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Giulia Carlei

Giulio Pranno, magnetico e multiforme

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Il suo esordio al cinema è stato sotto la guida di Gabriele Salvatores in Tutto il mio folle amore nel 2019: un ruolo complesso e delicato, ma l’interpretazione di Giulio lo porta a conquistare critica, pubblico e il regista stesso. «Con Gabriele è stato amore a prima vista», dice Giulio Pranno, ed è proprio da questo amore che nasce una seconda collaborazione nel 2021 per Comedians. Nel 2020 Pranno ottiene un ruolo da coprotagonista in Security di Peter Chelsom e lo vedremo fra poco nei cinema in La scuola cattolica diretto da Stefano Mordini, con Benedetta Porcaroli.

Ti avvicini alla recitazione nel 2012 con un corso di teatro a Roma. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta e che ricordi hai di quegli anni?

È stato mio padre a consigliarmi di iscrivermi al corso di teatro in un momento per me abbastanza difficile. Ero chiuso, non uscivo di casa e non frequentavo molte persone. All’inizio ero titubante, poi mi sono fidato di lui e ne è valsa la pena. Il momento in cui ho capito veramente che quella della recitazione era la mia strada è stato il giorno in cui ho interpretato il personaggio di Puck in Sogno di una notte di mezza estate. In quell’occasione improvvisato e mi sono preso il mio primo applauso a scena aperta. Consiglio a tutti un’esperienza in teatro, è un’arte che porta a galla tante cose profonde e aiuta nella vita, a prescindere che si abbia o no un interesse specifico nella recitazione.

In Tutto il mio folle amore interpreti Vincent Manzato, un sedicenne affetto da autismo. In che modo hai studiato il personaggio?

Per il provino mi sono preparato con un insegnante di teatro che mi ha suggerito delle idee molto forti che sono state utili. Poi a Roma ho frequentato alcune comunità di ragazzi con sindrome dello spettro autistico. Sicuramente però la cosa che mi è stata più utile è stato il contatto diretto con Andrea [Andrea Antonello, a cui è ispirato il personaggio di Vincent]. È una personalità pazzesca, quando l’ho conosciuto ha affascinato me come tutti quelli che gli stanno attorno, è davvero magnetico. Ho da subito desiderato che Vincent facesse lo stesso effetto, che fosse un catalizzatore di emozioni esattamente come lo è Andrea. Ho rubato molti modi di fare da lui: ad esempio si metteva lo zaino sotto l’ascella e poi alzava le mani facendolo cadere. La cosa mi ha colpito a tal punto che con Salvatores abbiamo deciso di far compiere al mio personaggio la stessa azione anche se con un bastone. Sono estremamente grato sia ad Andrea che alla sua famiglia. Ho dormito in casa loro per due giorni ed è stata un’esperienza incredibile. Per me era fondamentale rendere giustizia a una persona così bella.

E Andrea ha apprezzato?

Dopo aver visto il film mi ha mandato il messaggio più bello che potessi desiderare: «Giulio, sei un vero autistico!». Lo conservo tutt’ora e lo rileggo spesso. Quando siamo andati assieme a presentare il film alla Mostra del Cinema di Venezia, Andrea è stato molto felice e, nonostante non fosse capace di esprimerlo a parole, la sua gioia era evidente.

Quest’anno ti abbiamo visto diretto di nuovo da Salvatores in Comedians, dove interpreti un giovane aspirante comico con una vena inquietante, quasi sadica. C’è un film o un personaggio a cui ti sei ispirato?

È stato un personaggio molto complesso, una vera sfida. Non mi sono ispirato a qualcuno in particolare, ma Gabriele mi ha consigliato di vedere il film sul comico Lenny Bruce [Lenny di Bob Fosse con Dustin Hoffman, 1974], un capolavoro. Abbiamo fatto settimane di prove e abbiamo costruito un personaggio molto sfaccettato, che spero venga capito. Salvatores è un grande nel dirigere gli attori e ha una tecnica che mi piace moltissimo, da vero paraculo… Apparentemente ti lascia carta bianca, ma alla fine del film ti rendi conto che hai fatto esattamente ciò che lui desiderava!

Nel 2020 Security di Peter Chelsom, nei panni di Dario, un ragazzo coinvolto in vicende di violenza a Forte dei Marmi. Come è stato essere diretto da un regista britannico?

Inizio confessandoti che non so parlare inglese [ride]. La storia di come sono arrivato a far parte di questo film è assurda. Ero in treno e ho incontrato casualmente il produttore del film, chiacchieriamo un po’ e mi dice che Chelsom sta lavorando a un progetto dove c’è un personaggio perfetto per me. Mi convinco e vado per conoscere il regista, sicuro di dover fare un provino, ma in realtà mi sono ritrovato con Peter che, semplicemente guardandomi, mi dice: «Per me sei tu che devi fare questo film». Sono rimasto senza parole. Chelsom è un ottimo regista che ha lavorato con grandissimi attori, essere diretto da lui è stata un’esperienza molto formativa. L’unica vera difficoltà è stato il tempo, avevamo poco più di cinque settimane e abbiamo praticamente fatto tutte le scene con un solo take. Non è stato facilissimo, a volte mi sarei voluto concentrare di più sul mio personaggio, però sicuramente è stato costruttivo e divertente.

Ti abbiamo visto a Venezia 78 in La scuola cattolica di Stefano Mordini, sull’ambiente borghese che ha reso possibile il massacro del Circeo. Puoi parlarci del tuo personaggio?

Avevo fatto il provino per un altro personaggio, ma secondo Stefano non ero adatto. Non ti nego che all’inizio ci sono rimasto piuttosto male perché il film mi interessava molto e l’idea mi sembrava bella. Dopo un po’ di tempo però mi arriva una chiamata: un altro attore non poteva più partecipare e Stefano chiedeva la mia disponibilità. Ho accettato di corsa, tempo 24 ore ed ero felice sul set. Con Mordini mi sono trovato bene, è sempre molto sicuro e schietto, mi piace.

Veniamo al video di Un’altra dimensione dei Måneskin nel 2019. Grandi, fuori dalle regole, un successo internazionale. Come li hai conosciuti e che rapporto hai con loro? 

I Måneskin sono dei miei cari amici, con Damiano ero compagno di liceo e abbiamo sempre fatto parte dello stesso gruppo. Ci frequentiamo e ci vediamo tutt’ora. Il video è stata una sua proposta. Un giorno mi ha chiamato e mi ha detto: «Io cerco un attore e tu sei attore, ci conosciamo bene e la pensiamo allo stesso modo, perché non lo facciamo insieme questo video?». È stato un giorno di riprese veramente figo, con gli YouNuts alla regia, che hanno sempre girato grandi videoclip.

Se dopo di me potessi prendere un caffè con una persona per te importante, chi sceglieresti?

Una persona che stimo molto e con cui vorrei prendermi un caffè è Francesco Bruni. Ho iniziato da poco a seguirlo su Instagram e ho scoperto che, oltre ad avere un grande talento, ha anche un grande umorismo e penso che mi divertirei molto a prendere un caffè con lui, scambiandoci qualche idea o qualche pensiero buffo.

Fotografa: ROBERTA KRASNIG, Assistenti fotografa: LAURA AURIZZI ELISA MALLAMACI, Stylist: STEFANIA SCIORTINO, Abiti: Gucci, Capelli: ADRIANO [email protected] / GIADA [email protected] , Prodotti per capelli: BODY E SUN SCHWARZKOPF PROFESSIONAL, Trucco: ILARIA DI [email protected] IDLMAKEUP

La tecnica, ovvero come conquistare la tua prima ragazza

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La tecnica è un cortometraggio di formazione co-diretto da Clemente de Muro e Davide Mardegan, alias CRIC. Vincitore del Cortinametraggio 2021, il film ha anche concorso al Torino Film Festival 2020 e al Leeds Film Festival.

