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Luca Ottocento

Alessandro D’Ambrosi

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Nonostante la giovane età, Alessandro D’Ambrosi si divide ormai da un decennio tra televisione, cinema, teatro, serie web e pubblicità. Nella nostra chiacchierata, ci svela la sua ricetta per provare ad andare avanti nel mondo dello spettacolo: unirsi in gruppo e condividere i propri progetti.

Noto al grande pubblico televisivo per essere dal 2009 il volto del dottor Davide Orsini di Un medico in famiglia, il ventottenne romano Alessandro D’Ambrosi ha iniziato a lavorare molto presto, appena finito il liceo, con la conduzione per tre stagioni consecutive del programma per bambini di RaiSat Ragazzi “Giga”. Dopo aver frequentato diversi seminari e workshop intensivi di recitazione, laboratori teatrali di scrittura e analisi del testo, negli anni ha lavorato come attore, sceneggiatore, regista, autore. Persino come insegnante di un corso di filmmaking per i liceali dell’Istituto Massimo di Roma. Nel 2007 ha fondato insieme a Santa De Santis l’associazione “Ali di Sale”, attraverso la quale produce alcuni dei suoi numerosi progetti. Ed è in questo contesto che è nato Nostos (2012), dramma onirico ambientato nella seconda guerra mondiale all’indomani dell’8 settembre. Interpretato da Corrado Fortuna, il cortometraggio è stato scritto, diretto, prodotto da Alessandro e Santa, che abbiamo incontrato nella loro casa di Trastevere, dove vivono e lavorano in compagnia di un mite e pigro gatto grigio. 

Come nasce l’idea di Nostos?

Io e Santa ci siamo ritrovati nei luoghi in cui poi avremmo girato il corto, Sant’Angelo a Fasanella, i Monti Alburni e il Parco Nazionale del Cilento, grazie all’invito di un piccolo festival organizzato da un nostro amico. Lì sono emerse le storie di uomini di quelle terre che, dopo l’armistizio, avevano iniziato un lungo viaggio lungo l’Italia per tornare a casa. Quei luoghi e alcune di queste esperienze raccontateci, uniti alla volontà di privilegiare un’ambientazione naturalistica, ci hanno spinti a sviluppare la storia di Nostos, il cui soggetto è stato scritto di getto, in un’ora e mezza, su un foglietto di carta. Volevamo affrontare i temi del viaggio e del dolore che ogni guerra comporta, lavorando oltre i limiti imposti da una rappresentazione realistica.

Sul piano formale mi ha molto colpito l’uso che fate nel corto delle dissolvenze e dei simboli, proprio per sottolinearne la forte dimensione onirica.

Ci piaceva l’idea, nel legare una scena all’altra, di ricorrere alla dissolvenza per esprimere quella rarefazione dei confini che è tipica dei sogni. E anche il simbolo, inteso come rimando e figura di mediazione, è stato senz’altro un elemento fondamentale nel nostro processo di scrittura.

Aggiunge Santa: «In effetti abbiamo lavorato molto sui simboli e sulle dissolvenze con incroci di piani e situazioni. In una delle prime scene il protagonista, subito dopo l’atto catartico del bagno nella vasca e quello purificatore del taglio della barba, spara alla porta convinto che un nemico stia per entrare. Quello che sta facendo, in realtà, è rimandare il proprio risveglio che non vuole ancora affrontare. E alla scena successiva dell’incontro con la donna, ci si arriva attraverso un passaggio in dissolvenza dalla luce che entra dal buco nella porta, causato dallo sparo, all’immagine del sole che illumina l’ambiente naturale. Trovo che i simboli siano importantissimi nel cinema, in quanto permettono di lavorare su più livelli di interpretazione e arrivano alla pancia del pubblico anche se non si riesce a decifrarli immediatamente».

Dopo il successo di Nostos, proiettato in oltre 150 festival di cortometraggi di tutto il mondo e vincitore di molti premi, quali sono i prossimi progetti?

