A proposito degli articoli di venerdì 4 gennaio 2018 “Il declino del cinema in Italia”

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I dati negativi sulla frequentazione delle sale italiane di questi giorni e le analisi degli osservatori, come Paolo Mereghetti sul Corriere della sera, ci inducono a riflettere sugli strumenti a disposizione dello Stato per valorizzare il nostro cinema, che per storia, fama, livello di produzione e soprattutto come culla di talenti, si pensi a Alice Rohrwacher, Valeria Golino, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Luca Guadagnino e a tanti giovani autori, rimane nonostante tutto tra i primi al mondo.

Per avviare una riflessione più approfondita non si può prescindere dalla recente riforma del settore non entrata ancora pienamente a regime, ma che si prefigura disomogenea e sbilanciata. Il primo aspetto riguarda l’ambito di azione. Si è partiti con l’intenzione di riformare la vecchia legge sul cinema e si è finiti col regolamentare l’intero settore dell’audiovisivo includendo la fiction televisiva, le web series e i videogiochi, passando per le sale cinematografiche. E come se per riformare le ferrovie si fosse scritta una legge comprensiva del trasporto aereo e di quello su gomma. Il che dal punto di vista normativo è assolutamente coerente, ma senza sufficienti risorse a copertura c’è un forte rischio di annacquamento dei provvedimenti. Se l’ambito della legge fosse stato invece più circoscritto e se le risorse a disposizione, pari a quattrocento milioni annui, avessero avuto obiettivi più mirati, la riforma sarebbe stata senza dubbio più efficace. 

Per quanto riguarda il numero degli spettatori che nel 2018 è precipitato sotto la soglia dei 90 milioni, meno della metà di quelli che frequentano le sale in Francia, i fattori che possono essere chiamati in causa sono la scarsa dinamicità della produzione italiana, il mancato adeguamento dell’esercizio ad un’idea moderna di sala cinematografica, l’assenza di un programma ragionato di educazione all’immagine.

La carenza di risorse a cui facciamo riferimento non ha permesso di sostenere in pari misura la produzione mainstream e quella indipendente a vantaggio di una diversità dell’offerta che è garanzia di innovazione. Non si è potuto sostenere organicamente un piano nazionale per ripensare in toto l’idea di sala cinematografica che guardi al futuro e sia funzionale al ricambio generazionale del pubblico, valorizzando il fondamentale ruolo sociale di aggregazione dei cinema, soprattutto in provincia dove i centri abitati sono a rischio di desertificazione.

Tanto meno si è predisposto un programma organico di educazione all’ immagine rivolto alle nuove generazioni cresciute senza alcuna cognizione della visione di un film sul grande schermo. Recentemente un gruppo di psicologi americani ha evidenziato negli adolescenti una forte propensione alla depressione con tendenza al suicidio dovuta allo smodato uso del cellulare: la vita in casa di un adolescente si riduce all’inquietante formula «I am on my phone in my room» («Io sono sul mio telefono nella mia camera») escludendo dal proprio panorama ogni altro luogo di condivisione sociale.

Ad aggravare la disaffezione per la sala contribuisce l’enorme offerta a prezzi irrisori di film e serie proposti dalle piattaforme straniere del web. La questione è assai complessa e ha suscitato un vasto dibattito, infatti al di là delle diverse opinioni sulle nuove forme di fruizione del cinema, rimane aperto il tema della disparità di trattamento fiscale tra i colossi del web e gli imprenditori italiani. In particolare i primi non hanno alcun obbligo di dichiarare il numero di abbonamenti sottoscritti in Italia e gli utili da essi derivati e nemmeno di fornire il dettaglio dei titoli e la quantità di visioni effettuate da ciascun utente.

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Anche le transazioni economiche non sono soggette ad alcun controllo da parte delle autorità competenti, diversamente da quello che accade per le sale italiane. Queste ultime, al contrario, sono rigorosamente assoggettate alle efficaci norme sul diritto d’autore per la ripartizione delle diverse quote del biglietto, alle norme fiscali statali e comunali, a quelle previdenziale per il personale dipendente e a tutti quei costi di gestione relativi all’ attività di esercizio. In questo senso i proprietari e i gestori dei cinema hanno ragione a boicottare i prodotti della piattaforma Netflix. Non hanno avuto un’analoga reazione, forse anche più aggressiva, i tassisti quando è arrivato Uber sul mercato italiano?

Solo in minima parte col decreto che regola la cronologia di sfruttamento dei film sui diversi media, voluto dal Ministro Bonisoli e dalla Sottosegretario Borgonzoni, si è potuto affrontare il problema, ma è evidente che, per assoggettare le OTT alle stesse regole alle quali sono sottoposte le imprese nazionali, gli strumenti in mano ai Governi non sono sufficienti. Si tratta quindi di sollecitare una risoluta azione legislativa da parte delle istituzioni europee per adeguare le regole fiscali dei giganti del web: ne va della sopravvivenza dell’esercizio europeo e non solo di quello cinematografico.