Protagonista della vicenda è Leo, adolescente insicuro e un po’ goffo, figlio di pastori della campagna toscana. Un giorno conosce Cesare, un turista coetaneo più determinato che insegnerà a Leo “la tecnica” per conquistare la ragazza che ama e lo supporterà nella ricerca della fiducia in sé, aiutandolo a superare l’imbarazzo della prima volta (qui il trailer).

Emozioni e insicurezze intensificate dal paesaggio reale e semplice di Larderello, paesino toscano nella provincia di Pisa. Un’autenticità sottolineata ancor di più da un dialetto evidente, un toscano informale e genuino, e da un cast composto dagli abitanti di Larderello alle prese con una videocamera per la prima volta. Un corto “senza tempo” che racconta la più pura delle vicende senza fronzoli né orpelli, ma con la semplicità e la naturalezza della più bella delle cose: il primo amore.

Clemente De Muro e Davide Mardegan, vi firmate come duo con il nome d’arte CRIC: come è nata la vostra amicizia e collaborazione?

C.d.M Ci siamo conosciuti a 19 anni, una vita fa! Studiavamo lettere e filosofia a Milano e avevamo amicizie comuni in Cattolica. Da lì abbiamo iniziato a collaborare facendo prima foto e poi cominciando a scrivere e girare piccole storie. È bastato poco perché iniziassimo il nostro percorso insieme da registi. Da quel momento siamo una cosa sola: CRIC. È un nome nato per scherzo, un suono pensato all’università che da sempre ci è sembrato divertente, ci piaceva e ci è rimasto addosso.

D.M Io e Clem siamo cresciuti insieme, abbiamo sempre avuto come obiettivo comune quello di produrre qualcosa di narrativo. Quando co-dirigiamo pubblicità ci vengono sempre richiesti prodotti storytelling. Siamo partiti da subito cercando di sfatare il mito dei 30 secondi della pubblicità che dominava questo mondo per arrivare a trattare delle storie più lunghe, delle vicende più articolate. Anche per questo il passaggio dagli spot alla fiction è stato naturale.

Il cortometraggio La tecnica è ambientato a Larderello, un piccolo paese sulle colline toscane abitato da meno di mille persone, cosa vi ha portati lì?

D.M Stavamo facendo dei sopralluoghi per un altro progetto e siamo rimasti talmente affascinati da Larderello che abbiamo subito scelto di ambientare lì la vicenda. È un posto unico, riempito da centrali geotermiche, acque sulfuree e geyser, sperduto nella Toscana più sconosciuta, è una campagna vera che è rimasta ferma nel tempo. Abbiamo girato il corto nell’estate del 2019, è stato un tuffo nel passato: odori, suoni e colori mi hanno ricordato le vacanze della mia infanzia, quei mesi torridi in cui si veniva parcheggiati dai nonni mentre i genitori ancora lavoravano. Il paesaggio inoltre a livello visivo ci è sembrato molto particolare e forte, un verde inesplorato a cui a volte si contrappongono delle ciminiere che sembrano quasi provenire da uno scenario nucleare.

C.d.M L’effetto che volevamo dare era quello di un luogo senza tempo, qualcosa che risultasse come un ricordo non collocabile né in un presente né in un passato ben precisi. Era lo scenario giusto per immortalare la storia di un passaggio, di un cammino verso avvenimenti importanti come il primo bacio o il primo approccio con una donna.

La storia è genuina come i ragazzi che avete scelto per interpretarla: giovani abitanti del paese per la prima volta davanti a una telecamera. In questo caso siete stati voi ad insegnare loro “la tecnica”. Come è stato?

C.d.M La costruzione del cortometraggio è andata avanti un passo alla volta, un po’ come fosse un reportage fotografico. Siamo arrivati nel paese, abbiamo iniziato a conoscere le persone del luogo, ci siamo presentati alla scuola e qui abbiamo avuto modo di conoscere i ragazzi. La scelta degli interpreti è stata amore a prima vista: li abbiamo riconosciuti subito. Con Leonardo è immediatamente nata una grandissima empatia, lui è molto simile al suo personaggio e lo ha subito colto. Nilde ha una personalità fortissima, è nata in una famiglia di artisti e in un contesto molto stimolante, trasmette forza e creatività. Infine Cesare è un cuore d’oro, oltre ad averci aiutato come attore ci ha anche dato una mano a risolvere problemi pratici, a radunare gli amici e a creare un bellissimo gruppo.

D.M. Sono più che orgoglioso della scelta che abbiamo preso, non tornerei mai indietro prendendo attori professionisti o persone che comunque hanno già avuto un primo approccio con un set. Penso che la vera essenza del corto sia proprio nell’insieme dell’essenzialità dei posti e delle personalità scelte, l’hanno reso puro come desideravamo. La cadenza degli interpreti, il loro accento, il fatto che fossero protagonisti del luogo non solo nella vicenda, i loro atteggiamenti radicati nella cultura di quel posto, è tutto questo che ha conferito al corto un’aura diversa.

La tecnica corto
Uno dei giovani protagonisti de “La tecnica”.

Per girare avete usato una Kodak 16 mm, che dà alla fotografia un’impronta retrò: questo ha un significato particolare o è una ragione puramente estetica?

D.M. I motivi sono tanti. Non è stata una scelta casuale né presa alla leggera perché richiede un impegno e dei costi diversi. Sicuramente la pellicola ha dato ancora di più il sapore di ricordo estivo che domina l’interno cortometraggio. Inoltre venendo dalla pubblicità avevamo voglia di confrontarci con uno strumento che fosse il mezzo cinematografico per eccellenza.

C.d.M Della pellicola mi è piaciuto il fatto che fosse una protagonista in più tra la macchina da presa, gli attori e le location. Mentre il digitale è immediato, con la pellicola si crea una sorta di tensione e di incertezza emozionanti. È un esercizio che ci ha fatto capire che non abbiamo un hard disk infinito, ma un numero limitato di scene che dobbiamo ben spendere. Ti toglie il vizio di vedere subito ciò che hai fatto, lascia un alone mistero e ti obbliga a un’attenzione e una cura particolari in ogni singola scena. È un metodo un po’ zen di dare tempo al tempo e di accontentarsi di qualcosa che non è per forza preciso o maniacale. 

Progetti per il futuro?

C.d.M Stiamo continuando a fare pubblicità e parallelamente stiamo preparando una serie per Netflix che gireremo questo autunno e che uscirà nell’inverno del 2022, una storia di relazioni con una forte componente al femminile, di affermazione e di lotta. Inoltre stiamo sviluppando un’altra serie TV di cui siamo ancora in fase di scrittura, abbiamo girato un trailer e preparato la struttura.

Per concludere vi faccio una domanda che pongo alla fine di tutte le mie interviste: se dopo di me poteste scegliere una persona importante per te con cui prendere un caffè, chi scegliereste?

C.d.M Penso che entrambi vorremmo prenderci un caffè con Michelangelo Antonioni [ride ndr], è il primo nome che mi viene in mente se penso a “persona importante per te”. Si potrebbe fare una bella cena di vino in montagna, o al mare alle Eolie.

D.M. Io forse lo prenderei anche con Ermanno Olmi, in un alpeggio, organizzerei una cena anche con Clem e senza dubbio, Antonioni… Proprio un sogno. 