I progetti in cantiere sono molti. Abbiamo vinto un bando dell’IMAIE con il corto Buffet, una parodia grottesca sull’Italia di oggi che dirigeremo con Santa. Faranno parte del cast ben venticinque attori, tra cui Vittorio Viviani e Augusto Zucchi. C’è inoltre un altro progetto che seguiremo come registi, ideato da Francesco Maria Cordella, che racconta la vera storia del rapporto tra Mussolini e Nenni quando entrambi si trovarono in esilio a Ponza. Stiamo scrivendo anche un lungometraggio, una commedia surreale su un precario e cinque fantasmi del Verano il cui titolo provvisorio è R.I.P. Poi c’è un altro film al quale siamo molto affezionati, sul mondo degli ipovedenti e dei non vedenti, che dovrebbe intitolarsi Fin dove arriva lo sguardo. È la storia di tre universitari che convivono e che, per evitare uno sfratto, fanno in modo che uno di loro si finga cieco. Si tratta di una commedia degli equivoci sulla precarietà prima di tutto affettiva, oltre che abitativa ed economica, sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo e sulla necessità di cercarselo.

Per i giovani oggi lavorare nel mondo del cinema è senz’altro complicato. Qual è il modo migliore per tentare di ovviare alle molte difficoltà che si incontrano se si vuole realizzare le proprie idee?

La creatività e il talento si sprigionano soprattutto in atmosfere in cui ci si sente liberi, capiti e protetti. In Italia mancano strutture che proteggano e stimolino questi contesti; ciò può scoraggiare e induce molti professionisti che meriterebbero tutta la fortuna del mondo a mollare, dopo anni di delusioni e frustrazioni. Io e Santa per realizzare Nostos ci siamo dovuti occupare, oltre che della scrittura e della regia, anche della ricerca di finanziamenti e della produzione. Da soli non ce l’avremmo mai fatta, ci siamo riusciti solo sostenendoci a vicenda. Per ovviare alla mancanza di adeguate strutture di sostegno, sia statali che private, diventa essenziale incentivare la formazione di gruppi di lavoro composti da persone di cui ci si fida e che si stima, con cui respirare una comunità di intenti e condividere i propri progetti per promuoverli e realizzarli tutti insieme, scambiandosi anche di ruolo di progetto in progetto.

Francesca Marino: action woman

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Dopo aver girato due interessanti corti esteticamente molto curati, la ventiquattrenne Francesca Marino ha ideato una webserie e sogna di girare la sua opera prima con Lorenzo Richelmy.

Entrata al corso di regia del Centro Sperimentale a soli 20 anni, Francesca Marino si è diplomata pochi mesi fa e, nonostante la giovane età, è già da molto che porta avanti contemporaneamente le sue due grandi passioni, entrambe legate a doppio filo al lavoro sull’immagine: la fotografia e la regia. Se come fotografa è affascinata dalle possibilità espressive insite nei ritratti e realizza in particolare book fotografici per attori, come regista sta iniziando a farsi notare per un particolare sguardo in cui convivono una regia dinamica (che si alimenta di piani sequenza, ralenti e suggestivi avvicinamenti della macchina da presa ai volti degli attori) e una forte componente emotiva che emerge tanto dallo stile quanto dallo sviluppo narrativo. Questo incontro tra dinamicità della messa in scena e attenzione per i rapporti umani – evidente nei cortometraggi Knockout (2013) e L’uomo senza paura (2014) – sembrano il tratto distintivo di Francesca, amante del cinema d’azione e di genere ma anche attratta da personaggi oscuri e problematici.

Trovo interessante la tua passione per i piani sequenza e i ciak lunghi. In fondo, rappresentare la dimensione temporale nella sua estensione, è proprio ciò a cui i fotografi non possono aspirare.

