Linfa: la cultura underground al femminile secondo Carlotta Cerquetti

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Carlotta Cerquetti negli anni ha fatto di una particolare autonomia creativa la caratteristica base del suo cinema. Fotografa di formazione, regista per vocazione, da quindici anni lavora in totale indipendenza nell’ambito del documentarismo più low cost. Una macchina da presa, incontri a tu per tu con i diretti interessati, testimonianze e montaggio. Un tipo di lavoro molto vecchia scuola, lontano sia dal format informativo alla Michael Moore (o Sabina Guzzanti), sia dalla nuova ondata del documentario d’osservazione che tanto spazio sta dando a nuovi talenti italiani in attesa di mettersi in mostra (Carpignano, Luzi e Bellino, Raedelli). Lavori dunque strutturati su interviste dirette, non filtrate dalla costruzione filmica. Un formato molto poco cinematografico, quasi televisivo, non aiutato dalla durata da mediometraggio a cui ormai da tempo Cerquetti si appoggia. Ma con Linfa, è arrivato quello che si può definire il grande salto.

Selezionato per molteplici rassegne e proiezioni in mezza Italia, oltre che per la scorsa Festa del Cinema di Roma, Linfa (qui il trailer ufficiale) è probabilmente il primo documentario a mettere Carlotta Cerquetti sotto i riflettori. Classe ’65, la regista romana ha trovato il soggetto del film quasi per caso, “scoprendo” mano a mano una realtà misconosciuta e ansiosa di essere raccontata: quella della scena artistico-musicale underground al femminile gravitante a Roma Est (generalizzazione per indicare un quadrante urbano ben definito tra i quartieri del Pigneto e Tor Pignattara, sulla Via Prenestina). In cerca di un progetto nuovo (Cerquetti veniva da un lavoro storico-nostalgico dedicato all’Harry’s Bar di Venezia), l’ispirazione è tornata muovendosi vero il reale e il contemporaneo. Linfa vuole inquadrare una rete presente ma sfuggente, e per questo mai veramente catalogata.

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Nei cinquanta minuti scarsi di interviste, da cui la regista si auto-elimina visivamente e verbalmente, la parola rimane alle fortissime protagoniste di questa scena. Lola Kola, cantante transessuale; Silvia Calderoli, attrice (anche mainstream, com nel caso di Una storia senza nome di Andò); Lilith Primavera, performer sulla scia della body art post-situazionista, fino a volti più o meno noti dell’antagonismo romano come Lady Maru e Federica Tuzi. E decine di altre. Attraversiamo un collage di volti femminili di ogni nazionalità e background, ognuno spinto a discutere non tanto di pittoresche storie personali (il personale è astutamente escluso da Cerquetti), quanto di cosa significhi rappresentare una “rete” creativa indipendente, nel contesto sempre più oppressivo del precariato, del lavoro digitale alienante, e di una città, Roma, che sembra ormai muoversi per chiudere spazi anziché aprirne.

Il lavoro alla base di Linfa è divulgativo in un senso particolare. Non mira ad informare con nozioni, né a conquistare con le immagini. Volti di fronte a un muro, qualche establishing shot dei quartieri e delle ferrovie che lo attraversano, un paio di transizioni grafiche: poco o nulla è concesso al visivo. Il senso di Linfa è raccontare, nel senso più puro del termine, di un modo di essere esclusivamente femminile e femminista, che oggi più che mai vuole rappresentare una maniera alternativa di stare al mondo. Carlotta Cerquetti è aliena a questo universo, e ciò traspare dalla concretezza delle domande. Come si sposa la scelta di vita “creativa” con il sostentamento economico? (Risposta: non si sposa). Quanto la temuta gentrificazione ha avuto il suo compito nel trasformare Roma Est in questa nuova realtà? E più di tutto, c’è un significato politico dietro a questa particolare forma di autonomia autarchico-artistica?

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Il significato è diverso e molteplice per ognuna delle intervistate, e si traduce in un unico invito: quello alla resistenza personale e collettiva, magari anche solo combattuta sul proprio corpo, o sul proprio quartiere. Grazie a Linfa, Carlotta Cerquetti ha messo sulla mappa un film piccolo, particolare e personale come i lavori delle artiste che racconta. E la diffusione in crescendo del film è segno di aver evidentemente intercettato qualcosa di importante nella contemporaneità della grande città. E da adesso difficilmente Carlotta Cerquetti continuerà a girare sotto silenzio.