 

 

Gabriel Montesi, da Cassano a Bukowski con passione

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Eclettico e intenso, Gabriel Montesi, classe ’92, è una delle promesse più promettenti del cinema italiano. Inizia da un piccolo teatro di Aprilia per entrare successivamente alla Scuola d’arte cinematografica Gianmaria Volontè: per lui il cinema è collettività, scambio e armonia tra anime diverse. Negli ultimi anni ha lavorato con registi del calibro di Fabio e Damiano D’Innocenzo e Matteo Rovere e lo abbiamo visto da poco nei panni di Antonio Cassano diretto da Luca Ribuoli. È una persona istintiva che preferisce «occuparsi del presente anziché preoccuparsi del futuro», perché è così che sono nati alcuni degli incontri che hanno segnato la sua carriera.

Ti avvicini al mondo della recitazione a meno di vent’anni. Nel 2019 termini il tuo percorso alla Volonté. Chi è oggi Gabriel Montesi?

Non lo so [ride], ancora non lo so. La ricerca di me stesso è stata la vera ragione per cui mi sono avvicinato alla recitazione. Avevo 19 anni, ero in quella fase della vita in cui non sai né chi sei né chi vuoi essere, io e un mio amico siamo andati ad Aprilia a seguire un corso di teatro dentro una ex fabbrica abbandonata, ci sembrava un’atmosfera divertente. In seguito mi sono avvicinato a Roma frequentando dei laboratori e nel 2016 sono entrato alla Volontè, ed è stata una delle più grandi opportunità che mi sia mai capitata. Grazie alle persone che ho conosciuto lì ho capito veramente l’importanza del gruppo e che il cinema è un’arte collettiva. In assoluto sono una persona che preferisce puntare a occuparsi del presente più che a preoccuparsi del futuro. Ho sempre vissuto l’oggi e ciò mi ha portato a fare begli incontri, ho messo da parte tante esperienze che ora mi stanno aiutando a costruire la mia persona.

Ti abbiamo visto lo scorso anno in Favolacce dei fratelli D’Innocenzo. Come ti sei trovato nei panni di Amelio?

È stato un viaggio bellissimo, a volte ancora mi manca quel set e le sue sensazioni. Ho incontrato i fratelli D’Innocenzo grazie al casting director Davide Zurolo che mi mise a fare la spalla durante i provini di Favolacce. Ho sentito da subito una forte intesa con Fabio e Damiano, legata forse anche al fatto che proveniamo tutti da un’infanzia vissuta in un piccolo paesino. Questo credo che ti regali una certa poetica e un preciso modo di vedere le cose, di recepirle e di ascoltarle. Amelio è stato un personaggio che mi ha posto molte domande sul concetto di famiglia. L’intero film racconta di persone che hanno l’obiettivo di raggiungere un desiderio di perfezione, una famiglia divinizzata. La figura di Amelio è un po’ il paradosso del film, il completo opposto del personaggio interpretato da Elio [Germano ndr]: è euforico, non sa bene come fare il padre e non sa come dare amore, quindi tratta il figlio Geremia più come se fosse un amico, un fratellino. Favolacce è un film che, oltre ad avermi fatto riflettere come attore, mi ha messo in discussione anche come spettatore, stravolgendo i miei concetti personali di vita e di morte, di buono e di cattivo.

In Romulus di Matteo Rovere eri il re Cnaeus. Cosa ti ha lasciato questo personaggio?

Cneaus è un re che si autoproclama all’interno di un gruppo, interpretarlo mi ha ricordato Il Signore delle mosche. Domina il branco per garantirsi una sopravvivenza più lunga. È un personaggio interessante e mi ha fatto molto piacere tornare a lavorare con Rovere che avevo già conosciuto precedentemente sul set de Il primo re. Di questa serie ho amato anche il fatto che il concetto di “branco” (in senso positivo) si è ricreato perfettamente anche all’interno del set, mi sono trovato circondato da persone meravigliose che mi hanno aiutato a costruire il mio personaggio e a sostenerlo. Ho legato moltissimo con Claudio Bellisario, un giovane attore formidabile conosciuto lì, e con Marco Cicalese, con cui invece avevo già condiviso tutto il percorso all’interno della Volontè.

Gabriel MontesiTi abbiamo rivisto su Sky in Speravo de morì prima, miniserie italiana diretta da Luca Ribuoli: che effetto ti ha fatto interpretare un mito del calcio come Antonio Cassano? 

Quando ho fatto il provino per Cassano mi sono presentato al casting con il suo taglio di capelli, per calarmi meglio nel personaggio. Ricordo che guardandomi allo specchio ho pensato: “Ao’, però ce prendo!”. Nonostante la somiglianza fisiognomica è stato impegnativo interpretare una personalità geniale e stravagante come quella di questo mito del calcio. Una delle sfide più grandi poi è stato il dialetto barese: per questo devo ringraziare infinitamente Francesco Zenzola, un attore fantastico senza il quale non sarei riuscito a fare nulla. Lui è di Bari e abbiamo fatto insieme un doppio lavoro: siamo arrivati prima a un barese più pulito e poi a uno con cadenza “spagnoleggiante” dovuta all’anno che Cassano ha passato in Spagna con il Real Madrid. È stata la prima volta che ho interpretato una persona reale e grazie a questo ho imparato che mi piace restituire e non imitare. Scegliendo alcuni gesti e alcune movenze è come se restituissi a Cassano una parte di sé e così facendo lo ringraziassi in modo vero e puro.

Sarai anche nella serie Christian, sempre per Sky, diretta da Stefano Lodovichi e Roberto “Saku” Cinardi. Vuoi parlarci della trama?

Christian, interpretato da Edoardo Pesce, vive alla periferia di Roma in un contesto di criminalità. Sopravvive “menando”, fino a quando non si ritrova con dei segni sulle mani, che scopre essere delle stimmate. La serie viaggia su questo contrasto, si costruisce sul limite tra il reale e i miracoli. Qui io interpreto Penna, un piccolo malvivente amico della compagnia di Christian. Lavorare con Edoardo è stato davvero formativo e divertente, è un grande. Personalmente non credo al “sovrannaturale” ma sono sicuro che esista un qualcosa che va oltre i nostri limiti, che superi i nostri pensieri. Mi piace spostare lo sguardo.

Sei considerato una delle giovani promesse del cinema italiano: come vedi il futuro di questo mondo? Un consiglio ai giovani che vorrebbero fare il tuo lavoro?

Se io so’ una promessa già siamo messi male! Non lo so, stiamo vivendo un presente in cui il futuro fa un po’ paura ma in ogni caso sono ottimista, e penso che ci sarà presto una grande rinascita. Comunque, spero in una reazione più che in una resistenza. A un giovane che si sta avviando in un percorso lavorativo come il mio dico di continuare, di non arrendersi mai e soprattutto di sentire la “fame” di questo mestiere. Per me recitare ormai non è neanche più una passione, è una sorta di bisogno fisico che mi fa star bene, una parte di me senza la quale non riesco nemmeno a immaginarmi. Non ci dobbiamo far fermare dalla situazione di distacco che stiamo vivendo, dobbiamo interagire con persone con la stessa passione, perché il cinema è collettività, è scambio, è armonia tra anime diverse.

Gabriel MontesiHai interpretato ruoli diversi, quasi sempre drammatici: quale di questi ti è rimasto particolarmente impresso?

Ogni ruolo ha lasciato in me qualcosa e non ne vorrei scegliere uno in particolare. Ho paura che dovendo prediligere un personaggio sugli altri mi lascerei troppo influenzare, mentre voglio sentirmi sempre libero e completamente adattabile. Se dovessi scegliere invece una personalità che vorrei interpretare e che mi piacerebbe studiare, è quella di Martin Luther King.

Se dopo di me potessi prendere un caffè con una persona per te importante, chi sceglieresti?

Mio fratello Gianmarco, per me lui è stato ed è tuttora un maestro, è una persona ribelle e coraggiosa che va dritto per la sua strada. Non ha paura di osare e per questo ha e avrà per sempre tutta la mia stima. Pensando a lui mi viene in mente una frase di Bukowski: «Godo nel minacciare il sole con una pistola ad acqua».