Esattamente. In più, uno dei motivi per cui ricorro spesso a questo tipo di ripresa è la mia passione per gli attori. Il piano sequenza o il ciak lungo, oltre a valorizzare un movimento di macchina e a essere una scelta stilistica virtuosa, è anche funzionale a esaltare le interpretazioni. Per esempio, il piano sequenza de L’uomo senza paura in cui padre e figlio sono in macchina, l’ho proprio pensato come un regalo ai due attori. Nonostante avessi coperto la scena con primi piani, piani a due e inquadrature dall’interno del veicolo, in fase di montaggio ho poi deciso di non proporre alcuno stacco per lasciare spazio alle loro performance. Il piano sequenza di cui vado più fiera, comunque, è quello di Knockout, in cui seguo Lorenzo Richelmy per quasi quattro minuti dall’arrivo al parchetto in motorino, fino alla sua ripartenza.

Sia per il tema trattato che per la struttura narrativa, Knockout mi ha ricordato molto un altro tuo precedente corto, L’incontro.

L’incontro è il mio corto di ammissione al Centro Sperimentale ed effettivamente è costruito in maniera molto simile a Knockout. Dopo aver affrontato con il primo la violenza sulle donne, desideravo raccontare anche la storia di una violenza sessuale subìta da un uomo. Lo spunto per raccontare entrambe le storie nasce dal romanzo di Alice Sebold Amabili resti, ma l’idea di Knockout ha preso vita solo dopo aver letto un articolo in cui si diceva di come la violenza sull’uomo è vista in maniera diversa dalla società perché si pensa che i maschi siano capaci di difendersi, e dunque non sarebbero davvero vittime. Mi interessava riflettere sul tema della crisi della virilità e poi naturalmente, dal punto di vista drammaturgico, ho sfruttato il fatto che il protagonista volesse mantenere il segreto sul suo trauma.

Guardando i tuoi lavori, si nota subito una grande attenzione per la messa in scena. L’evidente componente energetica della regia mi ha in alcuni casi ricordato il cinema di Kathryn Bigelow. Quali sono i tuoi registi di riferimento?

Sono molto attratta dal cinema d’azione. Ti potrei fare tanti nomi di registi che mi piacciono ma, da questo punto di vista, uno dei miei preferiti è senz’altro Tony Scott. In particolare, adoro Man on Fire con Denzel Washington e Dakota Fanning. Sogno di girare un action movie, ma sono consapevole che in Italia è difficile trovare i soldi per farlo bene e allora, più realisticamente, punto a un cinema di genere. È curioso che citi proprio Kathryn Bigelow, perché in effetti Daniele Luchetti, il mio insegnante del Centro, una volta mi disse che avevo un modo di girare simile al suo. In particolare, della Bigelow mi piace tantissimo l’uso dello zoom, una figura stilistica molto poco sfruttata in Italia.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Il mio principale obiettivo è quello di esordire il prima possibile nel lungometraggio. Ho un trattamento che è stato da poco sottoposto all’attenzione di diverse produzioni, tra cui anche la Rai. Per ora preferisco non svelare la storia del film, così come il titolo. Posso dire però che si tratta di una storia romantica inserita all’interno di una cornice thriller dalle atmosfere hitchcockiane. Il trattamento l’ho fatto leggere a Lorenzo Richelmy, il mio attore feticcio, con il quale oltre che per Knockout ho collaborato anche per diversi servizi fotografici. Il progetto gli è piaciuto molto e gli piacerebbe farne parte. Certo, sempre che il film si riesca a fare, c’è anche da considerare che la carriera di Lorenzo è in un momento di svolta e credo che lui debba ancora decidere con che cosa ricominciare in Italia dopo la straordinaria avventura del Marco Polo.

Oltre alla tua opera prima, stai lavorando a qualcos’altro?

Sì, nel frattempo ho girato due puntate pilota di Unisex, una webserie che non ha nulla a che vedere con Knockout, L’uomo senza paura o L’incontro. Il registro è quello della commedia ed è tutta strutturata sotto forma di interviste a diversi personaggi, il timido, il palestrato, la romantica, la femminista e così via. Ognuno affronta temi che permettono al mondo maschile e a quello femminile di incontrarsi (tra gli altri, ad esempio, ci sono un episodio dedicato alla tecniche per toccare le tette alle ragazze senza rischiare di essere presi a schiaffi…). Anche la webserie è in attesa di una risposta da Rai Fiction. L’intento è trovare una produzione che acquisti il format, oppure paghi lo sviluppo o la distribuzione. Se non dovessi riuscirci, proverei comunque a fare tutto da sola: insomma, sono o no una donna d’azione?

