontrato l'attore per approfondire la costruzione di Alfredo e il rapporto con la regia di Tommaso Agnese e con gli altri interpreti, ma anche per ripercorrere le tappe della sua esperienza artistica. Dalla ricerca della verità interpretativa al rapporto con il successo, fino alle diverse possibilità espressive del cinema e del teatro, emerge una conversazione che intreccia il mestiere dell'attore con una riflessione personale sulle relazioni, sulla ricerca di sé e sul desiderio di dare voce a storie capaci di lasciare qualcosa in chi le incontra.
In Vite da strada, i quattro protagonisti attraversano percorsi diversi, accomunati da una condizione di fragilità e dalla ricerca di un cambiamento. Che cosa ti ha colpito maggiormente della storia e che cosa ti ha convinto ad accettare il ruolo di Alfredo?
Sicuramente il fatto che tutti e quattro i personaggi abbiano, in qualche modo, una vita interrotta e vivano delle fragilità. Ognuno cerca nell'altro, e attraverso gli altri, una forma più corretta di stare al mondo. Mi incuriosiva proprio questa possibilità di ritrovare qualcosa, anche a livello umano, attraverso la ricerca del proprio posto nel mondo. L'idea di trovare un'identità, di riuscire a essere qualcosa e, soprattutto, qualcosa per qualcuno. È una necessità che sento anche personalmente, come artista e come attore. Mi piacerebbe lavorare sempre più spesso a progetti capaci di far riflettere, non soltanto le persone che li incontrano, ma anche me stesso. Vorrei che mi aiutassero a interrogarmi sulle scelte che sto facendo e a capire se siano quelle giuste per la mia vita e per la mia carriera. A volte, nella ricerca artistica, ci si sente un po' soli. Nella mia vita sono circondato da persone che mi stanno vicino e mi accompagnano, ma mi piacerebbe incontrare anche qualcuno che provi le mie stesse sensazioni, che si ponga le medesime domande. Credo che il confronto possa aiutare a comprendere meglio anche il percorso che si sta facendo.
La ricerca di Alfredo sembra passare anche attraverso un rapporto difficile con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Come hai lavorato alla costruzione del personaggio?
A differenza di molti attori, solitamente non scrivo quasi nulla sui copioni. Anzi, cerco di lasciarli intatti. Quello che faccio è una grande ricerca delle sfumature che incontro nelle persone. Mi capita di andare in un posto e osservare qualcuno perché mi colpiscono il suo modo di camminare, il suo umore, il modo di parlare, di porsi, persino di mangiare o di bere. Parto dalle sensazioni che provo in quei luoghi e cerco di legare le mie emozioni a quelle del personaggio. Mi domando che cosa possa provare e quali esperienze della mia vita possano aiutarmi a richiamare una determinata sensazione. La preparazione nasce quindi soprattutto da una ricerca esteriore: osservo ciò che c'è nel mondo per poterlo poi raccontare sulla scena. Quando trovo qualcosa che mi porta energeticamente verso quel ruolo, comincio a scavare dentro di me, nei miei ricordi e nella memoria della mia vita. Da lì cerco di individuare le necessità del personaggio e i suoi obiettivi all'interno delle singole scene. Alfredo è un personaggio complesso, che agisce spesso per interesse personale. Si sente tradito e non accettato dalla società, non è riuscito a realizzare i propri sogni e continua a cercare un posto nel mondo senza riuscire a trovarlo. Per questo finisce per ripetere gli stessi errori, fino a toccare il fondo. Forse soltanto allora riesce a intravedere dove avrebbe potuto trovare il suo posto. Ma potrebbe essere troppo tardi.
Tommaso Agnese, oltre a essere il regista, è anche l'autore dello spettacolo. Nel tuo caso, il confronto con lui è iniziato molto prima delle prove.
Sì, conosco Tommaso da tantissimi anni. Ero a conoscenza di questo spettacolo quando era ancora soltanto un soggetto, quando esisteva una piccola idea embrionale. Durante le diverse fasi della scrittura mi raccontava le sue intenzioni e il modo in cui voleva affrontare questa storia. Quando siamo arrivati alle prove, sia nel lavoro a tavolino sia nel momento in cui abbiamo cominciato a mettere in piedi lo spettacolo, mi ha guidato verso l'aspetto più decadente del personaggio, per cercare di trovarne la verità. Mi portava anche esempi legati alla sua vita, ricordi e sensazioni che aveva provato in determinati momenti. Io cercavo di prendere quegli spunti e trasformarli in qualcosa che potesse appartenere anche alla mia esperienza. Tommaso è molto bravo a lavorare con gli attori perché non parte da un'idea chiusa. Non stabilisce un perimetro rigido dentro il quale devi necessariamente muoverti. Al contrario, lascia spazio alle proposte: puoi portargli una sensazione, un'emozione o un movimento. Non cerca di eliminare quello che stai facendo, ma sviluppa la tua intenzione e la accompagna nella costruzione del personaggio.
In scena condividi il palco con Manuela Zero, Francesco Della Torre e Paolo Maras. Come si è sviluppato il vostro incontro e come avete costruito insieme le dinamiche tra i personaggi?
Con Manuela ci conoscevamo già, perché avevamo lavorato insieme in un'altra occasione. Con Paolo e Francesco, invece, non avevo mai lavorato. Durante le prove ci siamo trovati subito molto bene e siamo riusciti a convogliare le nostre energie per raccontare qualcosa insieme. Credo si sia creato un bel gruppo, con una bella energia nella ricerca dei personaggi. Abbiamo vite e provenienze molto diverse. Manuela è napoletana, io sono calabrese, Francesco è abruzzese e Paolo è di Belgrado. Portiamo quindi contesti culturali differenti che, nello spettacolo, finiscono per intrecciarsi. Ognuno porta qualcosa della propria provenienza e della propria sensibilità. Io, per esempio, ho lavorato anche su alcuni tratti che appartengono all'immaginario del calabrese; Francesco porta una certa ingenuità legata al mondo del paese e della montagna, mentre Manuela ha un'energia napoletana molto riconoscibile, capace di ammaliare e, allo stesso tempo, di sorprendere. È stato bello riuscire a mettere insieme queste realtà e farle convivere sulla scena.