Fotografa: ROBERTA KRASNIG Assistenti fotografa: LAURA AURIZZI / ELISA MALLAMACI Stylist: CONSUELO MOCETTI per STEFANIA SCIORTINO STYLIST Trucco: ELEONORA DE [email protected] Capelli: GIADA [email protected] Abiti: HUGO BOSS / LEVI’S / BOMBOOGIE / BERNA / ANERKJENDT

Onolulo, il sogno di due ragazze in fuga

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Quello della violenza di genere è un tema importante e finalmente presente nel dibattito pubblico almeno dai tempi del #metoo: il giovane regista Iacopo Zanon ha scelto questo tema per il suo cortometraggio Onolulo (prodotto da Zerosix Productions e Pinup Filmaking, distribuzione Elenfant), candidato finalista ai Fabrique Awards 2020

Onolulo parla di due giovani donne che in modi diversi sono vittime di violenza di genere.

La scrittura del corto è partita dall’immagine di una ragazza che scappa da una brutta situazione e si infila nella macchina di un’amica per salvarsi. Sono due donne che non navigano nell’oro e che hanno bisogno di lavorare per sopravvivere. Una, interpretata da Michela De Rossi, si guadagna da vivere esibendosi su siti pornografici, l’altra, Carlotta Antonelli, fa la cameriera. Le conosciamo in un momento in cui Carla subisce un’avance esplicita e aggressiva da parte di un cliente sul lavoro, mentre Giulia riceve una proposta da parte di un utente del sito di fare l’amore a pagamento: due universi che si intrecciano e che alla fine si aiuteranno a vicenda.

Perché hai scelto questo tema per il tuo cortometraggio?

Ho iniziato a riflettere su questo problema prima del caso Weinstein (2017). Penso che il genere maschile debba decostruire una mentalità che va avanti da secoli e che è stata edificata su una serie di pregiudizi e di falsi miti. Ora, per fortuna, abbiamo negli Stati Uniti una vicepresidente donna, Kamala Harris, e spero che questo sia un segnale importante per ridurre lo squilibrio di genere. Purtroppo durante la pandemia abbiamo visto come la violenza di genere sia aumentata: è evidente che quello che stiamo vivendo, oltre a farci soffrire tutti umanamente, ha anche portato parecchi uomini a infliggere sofferenze alle loro conviventi.

Nella scena dell’incubo che fa una delle due protagoniste durante la notte in fuga c’è un messaggio importante: vuoi spiegarci meglio il suo valore simbolico?

Qualsiasi tipo di violenza lascia un segno su di noi. Anche un’avance, un corteggiamento aggressivo come appunto nel caso di Carla, causa delle conseguenze psicologiche che possono riemergere nei sogni, o meglio negli incubi. Mi interessa molto questo aspetto perché viviamo in una società nella quale quando si parla di violenza sulle donne si dà particolare importanza ai danni fisici e meno a quelli psicologici, che invece sono altrettanto dolorosi. Nel corto, durante la scena del sogno, mi sono rifatto a un’estetica alla Nightmare di Wes Craven e al film horror di autore, prendendo spunto anche da Stephen King. Mi interessava che l’uomo dell’incubo non fosse troppo connotato fisicamente, perché deve rappresentare tutto il mondo maschile.

Onolulo finisce con un’alba. Che significato ha per la storia?

Quella dell’alba è una citazione di un film di Gianni Amelio a cui sono molto legato, Il ladro di bambini. Ho voluto raccontare come, alla fine di questo viaggio dove le ragazze hanno parlato di loro e si sono capite meglio, si arrivi a un nuovo inizio pieno di nuove possibilità. Nella vita ognuno di noi ha delle opportunità per ricominciare, fare la cosa giusta, risolvere gli errori commessi e ripartire migliore di prima.

Carlotta Antonelli
Carlotta Antonelli

Honolulu è la capitale delle Hawaii dove le due protagoniste vorrebbero scappare. C’è un motivo per cui hai scelto questa isola?

L’idea viene da un vecchio film Disney, La spada nella roccia, in cui a un certo punto Merlino fa uno dei suoi incantesimi e parte come un razzo per andare proprio ad Honolulu. Questo luogo è un po’ come se fosse la metafora dell’isola felice, uno spazio immaginario in cui ci sono le palme, fa sempre caldo e c’è il mare, una sorta di terra promessa. Le protagoniste del corto vivono delle situazioni complicate e si trovano talmente schiacciate dalla realtà che credono che l’unico posto dove vivere felici possa essere questo luogo magnifico. Mi ha divertito il fatto che in realtà non sanno nemmeno pronunciare il nome di quest’isola, per loro non è “Honolulu” ma “Onolulo”, una versione storpiata che sta a rappresentare un mondo totalmente immaginario rispetto a ciò che realmente cercano.

Le protagoniste sono due attrici in ascesa, Carlotta Antonelli e Michela De Rossi.

L’incontro con loro è stato bellissimo, Carlotta e Michela sono due ottime professioniste, con tante “note” dentro di loro e una meravigliosa sensibilità. Il loro essere giovani e sotto alcuni punti di vista “fuori fuoco” è proprio quello che cercavo: l’umanità di due donne alla ricerca di loro stesse, non ancora completamente individuate. Le ho conosciute grazie a Gabriella Giannattasio, casting director con cui collaboro da anni. Girare con loro è stato molto divertente e intenso: Carlotta e Michela si sono dedicate con tanto amore a questa storia, interpretandola con unicità e rispetto.

Nuovi progetti in cantiere?

In questo momento sto scrivendo due serie che mi sono state chieste da case di produzione che hanno visto proprio Onolulo. Contemporaneamente continuo a coltivare il mio sogno di andare in sala. Ho davanti a me due fogli, uno per la televisione e l’altro per il cinema. Sono molto curioso di vedere che cosa succederà al grande schermo dopo questa pandemia. Già prima del Covid molto del lavoro si stava spostando sulle grandi piattaforme streaming. Oggi credo che un autore, quando progetta un nuovo lavoro, debba chiedersi: lo scrivo per la TV o per il cinema?

Faccio questa domanda alla fine di tutte le mie interviste: se dopo di me potessi prendere un caffè con una persona per te importante, con chi lo prenderesti?

Sicuramente con Ernest Hemingway. In lui ho sempre visto una sorta di secondo padre, quindi mi piacerebbe chiedergli tante cose, non solo di letteratura, ma anche di caccia e pesca!

“Con Le sorelle Macaluso a Venezia”, parla la produttrice Marica Stocchi

Marica Stocchi: giovane, donna, produttrice indipendente. Nel 2018 con Giuseppe Battiston fonda Rosamont, società di produzione cinematografica nata per realizzare film di alta qualità rivolti al pubblico e al mercato nazionale e internazionale. Con Rosamont Marica Stocchi ha prodotto due film subito approdati nell’empireo dei festival: Here we are di Nir Bergman, in coproduzione con Israele, tra i selezionati del Festival di Cannes 2020, e Le sorelle Macaluso di Emma Dante, in competizione alla 77a Mostra del Cinema di Venezia.

Di te si conosce ancora poco, in concorso a Venezia con un film di Emma Dante e a Cannes con un film in coproduzione con Israele: tu, Marica Stocchi, come ti definiresti?

Se dovessi scegliere una frase per descrivermi ti direi che sono una persona che ama raccontare storie. Nella mia vita ho sperimentato tanti mondi lavorativi differenti: prima in teatro, poi giornalista per “Il Messaggero”, collaboratrice per la casa editrice Minimum Fax e altre realtà editoriali, il tutto sempre con l’unico scopo di stare in mezzo alle storie.