PT ANDERSON: IL VIZIO DEL CINEMA

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Intervista esclusiva con il regista di “Vizio di forma”. Fieramente girato in pellicola, il film è un noir sui generis di una bellezza visiva straordinaria, al contempo malinconico, esilarante, drammatico e poetico. In occasione della presentazione del film a Roma, ne abbiamo parlato con l’autore Paul Thomas Anderson.

A due anni di distanza da The Master, vincitore al Festival di Venezia del Leone d’Argento per la migliore regia e della Coppa Volpi per le magistrali interpretazioni di Joaquin Phoenix e del compianto Philip Seymour Hoffman, Paul Thomas Anderson è tornato nei cinema italiani con l’atteso Vizio di forma. Primo adattamento cinematografico di un romanzo di Thomas Pynchon, scrittore di culto circondato da un impenetrabile alone di mistero (non esiste una sola foto che lo ritragga negli ultimi cinquant’anni e nessuno sa dove viva), il settimo lungometraggio del grande cineasta losangelino è ambientato nel 1970 a Los Angeles e narra le bizzarre vicende dell’investigatore privato Larry ‘Doc’ Sportello alle prese con un’indagine che, mano a mano che la storia procede, assume connotati sempre più enigmatici.

Uno dei tratti distintivi dell’omonimo libro da cui è tratto il film, è questo forte senso di malinconia per un mondo che di lì a poco è destinato a scomparire per sempre: quello della cultura hippie losangelina degli anni Sessanta. In un certo senso, il film sembra raccontare di un’innocenza perduta da parte del suo Paese a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Sì, senz’altro. All’interno del libro ci sono un paio di righe particolarmente esplicite da questo punto di vista e che fanno proprio riferimento a un certo tipo di innocenza che, nella cultura statunitense, si è simbolicamente smarrito con gli efferati omicidi perpetrati da Charlie Manson e dalla sua gang. Quello che si respira nel film sembra un po’ l’ultimo periodo in cui poteva ancora andare bene essere sentimentali. Oggi non è più di moda e ha preso il sopravvento un atteggiamento differente nei confronti della vita.

Durante la lavorazione del film, è mai entrato in qualche modo in contatto con Thomas Pynchon? Da più parti si è anche scritto che il romanziere abbia partecipato al film con un cameo…

Anderson ci pensa un attimo fissando il tavolo, con un mezzo sorriso stampato sulla faccia. Dopo qualche secondo, con un fare tra l’imbarazzato e il giocoso, si limita a scuotere la testa.

 Per scelta di chi?

È stata una sua scelta. Ma non potremmo semplicemente far finta che Pynchon non esista? Voglio dire… in realtà potrebbe essere una ragazza o forse un bambino piccolo… potrebbero esserci tanti Thomas Pynchon. Quello che veramente conta è la sua opera. Ecco, forse se dovessi vivere una seconda vita mi piacerebbe fare come lui. Non che non mi piaccia stare qui con voi, beninteso. Ma trovo molto affascinante l’aura di mistero che aleggia intorno alla sua figura e che fa in modo che sia solo il lavoro a parlare per lui.

Il senso di malinconia che sottende l’intero libro è rappresentato molto bene nel film ed emerge anche in maniera evidente dall’eccellente interpretazione di Joaquin Phoenix. Ha dato indicazioni particolari all’attore per entrare nei panni del protagonista?

Diciamo che non c’è stato bisogno di dargli particolari suggerimenti o consigli. Il libro di Pynchon è molto ricco nella descrizione del personaggio e del mondo in cui si muove. In più, Joaquin aveva a disposizione anche la mia sceneggiatura. Certo, insieme abbiamo buttato giù un po’ di idee su quello che potesse essere il suo aspetto fisico, ci siamo guardati The Most Dangerous Man in America, un bel documentario sugli anni Sessanta e il coinvolgimento americano nella guerra in Vietnam, e fatto altre cose di questo tipo. Per il resto, ho lasciato che fosse libero di intraprendere un proprio percorso.