C'è un altro aspetto che mi interessa del tuo personaggio. Alfredo desidera essere riconosciuto, vorrebbe diventare un agente, un manager, qualcuno che finalmente venga apprezzato per quello che fa. Eppure sembra cercare questa approvazione attraverso strade sbagliate.
È proprio così. Alfredo vorrebbe che il mondo lo riconoscesse per quello che è. Desidera diventare l'agente delle star, un manager, e vorrebbe essere apprezzato per il modo in cui si prende cura dei suoi artisti e delle persone. Ma la cura è proprio ciò che è mancato nella sua vita. Il problema è che cerca di ottenere tutto questo attraverso un percorso sbagliato e continua a commettere errori. Anche io ho attraversato periodi in cui mi sono soffermato molto su quello che le persone pensavano di me, su come mi avrebbero visto e percepito. Soprattutto quando ero più giovane e avevo appena iniziato, cercavo nei ruoli e nei progetti cinematografici una soddisfazione legata anche alla possibilità di arrivare a tante persone e di essere apprezzato. Con il tempo, però, ho cominciato a guardare questa ricerca in maniera diversa. Mi sono avvicinato a ruoli più autoriali, intensi e profondi, forse meno commerciali, perché desideravo che le persone potessero ritrovarsi in quei personaggi e nelle emozioni che portavo sulla scena. Mi interessava entrare nella vita degli altri in una maniera meno commerciale, ma più intima. Ho iniziato con una serie come Braccialetti Rossi, che raggiungeva numeri pazzeschi. C'erano fiumi di persone e questa cosa mi piaceva, anche se a volte mi spaventava. Ero comunque molto grato per la possibilità di arrivare a un pubblico così vasto. Poi con gli anni ho capito che volevo trasformare quel desiderio di raggiungere le persone attraverso il mestiere.; non volevo che il pubblico si legasse soltanto al progetto al quale partecipavo, ma anche a quello che riuscivo a trasmettere come artista. Non ho mai lavorato con l'obiettivo di diventare famoso; ho sempre recitato perché mi fa stare bene e perché penso di avere qualcosa da dire. Quando ero più piccolo mi attraeva molto l'idea di avere tanto pubblico; crescendo, mi ha interessato sempre di più la possibilità di raccontare a quelle persone qualcosa di mio, qualcosa che potesse essere condiviso.
Il percorso di Alfredo sembra mettere in evidenza anche il valore della solidarietà. I protagonisti hanno vite molto diverse e attraversano situazioni difficili, ma proprio nelle fragilità sembra nascere una possibilità di aiuto reciproco.
Sì, sono personaggi che hanno vite completamente spezzate. Le loro esperienze sono diverse, ma questa condizione di rottura li accomuna. Nei momenti più intensi, quando qualcuno attraversa una situazione di grande fragilità o un vuoto, interviene sempre un altro personaggio che cerca di aiutarlo, mettendolo nelle condizioni di sopravvivere. A un certo punto Alfredo perde la casa; vive in una sorta di bunker, un sotterraneo molto freddo e umido. Quando perde anche quel rifugio, la persona di cui è profondamente innamorato, ma dalla quale non è mai stato davvero guardato, gli offre una possibilità: può andare a vivere da lei per qualche giorno, finché non avrà trovato i soldi. È una forma di solidarietà che attraversa lo spettacolo. Anche quando non hanno niente, questi personaggi riescono comunque a trovare un modo per aiutarsi.

Nel tuo percorso hai attraversato cinema, televisione e teatro. Come cambia il tuo approccio alla recitazione quando passi da un linguaggio all'altro?
Quando interpreto un ruolo a teatro cerco di partire da un'idea molto più fisica. Lavoro sulla fisicità del personaggio e su come raccontarlo attraverso il corpo: i gesti, le posture, il modo di camminare, di sedersi e di guardare. Al cinema, invece, parto maggiormente dall'emozione e dalla ricerca delle sfumature della fragilità. Cerco di comprendere l'obiettivo della scena e del film, le motivazioni che spingono il personaggio ad agire e il modo in cui si relaziona con gli altri. Davanti alla macchina da presa puoi raccontare moltissimo attraverso un silenzio, una pausa, un movimento della testa o degli occhi. Anche chiudere per un momento gli occhi e respirare può trasmettere una sensazione di vuoto. A teatro, la stessa emozione deve essere restituita attraverso una dimensione fisica più ampia. Sono due modi diversi di attraversare il mondo attraverso i personaggi.
Oltre a Vite da strada, ci sono nuovi progetti che ti vedranno impegnato prossimamente?
Ho finito da poco un film che ho girato in Spagna, diretto da María Ripoll e tratto da un bestseller spagnolo che ha avuto un grande successo. Interpreto un giovane latin lover che condivide con la protagonista un lutto importante: entrambi hanno perso i genitori. Nel corso della storia cercano di colmare quel vuoto attraverso l'incontro con altre persone, fino a rendersi conto che le cose davvero importanti sono altre. Ho anche fatto il mio debutto alla regia con un cortometraggio girato in Spagna, che attualmente sta partecipando a diversi festival internazionali e sta ottenendo dei bei risultati.
.jpg)