Nel 2018 hai fondato la casa di produzione Rosamont insieme a Giuseppe Battiston. Come è nata questa collaborazione?

L’incontro è avvenuto sul set di Bookshow, il programma televisivo a cui stavo lavorando per Minimum Fax Media e che abbiamo realizzato per Sky Arte. Alcuni grandi attori italiani leggevano parti del loro libro preferito nella loro città e così ho conosciuto Giuseppe nella sua Udine. È stata fin da subito stima e simpatia reciproche. Poi, dal momento in cui ho iniziato a occuparmi di cinema, Giuseppe mi ha proposto di produrre il suo primo film da regista: «Aspetto che tu concluda il tuo primo film come produttrice, e se sopravvivi ti prometto che torno». È tornato e, quando ho deciso di fondare la mia società, lui era lì, il partner perfetto! Il nome significa “tramonto rosso”, da una poesia di Pierluigi Cappello, grande poeta friulano amico di Battiston, precocemente scomparso.

Marica Stocchi
Marica Stocchi

Le sorelle Macaluso, scritto e diretto da Emma Dante, è in concorso al Festival di Venezia. Raccontaci qualcosa del film.

Le sorelle Macaluso è tratto dall’omonimo spettacolo che Emma ha portato a teatro con grande successo. Quello con Emma è stato un altro incontro importante: lei era alla ricerca di un produttore e io sono riuscita, grazie al rapidissimo aiuto di RAI Cinema, a trovarle i necessari finanziamenti. Lavorare con lei è come stare sulle montagne russe… non ti annoi mai! Da grande regista di teatro quale è, Emma ha avuto una grande cura nel valorizzare le caratteristiche teatrali del suo cinema senza mai ridimensionarle. Durante le riprese ha vissuto non come regista dietro la camera, ma come un’anima dentro il gruppo delle sorelle. Ha sentito le loro azioni e a volte le ha modificate allontanandosi dalla sceneggiatura per adeguarsi all’energia che sentiva in quel preciso momento. Questo tipo di improvvisazione ha regalato al film uno dei suoi punti di forza, poiché permette allo spettatore di entrare in quello stesso gruppo, con quella stessa intensità. La vicenda narrata nel film è quella delle cinque sorelle Macaluso, che vivono nella periferia di Palermo, descritte in tre diversi momenti della loro vita: da bambine, in età adulta e infine da anziane. Alle cinque sorelle si è anche aggiunto un sesto personaggio: l’appartamento. La casa nella periferia di Palermo partecipa infatti attivamente a tutti gli sconvolgimenti della vita familiare, mutando insieme alle sorelle. Il film uscirà il 10 settembre distribuito da Teodora e invito vivamente il pubblico ad andare a vederlo al cinema, perché ritengo che la sala sia il luogo giusto dove vivere quest’esperienza.

Here we are di Nir Bergman, coproduzione israeliana, selezionato al festival di Cannes 2020. Una collaborazione internazionale importante.

Here we are racconta il rapporto tra un padre e un figlio con una disabilità che lo rende incapace di interagire con il mondo, in modo puro e vero, mai drammatico o triste. Credo questa sia in assoluto la cosa più straordinaria del film: nonostante il tema sia molto delicato, si prova malinconia, ma non tristezza. E sono orgogliosa di dire che questa è la prima coproduzione ufficiale tra Italia e Israele.

Progetti in cantiere?

Stiamo lavorando al primo film da regista di Giuseppe Battiston, scritto insieme a Marco Pettenello, che si trova già in uno stato relativamente avanzato. Le riprese erano previste per lo scorso maggio, ma a causa dell’emergenza Covid abbiamo rimandato al prossimo anno. È un film completamente diverso dai due precedenti, è una commedia che si avvicina un po’ al cinema di Mazzacurati, il più grande maestro di Giuseppe. Il cast è davvero straordinario e questa è una delle caratteristiche di Giuseppe regista: non lesinare sulla ricerca degli attori, anche la parte più piccola del film è affidata infatti a un bravissimo interprete. Due, questo il titolo, è una coproduzione internazionale con la Slovenia: tengo molto a costruire collaborazioni internazionali perché credo che lavorare con altri paesi sia un importante gemellaggio artistico e creativo, grazie al quale si incontrano tradizioni e culture diverse.

Fabrique è un giornale letto soprattutto dai giovani che amano il cinema e stanno muovendo i primi passi in questo mondo. Che consigli daresti loro, in base alla tua storia professionale?

Il primo consiglio che ci tengo a dare è quello di non mollare mai, perché quando si ha la fortuna di sapere ciò che si vuole si deve perseguire l’obiettivo con forza. Contemporaneamente a ciò credo sia fondamentale essere, passami il termine un po’ abusato, estremamente “liquidi”. È indispensabile possedere la capacità di ascoltare quello che il mondo ti propone e di adattarsi a situazioni diverse, perché sono tutte esperienze che alla fine ti migliorano e ti insegnano qualcosa di nuovo. Non ritengo esista un unico percorso da seguire o regole fisse da rispettare, perché l’unico percorso che ha senso è il tuo, ti costruisce mentre tu costruisci lui.

Se dopo di me potessi prendere un caffè con una persona per te importante, con chi lo prenderesti?

Non si può fare questa domanda a una mamma che lavora tante ore al giorno come me, perché ovviamente ti dice il proprio figlio! Il mio ha appena compiuto 12 anni e mi sorprende tutti i giorni, cambia continuamente e questo mi diverte e mi incuriosisce. In questi ultimi due anni così intensi ha accettato con pazienza i miei tempi, le mie mancanze, i miei entusiasmi e le mie incertezze: gli sono davvero grata.

 

Gabriel, sex robot per signore

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Gabriel è la storia di Agatha, una donna di settant’anni da poco vedova, che ha come unico stimolo la presenza della focosa giovane coppia che le abita accanto. A eccitarla è in particolar modo Gabriel, il seducente vicino di casa, per il quale sente una grandissima attrazione. In un momento di estrema solitudine la donna cerca su Internet un qualcosa che possa appagare le sue fantasie erotiche e scopre una pagina di robotica sessuale dove acquista un robot che decide di chiamare “Gabriel”. Inizia così per Agatha un percorso verso un mondo intrigante e sconosciuto.

Una sceneggiatura a due mani

Pierfrancesco Artini, classe 1988, cresce a Padova ma lascia presto l’Italia per trasferirsi prima a Londra, dove frequenta una scuola di cinema, e successivamente a Madrid. Giovane e talentuoso, nel suo percorso artistico incontra Claudio Masenza, sceneggiatore, direttore artistico, critico e regista di fama internazionale. Da questa collaborazione nasce Gabriel, cortometraggio girato in spagnolo a Madrid, da dove lo sentiamo via skype, “triangolando” con Masenza che ci risponde da Roma.

Pierfrancesco, come è nata l’idea di Gabriel?

Da un articolo che parlava della creazione nel 2019, da parte della compagnia americana Realbotix, di un robot sessuale chiamato “Harry”. La cosa che più mi ha sorpreso è che il robot era nato solo con sembianze femminili e quindi pensato principalmente per l’appagamento sessuale degli uomini. Solo di recente è stato prodotto il primo prototipo maschile rivolto alle donne. Con questo cortometraggio ho voluto mostrare come in realtà la pulsione sessuale sia un bisogno fisiologico che appartiene ad entrambi i sessi, in ugual modo e soprattutto a qualsiasi età.

Da anni vivi a Madrid, che rapporti hai con il cinema italiano?

L’Italia l’ho lasciata ormai da dieci anni, dopo il liceo mi sono spostato a Londra per studiare cinema. Mi sono trasferito a Madrid quando mi è stata data la possibilità di aprire uno studio fotografico dove ancora oggi lavoro, AR.TE studio. La fotografia è sempre stata un punto saldo della mia vita e poter far convivere questo mondo con quello del cinema per me è la realizzazione di un sogno. Rispetto al cinema italiano invece nutro un rapporto di grandissimo rispetto e costante ammirazione e mi riferisco a registi quali Matteo Garrone, Ferzan Ozpetek, Pietro Marcello e Gabriele Mainetti.