Il modo in cui si sviluppano gli eventi del film sembra così lontano dalla logica che governa il mondo reale. Tutto sembra prendere una direzione onirica piuttosto marcata. Da questo punto di vista, la struttura del film mi ha in qualche modo ricordato quella di Eyes Wide Shut. Forse il film è semplicemente la storia di un uomo che sogna di ritornare con la sua ex ragazza, senza probabilmente averne mai la possibilità, e di continuare a vivere in un mondo in via di estinzione…

Mi piace molto questa teoria, in particolare la parte in cui si fa riferimento al film come il sogno di un mondo al quale non si può più tornare indietro. Sono però in disaccordo con l’idea secondo la quale ciò che viene raccontato sarebbe lontano dalla realtà. Anche nel leggere il libro si ha la sensazione che gli eventi narrati, per quanto possano sembrare iperrealisti, eccessivi e strani, in realtà non sono affatto distanti dalla quotidianità delle nostre vite.

Mano a mano che il film va avanti, le indagini si fanno sempre più intricate e risulta difficile avere un’idea chiara di quanto realmente accaduto, anche perché vediamo tutto dal punto di vista di un detective fortemente dipendente dalla marijuana e che non disdegna il ricorso a droghe più pesanti. Per quanto riguarda la difficoltà nell’interpretazione della realtà e nella risoluzione dell’enigma, sono stati per lei un’ispirazione film della Nuova Hollywood come il noir Chinatown di Roman Polanski o La conversazione di Francis Ford Coppola?

La questione è molto interessante, ma devo dire che riguarda non tanto il mio lavoro, ma più direttamente quello di Thomas Pynchon. Questi sono temi che lui aveva già affrontato ad esempio nel libro del 1965 L’incanto del lotto 49, dove al centro c’è un mistero che fa sorgere delle domande a cui ci si rende presto conto si potrebbe non essere in grado di rispondere mai. Spesso Pynchon sembra dirci che per interpretare le cose del nostro mondo o si parte dall’assunto che ci sia un’ampia cospirazione che contribuisce al verificarsi di tutte le cose negative che accadono, oppure, per citare il titolo del libro da cui è tratto il film, ci deve essere questo vizio di forma che è intrinseco, insito in ogni cosa.

“Le formiche della città morta”

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Scritto, diretto e persino prodotto da Simone Bartolini, il duro e teso Le formiche della città morta racconta la parabola di un piccolo spacciatore sperduto in una Roma senza pietà, come il sound che ritma la sua caduta.

Fin dal potente titolo che rimane subito impresso, il lungometraggio d’esordio del trentenne Simone Bartolini evoca un mondo cupo che non lascia nessuno spazio a possibilità di redenzione: «privo di luce», come dichiara senza giri di parole lo stesso regista. D’altronde, se si vuole raccontare il dramma della tossicodipendenza, non è possibile scegliere un approccio consolatorio.

Girato quasi completamente con macchina a mano e interpretato in gran parte da attori non professionisti (con le sole eccezioni di Nina Torresi e Danilo Nigrelli), Le formiche della città morta narra la metaforica discesa negli inferi di uno spacciatore di eroina che, nell’arco di 24 angoscianti ore, deve disperatamente trovare i soldi necessari a saldare un debito.

Ciò che più di ogni altra cosa colpisce dell’opera prima – ambientata in una Roma indifferente alle sofferenze dei personaggi che la abitano e assai lontana da quella abitualmente mostrata al cinema – è la capacità di mettere in campo uno sguardo oggettivo in grado di mostrare la vita del protagonista senza mai giudicarlo, riuscendo al contempo a metterne in risalto la profonda umanità.

Abbiamo incontrato Simone Bartolini, accompagnato dal sorprendente interprete Simon Pietro Manzari, in una sera d’inizio estate sul Tevere.

Come nasce il progetto del film e cosa ti ha spinto a raccontare una storia così tragica in cui è assente qualsiasi elemento di speranza?

