
Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e ad Alice nella città, Se domani non torno racconta la tragica storia di Giulia Cecchettin. Una prova rischiosa che il film, diretto da Paola Randi e interpretato da Filippo Timi, supera in maniera convincente, con bravura e immenso pudore. Li abbiamo incontrati insieme all’eccellente cast giovanile: Sabrina Martina, che interpreta Giulia; e Tecla Bossi e Tommaso Allione rispettivamente nei panni della sorella Elena e del fratello Davide Cecchettin.

Fabrique du Cinéma: Paola, potrei complimentarmi per i movimenti di macchina avvolgenti e mai banali, per l'uso intelligente della colonna sonora, o per la sceneggiatura calibratissima scritta con l'ottima Lisa Nur Sultan. Eppure non lo farò, perché, mai come stavolta, durante la visione ho avvertito il brivido inesorabile di assistere a qualcosa di molto più importante. Hai avvertito anche tu la responsabilità civile e politica di rappresentare una storia dagli effetti epocali?
Paola Randi: Certamente, una responsabilità enorme. Devo dire, però, che non è stato difficile superare il timore di non essere all'altezza, avendo di fronte l'esempio di una famiglia incredibile, formata da persone che affrontano quotidianamente una battaglia e un impegno reali. A quel punto ho pensato di dovermi fare carico di questo peso, mettendo a disposizione della storia le mie capacità artigiane, perché, come dice giustamente Filippo, «il cinema si fa con le mani». Insieme a Lisa abbiamo trovato la chiave giusta e, confrontandoci continuamente con la famiglia, abbiamo capito come costruire il racconto. Il processo è stato fluido e rapido. Abbiamo trovato attori straordinari che hanno creduto nel progetto: siamo diventati una squadra, uniti dalla percezione di fare qualcosa che andava oltre noi stessi, oltre gli egoismi e i personalismi. L'Italia vanta una grandissima tradizione di cinema d'impegno civile e, in questo momento storico, non ci si può tirare indietro: bisogna scendere in piazza. Forse dovremmo imparare dai nostri ragazzi a «fare rumore».

Fabrique du Cinéma: Lo dicevo poco fa a Paola: il vostro non è semplicemente un film, perché la vicenda che racconta ha riflessi epocali sulla nostra società. E, come l'opera sottolinea magnificamente, la responsabilità di trarre i giusti insegnamenti da questa tragedia ricade soprattutto su noi maschi. Dopo essermi complimentato per la misura con cui avete affrontato una materia così incandescente, vorrei un tuo commento sull'importanza storica di questo racconto. Te lo chiedo perché, in sala, non riuscivo a pensare al cinema...
Filippo Timi: È meraviglioso che, guardando un film, lo spettatore non pensi alla finzione scenica, ma alla propria vita. Credo sia fondamentale e urgente. Ho due nipoti di venticinque anni e una madre anziana in cui scorgo ancora la ragazza che è stata. Se riesci a strappare il cerotto dell'indifferenza, ti accorgi che siamo tutti responsabili. Se non facciamo niente, la colpa è nostra, di noi maschi. Ne stiamo già uscendo, in realtà: parlarne, ribadire che il femminicidio esiste, è già un passo verso la guarigione. Dobbiamo lottare affinché l'educazione emotiva venga insegnata obbligatoriamente nelle scuole, a prescindere dal consenso genitoriale, per sopperire a quelle mancanze che spesso nascono proprio in famiglia. Lo stiamo facendo, ognuno nel suo piccolo.
Fabrique du Cinéma: Davanti a un film del genere si deve parlare soprattutto del lutto collettivo che ci costringe a elaborare. Da questo punto di vista, e da giovane donna, ti senti ottimista per il futuro?
Tecla Bossi: Avverto sentimenti contrastanti: da un lato percepisco un'energia sociale e politica inedita che mi fa ben sperare, dall'altro provo ancora molta frustrazione. Tuttavia, ripongo grande fiducia nelle nuove generazioni. Quando abbiamo incontrato i ragazzi al Giffoni, ho notato in loro un'enorme voglia di confrontarsi. Mi hanno trasmesso la bruciante necessità di un cambiamento reale.
Fabrique du Cinéma: Il tempo stringe, ma lasciatelo dire: sei davvero bravissima, una spanna sopra. Cosa farai "da grande"?
Tecla Bossi: Spero semplicemente di continuare a recitare. Questo è stato in assoluto il mio primo set, non avevo mai fatto cinema prima. Ho appena concluso l'accademia teatrale, per cui mi sento un'esordiente a tutti gli effetti. Spero, con calma, di poter andare avanti.
Fabrique du Cinéma: Incrociamo le dita! Sono certo che ci rivedremo presto sul grande schermo, se manterrai queste promesse. Grazie.
Tecla Bossi: Speriamo! (Incrocia le dita, ndr) Grazie a te.
Fabrique du Cinéma: Qual è stato l'aspetto più difficile e quale il più gratificante nella sfida di interpretare una persona la cui tragedia è diventata il simbolo di un riscatto epocale? Siete consapevoli che il vostro non è soltanto un film.
Sabrina Martina: Ne sentiamo l'enorme responsabilità. L'ostacolo maggiore, per me, è stato gestire l'impatto emotivo di questa storia. Fin dalla prima lettura del libro di Gino, Cara Giulia, ho provato un'emozione viscerale che ho dovuto imparare a dosare, perché emergeva in maniera dirompente. Per fortuna abbiamo lavorato con un team incredibile: la regista Paola Randi è stata un punto di riferimento fondamentale, e siamo stati seguiti da acting e vocal-coach per avvicinarci il più possibile all'essenza di Giulia, nel profondo rispetto della sua memoria e della sua famiglia.

Fabrique du Cinéma: Un'ultima cosa: quanto pudore ci vuole per entrare in contatto con una tragedia così sconvolgente, che diventa poi un messaggio politico rivolto al mondo intero? Un attore deve sapersi lasciare andare, ma qui c'era in gioco il rispetto per una famiglia reale con cui vi siete dovuti confrontare. Ce l'avete messa tutta. Complimenti.
Sabrina Martina: Grazie di cuore.
Fabrique du Cinéma: Tommaso, è inutile girarci intorno: la pellicola è soprattutto un J'accuse e un monito indirizzato principalmente a noi uomini. Quanto ha modificato il tuo stare al mondo la tragedia di Giulia e l'opportunità di portarla in scena?
Tommaso Allione: È un tema decisamente complesso. Personalmente, ho iniziato a farmi delle domande proprio durante le riprese, interrogativi che mi accompagnano tuttora. Mi chiedo: dov'è radicato in me questo patriarcato? Cos'è per me? E dove lo riconosco nella vita concreta e quotidiana che mi circonda? Sono queste riflessioni intime che ci permettono di innescare un cambiamento tangibile. Si può teorizzare all'infinito, ma credo che noi uomini dobbiamo innanzitutto guardarci dentro e capire concretamente cosa modificare nei nostri comportamenti.
Fabrique du Cinéma: E credi che la tua generazione lo stia facendo? Temo che la mia sia ormai compromessa.
Tommaso Allione: È difficile fare una stima generale, ma nel mio ambiente frequento molte persone che si pongono le mie stesse domande, spesso con urgenza e cura ancora maggiori. Tuttavia, c'è tantissimo da lavorare e non possiamo certo dirci soddisfatti. I nostri modi di fare stanno cambiando, ma finché i femminicidi resteranno all'ordine del giorno, significherà che abbiamo ancora molta strada da percorrere.