Progetti per il futuro?

Al momento ho in cantiere due sceneggiature che ho scritto durante la quarantena e che adesso stanno prendendo forma. Nonostante le ovvie preoccupazioni per la tragedia globale che abbiamo vissuto con il Covid, la clausura obbligata è stata per me qualcosa di molto formativo e produttivo.

La sceneggiatura di Gabriel è stata scritta con Claudio Masenza: come nasce la vostra collaborazione?

Io e Claudio siamo amici da molti anni e il tutto è nato da un comune amore per il cinema. Non scherzo se ti dico che Claudio è la persona con la più grande cultura cinematografica che abbia mai conosciuto. È capace di dire con nonchalance: “No, questo è già stato fatto nel ’45! Questo lo si è visto nell’82!” Impressionante!  Per me Claudio è un grandissimo modello di riferimento, una fonte di ispirazione costante, un’enciclopedia vivente dotata inoltre di un’immensa simpatia. Abbiamo scritto diverse cose assieme e questa è la prima che abbiamo visto realizzata.

Pierfrancesco Artini e Claudio Masenza
Pierfrancesco Artini e Claudio Masenza

Claudio, come hai conosciuto Pierfrancesco?

Attraverso Instagram, dove ci siamo reciprocamente commentati dei post e io mi sono subito reso conto del suo talento. Diciamo che poi la vera collaborazione artistica è avvenuta nel tempo. La storia di Gabriel mi è sembrata fin dall’inizio innovativa e per questo ho collaborato volentieri con Pierfrancesco alla scrittura. La forza di Gabriel sta nel riuscire a trattare la sessualità di una donna anziana, argomento visto da sempre come una sorta di perversione anomala e grottesca. Mi piaceva l’idea di trattare questa tematica come ciò che penso sia nella realtà: una normalità.

Da colonna portante del cinema quale sei, cosa pensi del nuovo cinema emergente italiano?

Allora, innanzitutto una cosa che ho imparato è che se sei un over-70 e lavori in questo mondo da mezzo secolo diventi automaticamente una “colonna portante del cinema italiano” e a tratti anche un mito! [ridiamo ndr].  Ho iniziato a vedere i film da piccolissimo, quando ancora non esisteva la televisione ed io, essendo un bambino particolarmente furbo, finivo i compiti presto e trascorrevo i pomeriggi al cinema. Quindi diciamo che per me oggi è impossibile vedere i film delle nuove generazioni senza fare un collegamento con film che ho già visto. Di fondo non posso che considerare il nuovo cinema un omaggio al vecchio. Mi è capitato comunque di rimanere folgorato da film come Mademoiselle [2016, diretto da Park Chan-wook ndr] che credo sia visivamente di una bellezza struggente e disarmante.

Faccio questa domanda alla fine di tutte le mie interviste: se dopo di me poteste scegliere una persona per voi molto importante con cui prendere un caffè, chi scegliereste?

P.A. Senza alcun dubbio Alfred Hitchcock. Provo una grande ammirazione verso di lui fin da quando avevo 14 anni perché i miei genitori mi facevano vedere tutti i suoi film. Hitchcock è stato non solo un grandissimo regista ma anche un grande innovatore di tecniche cinematografiche e sarei proprio curioso di ascoltarlo o anche solo di stargli accanto…

C.M. Dopo di te prenderei molto volentieri un caffè con Bernardo Bertolucci, uno degli amici più importanti della mia vita che ancora oggi mi manca tantissimo. Dopo un anno e mezzo dalla sua scomparsa, mi viene ancora spontaneo desiderare di telefonargli per proporgli la visione di un film raro che ho visto online. Vorrei che questo fosse un piccolo regalo indirizzato a lui, un modo per ripetergli che mi manca e che gli voglio un bene immenso.

Ileana D’Ambra, la trasformista

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Un esordio coraggioso

Ileana D’Ambra è una giovane attrice al suo debutto cinematografico accanto ad Elio Germano nel film Favolacce dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo (Orso d’Argento per la sceneggiatura a Berlino), da qualche giorno in onda sulle maggiori piattaforme streaming.

Vilma, donna-bambina

Scelta dai talentuosi fratelli romani per il suo volto “portatore di dolcezza”, Ileana D’Ambra si è messa in gioco con grande coraggio e ci ha regalato un personaggio senza filtri, Vilma, per la quale è ingrassata di quasi 20 kg.

Ti abbiamo vista nei panni di Vilma in Favolacce, vuoi raccontarci qualcosa di lei?

Vilma è una ragazza di 19 anni, vive e lavora con la mamma, il papà non lo vediamo, ed è fidanzata con Mattia. Lei però non è sola e si presenta fin dalla prima scena con un grembo gonfio che dentro contiene una bambina. Vilma la definirei una “middleclass decaduta”, come d’altronde tutti i personaggi del film.  È un personaggio pieno di contraddizioni: è molto bambina, lo si nota da aspetti estremamente infantili come il suo modo di vivere la femminilità e la sessualità. Un’altra contraddizione di Vilma è il contrasto tra il suo voler apparire gentile e i suoi naturali modi un po’ rudi e sgraziati.

Ileana D'Ambra al Festival di Berlino
Ileana D’Ambra al Festival di Berlino

Come sei stata scelta dai d’Innocenzo?

Io non credo nella fortuna, credo semplicemente che esista il momento giusto. Fare l’attrice per me è stata una scelta di vita legata a una passione innata. In questo mestiere devi avere le spalle larghe per accettare un quantitativo gigantesco di no e tradurli in occasioni per crescere e migliorarsi. È fondamentale essere resilienti e volgere al positivo quanto ti capita, perché è proprio grazie a questo che le esperienze personali diventano nuove “sfumature” di te nel tuo lavoro. Ecco, penso che con Favolacce sia arrivato il mio momento giusto.

Vilma è stato un personaggio impegnativo dal punto di vista psicologico ma anche fisico, considerando che per interpretarlo hai dovuto prendere quasi 20 kg.

In realtà, nonostante l’iniziale difficoltà, credo sia proprio grazie a questo importante aumento di peso che mi sono realmente calata nel personaggio di Vilma. Fin da subito il mio viso, scelto dai fratelli D’Innocenzo perché – dicono – “portatore di infinita dolcezza”, con l’aumentare dei chili cambiava e diventava altro, così come il mio fisico e il mio portamento. Ero goffa e scoordinata, con un’andatura da camionista! Ho capito che Vilma stava prendendo forma dentro di me.

Questo è stato il tuo primo film, che effetto ti ha fatto il set?

Inizio dicendoti che Fabio e Damiano riescono a rendere veramente semplici anche le cose più difficili. Da subito è scattato come un “clic” tra di noi, una sintonia e una stima reciproca che ha reso tutto estremamente naturale. Non dimenticherò mai il primo giorno sul set. Avevo l’adrenalina a mille e non appena sono arrivata mi sono detta: “Ok, questo è il mio posto, sono a casa mia!”. È esattamente per questo che spero di continuare a fare il cinema, perché mi sono veramente sentita al mio posto come mai sentita prima. La prima scena che ho girato, ambientata in un mercatino, per me non ha semplicemente rappresentato la nascita di Vilma, ma è stato anche l’inizio di un percorso di cambiamento personale. Una cosa con cui ho dovuto da subito fare l’abitudine sono stati i piani strettissimi sul mio viso e sul mio corpo. Prima dell’inizio delle riprese ho trascorso due giornate con Paolo Carnera, il direttore della fotografia, e con lui ho assistito ai provini per la camera e alla scelta degli obiettivi e delle lenti. È stato molto utile perché ho imparato e capito quello che poi ho ritrovato sul set.

