Home Lavinia Flavi

Lavinia Flavi

Maledetta primavera: il coming of age secondo Elisa Amoruso

0

“C’è sempre il sole al Circeo”, anche quando a Roma il tempo non promette bene. Soprattutto quando si sente il bisogno di andarsene per dimenticare ciò che succede in città, lontano dal mare. Ma per Nina il Circeo è bello solo se a farle compagnia c’è Sirley, la sua unica amica. E anche qualcosa di più che una semplice amica. Così si sale in macchina all’improvviso, si mette una musicassetta, si canta Maledetta primavera (qui il trailer) e si va via, verso il Circeo, verso il mare.

Elisa Amoruso scrive e dirige un coming of age ispirato in parte alla sua storia personale, che racconta la primavera della giovane Nina, costretta a trasferirsi nella periferia romana insieme alla sua scapestrata famiglia. Lì incontra Sirley, e come cantava Loretta Goggi sulle note della canzone che dà il titolo al film, per innamorarsi basta un’ora. Perché il primo amore investe Nina repentino e inaspettato.

Sirley è una ragazza africana adottata da una famiglia italiana, che lotta tra il desiderio di integrazione e la volontà di non rinunciare alle proprie origini. Parla solo in francese, ma ciò non comporta l’esistenza di una barriera linguistica tra lei e Nina, che sa parlare a sua volta un francese fluido perché “mamma ci teneva”. Le cose in comune tra le due sembrano però terminare qui, perché Sirley è completamente diversa dalla protagonista: sebbene quasi coetanee, appare già come una donna, balla come una donna. È ribelle e, verrebbe da dire, “selvaggia”. Ed è questo il principale problema di Maledetta primavera, la rappresentazione che viene data di Sirley.

La prima volta che Nina la vede, Sirley sta ballando. Un ballo sensuale, che cattura lo sguardo della protagonista e direziona la macchina da presa. Sirley è sempre oggetto dello sguardo curioso e indagatore di Nina. Uno sguardo che ben presto però si dimostra interessato anche al lato più sessuale della ragazza. E sebbene in questi casi Elisa Amoruso si dimostri delicata e attenta a far vedere il meno possibile, con inquadrature fugaci metafora delle occhiate timide di Nina, il problema di fondo sono proprio i canoni stereotipici a cui si ricorre, che giocano su una rappresentazione bidimensionale e a tratti sessualizzata della figura femminile di colore.

Visivamente, il film è in grado di raggiungere dei picchi estetici degni di nota. In particolare, le scene ambientate al Circeo, con la loro scenografia essenziale, sono immerse in un’atmosfera quasi onirica, che contribuisce a sospenderle e a staccarle dal resto del film, trasmettendo perfettamente il senso di pace che probabilmente la stessa regista provava in quei luoghi.

Una nota di merito va anche al lavoro dell’acting coach Tatiana Lepore, che ha preparato ottimamente la giovanissima attrice protagonista Emma Fasano, perfettamente in grado di reggere il peso di un intero film sulle spalle, nonostante la presenza di molteplici primi piani. Amoruso mostra infatti un interesse particolare per il volto della giovane Nina, un volto attonito di fronte al mondo, il volto di chi è sulla soglia dell’adolescenza e guarda per la prima volta dall’altra parte. Perché in fin dei conti Maledetta primavera tenta di raccontare questo, la spinta che dà il primo amore aldilà della soglia, verso la crescita. Una spinta che coglie impreparati e lascia impauriti, perché in fondo che fretta c’era?

Fortuna: quando il sogno si rivela un incubo

0

Il nome della piccola Fortuna suona come una promessa non mantenuta, perché la sorte con lei non è stata generosa quanto ci si augura lo sia con i bambini. La giovane protagonista del film di Nicolangelo Gelormini (interpretata da Cristina Magnotti) è costretta infatti a nascondere un segreto che si svela allo spettatore con l’incedere delle immagini in tutta la sua crudezza, fino alla conferma finale che appare impietosa sullo schermo: tutto questo è successo realmente.

Un altoparlante, un immenso palazzo bianco in mezzo al nulla, e poi improvvisamente delle giostre. Tutto rigorosamente deserto. Sono queste le prime immagini del film. Il vuoto, la mancanza, che sia essa delle istituzioni o dei genitori, si impone da subito come il problema al centro della pellicola. L’intuizione di Gelormini, ovvero quella di dividere il film in due parti all’interno delle quali la storia di fondo resta la stessa, ma a fare da sfondo sono scenari drasticamente diversi, si rivela ottima anche in quanto permette di sottolineare l’universalità della condizione di Fortuna.

Ciò a cui si assiste in sala è una tragedia che il regista sceglie di mettere in scena prima filtrandola attraverso gli occhi della protagonista, per poi aprire una breccia sempre più grande e permettere allo spettatore di intuire la realtà dei fatti ben prima che lo squarcio si allarghi tanto da rivelarla del tutto. Realtà che viene mostrata abbandonando in parte le scelte estetico-formali delle sequenze iniziali, che costituiscono a tutti gli effetti un capitolo a parte, per evitare di abbellire alcunché.

Assume una valenza particolarmente interessante che sia lo sguardo della piccola protagonista a rendere possibile l’impiego di un certo linguaggio filmico nella prima parte. Sono quasi i suoi occhi da bambina a liberare la pellicola dalla tradizionale forma drammatica, a permettere al regista di sperimentare tanto con le immagini in sé, quanto con il montaggio, che arriva a essere repentino in alcuni punti e a conferire una dinamicità ribelle che si oppone alla claustrofobia delle inquadrature. Inquadrature incorniciate da un quattro terzi che contribuisce a schiacciare Fortuna all’interno di una composizione simmetrica che la imprigiona, che aiuta lo spettatore a percepire la presenza di qualcosa di profondamente sbagliato già dall’inizio. Cosa che avviene anche grazie al sonoro, alle basse sequenze che uscendo dal subwoofer investono il petto di chi guarda, il più delle volte poi direttamente dagli occhi della protagonista, dal momento che è copioso l’utilizzo della soggettiva in questa prima parte, rispetto a quanto avviene nella seconda, narrata invece da un punto di vista sì più distante, ma mai distaccato.

Nicolangelo Gelormini dirige con delicatezza sia gli attori più giovani che i volti noti (nel cast figura Valeria Golino) all’interno di un film mutevole quanto i personaggi che vengono messi in scena. Fortuna è un’opera che timidamente osa prendersi delle libertà, seppur non sempre riesce nell’intento, trovandosi a percorrere un terreno accidentato che facilita le cadute. Ma è anche un film che resta in piedi nel suo percorso, forte dell’aver raccontato ciò che aveva da dire.