Ileana-D-Ambra
Un ritratto di Ileana D’Ambra

Favolacce è uscito in un momento difficile e ci ha tenuto compagnia durante un periodo di isolamento forzato. Tu come hai trascorso il lockdown? Cosa ne hai guadagnato?

Ovviamente il radicale cambiamento di quotidianità che mi ha portata a passare da ritmi serrati e pienissimi a giornate lente e vuote, soprattutto all’inizio, è stato duro. Anche se il mio lavoro mi ha aiutata perché mi ha abituato a una routine mai scandita da orari fissi e allo stare molto spesso da sola, a studiare, a pensare, a guardare film. L’inizio del lockdown ha combaciato con il mio ritorno da Berlino, Favolacce aveva appena vinto l’Orso d’Argento per la sceneggiatura e io ero gasatissima. Mi sono guardata allo specchio e mi son detta: “Vai Ileana, questo è il tuo momento!”. Insomma ero pronta a non fermarmi più, ma una sorte ironica ha deciso di chiudermi in casa. Le mie giornate sono state altalenanti: a volte mi svegliavo piena di voglia di fare altre, quelle più no, le passavo a letto, tra libri e pensieri. La cosa bella è stata che durante questo periodo ho avuto la possibilità di sentirmi veramente vicino il mondo fuori. Mi spiego meglio: fin da piccolissima, ho sempre avuto una grande empatia verso gli altri e durante l’isolamento forzato mi sono sentita un tutt’uno con il mondo che insieme a me soffriva, cambiava e si adattava passo dopo passo.

Nuovi progetti? Hai già qualcosa in mente?

Al momento c’è un progetto di cui però per ora preferisco non dire nulla. Parlando in generale del futuro comunque spero che questo brutto periodo ci abbia finalmente fatto capire quanto la cultura sia importante per tutti. Spero che l’industria cinematografica possa riprendere al più presto, perché senza i film in questi lunghi giorni chiusi in casa non ce l’avremmo mai fatta!  Come dice poi lo scrittore Stefano Massini, quando viene a mancare la cultura emergono emozioni come la paura e altri sentimenti che inducono alla violenza.

Mi piace concludere le mie interviste con una domanda. Se dopo di me potessi prendere un caffè con una persona per te importante, con chi lo prenderesti?

Oddio, questa è una domanda davvero difficile [ride ndr]… Posso dirti due persone? La prima sarebbe sicuramente stata Goliarda Sapienza, di cui in questa quarantena ho finito di leggere L’arte della gioia, un libro rivoluzionario, con una figura femminile in continua evoluzione. La seconda invece è Marion Cotillard, attrice di quel cinema francese che tanto amo. Non ti nego che uno dei miei più grandi sogni è quello di lavorare in un set internazionale, sono certa che mi arricchirebbe tantissimo. Sì, direi che farmi due chiacchiere con Marion mi farebbe molto piacere!

Antonio Manzini: il mio Rocco per lo Spallanzani

Antonio Manzini è uno degli scrittori più amati dai lettori: negli ultimi anni i suoi libri sono sempre in testa alle classifiche sia in Italia che all’estero. Manzini ha lavorato nel cinema e in tv come sceneggiatore, regista e attore, ma è soprattutto il padre del personaggio di Rocco Schiavone, interpretato da Marco Giallini nell’omonima fiction su Rai 2 per tre stagioni che hanno fatto il pieno di ascolti.

[questionIcon]Da pochi giorni è uscito un tuo breve racconto inedito dal titolo L’amore ai tempi del COVID-19 sul sito di Sellerio. Hai fatto un dono ai tuoi lettori che lo possono scaricare gratuitamente. Al termine del brano rivolgi il tuo invito per una libera donazione destinata all’Ospedale Spallanzani di Roma. 

[answerIcon]Mi sembrava giusto, in un momento come questo, provare ad alleviare le persone dalla pesantezza di questa reclusione con un racconto che spero possa far loro bene. Ho pensato di “regalare” un racconto perché credo che di questi tempi ognuno debba condividere quello che sa fare meglio. Io non sono né un medico, né un infermiere, io scrivo, per cui l’unica cosa che posso fare è donare qualche momento di svago a chi mi legge. Inoltre non ti nego che mi divertiva molto l’idea di mettere Rocco Schiavone in una situazione allucinante come quella che stiamo vivendo. Leggere il brano è semplicissimo: si va sul sito di Sellerio e compare immediatamente una foto della mia fantastica faccia [ride] e un pulsante con il titolo L’amore ai tempi del Covid-19. A questo punto si scarica il brano o in formato PDF oppure in epub. La cosa a cui tengo molto è la richiesta per una piccola donazione destinata allo Spallanzani di Roma. Il link per effettuarla lo potete trovare alla fine del brano. Mi sembra un gesto opportuno, vista la situazione attuale e in generale, considerando che i soldi nella sanità non bastano mai, anzi, sono trent’anni che li tagliano e solo ora si sono resi conto del danno.

[questionIcon]Da quanto tempo è partita questa iniziativa e come sta andando?

[answerIcon]Questo progetto è partito da neanche una settimana e devo dire che sta andando veramente bene. Sellerio dice che sul sito sono circa 30.000 le persone ad aver letto il racconto. A questo si debbono addizionare le visualizzazioni provenienti dal sito di Feltrinelli e di altre due librerie online. Rispetto alle cifre raccolte non so ancora nulla, ma spero possano contribuire a dare un piccolo aiuto a persone che se lo meritano immensamente.

[questionIcon]Rocco Schiavone, fiction di grande successo per Rai 2 con Marco Giallini. Ti è già stato chiesto tanto su questo personaggio: qualcosa di nuovo su di lui che non conosciamo ancora?

[answerIcon]Ti posso dire che le nuove puntate dovevano essere girate a marzo ma diciamo che il Covid ha detto no! Sono state rimandate a data da destinarsi, quando questo virus si darà una calmata. Mi auguro al più presto che si possa tornare alla normalità e non parlo solo di Rocco Schiavone, ma in generale di tutto il comparto cinematografico e teatrale. Io sono stato attore per tanti anni e il teatro si è sempre retto, come si dice a Roma, “con du’ pinze e ‘na tenaglia” e questa botta proprio non ci voleva. Ci sono tanti lavoratori dello spettacolo che oggi sono a spasso, senza neanche una speranza di lavoro a breve termine. Per questo spero che lo spettacolo, e quindi anche i cinema e i teatri, possano tornare presto a riaprire porte e sipari. Mi auguro che i nostri governatori facciano loro il pensiero di Winston Churchill che, durante la II° guerra mondiale, quando gli proposero di togliere i soldi alla cultura per difendere lo sforzo bellico, rispose: ”E allora che combattiamo a fare!”.

[questionIcon]Come vedi l’immediato futuro del cinema e della fiction in un momento così difficile per tutta la filiera dell’audiovisivo?

[answerIcon]Sono un ottimista e penso che le energie che stiamo accumulando siano come delle batterie. Tutte le persone che fanno cinema, teatro e comunque spettacolo in generale, si stanno “caricando” dentro le case e sono convinto che quando si tornerà alla normalità potranno finalmente esplodere e sono certo che vedremo cose molto molto belle.

[questionIcon]Che diresti ai giovani che vorrebbero fare il tuo lavoro?

[answerIcon]Dico che, se è una cosa di cui non si può fare a meno, cioè, se ci si sveglia la mattina pensando solo a questo, se la passione diventa quasi un’ossessione, allora ritengo che questo lavoro si debba perseguire nonostante ogni asperità. Se si sente il bisogno di raccontare, di esprimersi e di condividere idee, storie ed emozioni, che si faccia perché così è la cosa più bella del mondo. L’unico consiglio che mi sento di dare è di non “usarlo” mai come una scorciatoia per arrivare ad altro perché allora non serve. Abbiamo bisogno di persone che in questo lavoro ci credano, tanto e fino in fondo. Non credo occorra altro se non… una pazienza gigantesca!

[questionIcon]Cosa direbbe Rocco Schiavone ai lettori di Fabrique in questo momento?

[answerIcon]Sicuramente Schiavone inciterebbe tutti a stare in casa, a stare tranquilli: “Stay safe and stay alive! Fate i bravi, pensate al vostro bene e a quello degli altri”. Poi, conoscendolo bene, sicuramente si affaccerebbe alla finestra con la sua sigaretta in bocca, guarderebbe la sua Roma e vedendola in questo stato direbbe: “Mecojoni!”.

Giuseppe Saccà: è in atto un cambio di paradigma

Giuseppe Saccà, 37 anni, produttore di quel Favolacce dei gemelli D’Innocenzo premiato con l’Orso d’Argento a Berlino che avrebbe dovuto uscire nelle sale ad aprile, ci racconta come potrà evolversi la distribuzione dei nuovi titoli con la chiusura delle sale per l’emergenza da coronavirus e, più in generale, del cambio di paradigma a cui stiamo assistendo in questi tempi.

Iniziamo con una domanda inevitabile. Come stai vivendo il presente?

Con una forte apprensione ma anche con ottimismo. Spero che quello che sta succedendo porti tutti a capire l’importanza e la bellezza delle piccole cose, dal vedere un film in sala con gli amici, a una mostra al museo o uno spettacolo a teatro. Sono tutte cose che davamo per scontate prima ma che ora non lo sono più. Abbiamo compreso che c’è un qualcosa di più grande di noi, in questo caso è di dimensioni microscopiche ma comunque è molto potente e capace di fermare tutto. Questo ci ricorda la caducità della vita e ci ribadisce che non siamo immortali. Probabilmente non tutti saremo più gli stessi. Molti lasceranno il proprio lavoro perché si renderanno conto di averlo sempre odiato, lasceranno i vecchi amori e ne troveranno di nuovi.

Sei produttore indipendente dal 2014, prima hai un passato da attore. C’è un collegamento tra le due esperienze? Cosa ti ha fatto fare questo salto?

Penso che aver visto questo lavoro anche da un’altra angolazione sia importante. Sicuramente essendoci passato ho prestato una particolare attenzione come produttore nei film fatti da Pepito, e lo si vede anche in Favolacce, con attori sconosciuti al grande pubblico come Gabriel Montesi, Barbara Chichiarelli, Max Malatesta, Ileana d’Ambra e Lino Musella. A farmi prendere la decisione vera e propria di lasciare il lavoro di attore è stato anche il fatto che ho capito di non avere il carattere per fare questo mestiere. Richiede una corazza dura, la forza di resistere a tutti i “no” che ti vengono detti e la voglia di essere esposti, cose che non mi appartenevano fino in fondo.

Nel 2018 hai prodotto La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo. Come è avvenuto questo incontro?

In realtà i Fabio e Damiano hanno fermato mio padre Agostino a teatro e gli hanno chiesto se poteva leggere un loro copione. Mio padre, uomo curioso e intuitivo, ha preso il copione, lo ha letto tutto la notte stessa e la mattina mi ha chiamato per dirmi che secondo lui era straordinario. Anche Rai Cinema, nella persona di Paolo del Brocco, partner industriale e finanziario ma anche e soprattutto partner editoriale, ha creduto subito in questo progetto. Se un giovane produttore e due giovani registi dopo soli quattro anni si trovano a ritirare un Orso d’argento alla loro opera seconda, tutto ciò è frutto del lavoro di una squadra che termina con un distributore internazionale che è Michael Weber di The Match Factory, una società di vendita mondiale che rappresenta filmmaker di tutto il mondo. È Rai Cinema che ha cresciuto me e questi due registi e mi sento di doverla ringraziare per questo.

EPA/RONALD WITTEK

Berlino 2020, Favolacce vince l’Orso d’argento per la sceneggiatura. 

Favolacce è un film estremamente contemporaneo. Io credo che il talento di Damiano e Fabio sia la loro incredibile connessione con la contemporaneità: il film parla dei nostri tempi e anche di questo momento, paradossalmente, perché parla di solitudine e di incomunicabilità all’interno delle famiglie. In Favolacce, come ne La terra dell’abbastanza, i personaggi sono allo stesso tempo infernali ed estremamente poetici, veri. Sullo schermo non si muovono caratteri e attori fasulli, gli spettatori riconoscono se stessi in tutte le loro ombre ma anche in tutta la loro luce.

Parliamo della distribuzione del film. Prevedi ci saranno delle novità in merito, considerando i tempi imprevedibili di riapertura dei cinema?

Questa è la domanda capitale che tutto il sistema cinematografico si sta facendo adesso. So che si sta iniziando a ragionare anche su modelli distributivi diversi o meglio di incentivare quelli che già esistono. Si parla di distribuire direttamente su piattaforme online, ma non ti posso assicurare che questo sarà il caso di Favolacce. Qualora comunque si tendesse a prendere questa strada, tutta la filiera produttiva dovrà essere d’accordo. Io, da produttore, non posso far altro che ragionarci perché un prodotto non può rimanere fermo e perché il pubblico giustamente vuole poterne fruire, ma accanto a questo dico che dobbiamo tutelare al massimo la sala perché è un bene imprescindibile.

Progetti futuri, sperando ovviamente di tornare presto alla normalità?

Con i fratelli D’Innocenzo stiamo già lavorando sul loro prossimo film; stavamo inoltre partendo con la preparazione di un film sulla famiglia de Filippo con la regia di Sergio Rubini. Ci sono anche un paio di esordi molto interessanti di cui però ancora non posso parlare. Inoltre io ho fondato da poco una società che si occupa di arte contemporanea. Siamo allestendo un museo multimediale a Enna, un progetto molto interessante perché sono profondamente convinto che l’arte, il cinema e la moda siano dei mondi che si debbano intrecciare. Basti pensare ad esempio al lavoro straordinario che sta facendo Alessandro Michele, il giovane direttore creativo di Gucci.

Che consigli daresti a chi vorrebbe lavorare nella produzione cinematografica?

Io non do consigli ai giovani perché secondo me non ne hanno bisogno. Li darei invece ai miei colleghi produttori indipendenti, soprattutto a quelli più grandi di me. Sono loro che devono favorire l’accesso alla filiera produttiva degli under 35, perché penso che la chiave vincente non sia la “rottamazione” ma la fusione e la collaborazione tra generazioni. Sono dell’idea che chi ha fame e ha voglia di fare è portatore di novità e di linguaggi: ne sono un esempio proprio Fabio e Damiano D’Innocenzo. L’unica cosa importante è trovare il giusto equilibrio tra chi è giovane e porta innovazione e chi invece percorre queste strade già da tempo e quindi ha esperienza e conoscenza. Oggi assistiamo a un cambiamento di paradigma per cui sono proprio i giovani a darci la chiave e gli strumenti culturali per leggere il mondo e consentire a noi più adulti di entrarci in contatto. Io ho 37 anni e sono figlio di una cultura novecentesca come mio padre e come mio nonno, ma ora sono la Generazione Z e i Millennials a possedere le chiavi per leggere il presente. Mi rivolgo produttori più maturi, alle banche che danno i crediti, a Rai Cinema, a Rai Fiction. A loro dico di fare sempre di più, anche in questo momento di crisi, perché è soltanto nella collaborazione che può venire fuori qualcosa di nuovo e importante.