Il film nasce sostanzialmente dal mio vissuto. Il mio quartiere, Città Giardino, è quasi un’isola felice. Frequentando alcune zone vicine come il Tufello, San Basilio e Talenti, però, negli anni sono entrato in contatto con situazioni come quelle che si vedono nel film. Non ne ho semplicemente sentito parlare, ma le ho proprio esperite sulla mia pelle avendo perso diversi amici a causa dell’eroina. Anche se ho deciso di non inserire nei titoli di testa un riferimento esplicito a queste persone, idealmente Le formiche della città morta è dedicato a loro. Il mio lavoro tratta il tema della dipendenza dalla droga, che considero in realtà una dipendenza dall’astrazione e dalla magia. Come diceva Pasolini, infatti, l’uso delle droghe comporta un annullamento della sfera culturale, conoscitiva e intellettuale, in favore di un ritorno al rito magico e al primitivismo. Ci tengo a dire che questo film l’ho sempre pensato all’interno di un progetto più ampio: quello di una trilogia attraverso la quale in qualche modo raccontare me stesso e, nello specifico, tre diverse dipendenze che mi rappresentano. Il secondo capitolo si incentrerà sul tema della violenza e, più in generale, sulla dipendenza dell’uomo dall’istinto animale. La sceneggiatura la sto ancora scrivendo, ma posso dire che attraverso i tre personaggi principali vorrei evidenziare tre differenti dinamiche della violenza: la violenza che porta ad altra violenza, la violenza necessaria e la violenza gratuita. Il terzo film sarà invece dedicato alla dipendenza dal sesso.

A proposito di sceneggiatura, ci puoi raccontare come si è evoluta la fase di scrittura del tuo esordio?

Devo dire che il film finito si è rivelato piuttosto diverso rispetto a quanto avevo originariamente scritto. Sin dall’inizio ho concepito questo mio primo lungometraggio come contrassegnato dalla presenza continua del numero tre (la divisione in tre atti, il protagonista che torna a casa per tre volte e che si fa di eroina per tre volte, le tre ragazze con cui ha rapporti e così via). Secondo questa logica, Le formiche della città morta doveva dunque avere tre personaggi principali: due donne e un uomo, che avrebbe rappresentato l’elemento di rottura tra le figure femminili. Nel momento in cui una delle due attrici protagoniste non ha potuto più prendere parte al film, ho deciso di cambiare la struttura della storia, concentrandomi con maggiore decisione sulla vita del personaggio maschile e su quella che è la sua personale parabola cristologica. Credo che in ogni mio futuro lavoro ci sarà almeno un personaggio che seguirà una traiettoria simile. Tutti gli uomini nella loro vita portano una croce e porre l’accento su questo aspetto è una cosa che mi interessa molto.

Interviene Simon Pietro, che si sofferma sulla lavorazione del film, svoltasi all’insegna del work in progress: «Credo sia importante sottolineare come l’opera abbia davvero preso forma via via. Le modifiche e le integrazioni apportate alla sceneggiatura durante le riprese sono state molte. Non c’era un vero e proprio copione precostituito da seguire alla lettera e in più occasioni, ad esempio, mi è capitato di suggerire i dialoghi. Il tutto naturalmente sotto la supervisione di Simone, con cui ci consultavamo di continuo mentre giravamo e al quale spettava sempre l’ultima parola». Pur essendo il sesto di sette figli di un uomo con alle spalle una decennale esperienza teatrale, Simon Pietro fa il rapper con il gruppo Quarto Blocco e prima di Le formiche della città morta non aveva avuto esperienze professionali in ambito teatrale o cinematografico. Eppure, fin dalle prime inquadrature del film, offre un’interpretazione intensa e convincente. «Non è stato difficile», ammette: «Simone ha costruito buona parte del suo lavoro e del personaggio principale su di me. Il protagonista lo sentivo vicino e ciò mi ha senz’altro facilitato il compito, anche se il film non è la storia della mia vita e sarebbe alquanto riduttivo dire che mi sia limitato a interpretare me stesso».

L’uso delle musiche ha un ruolo molto importante. Hai pensato fin da subito a un forte legame tra il mondo che volevi tratteggiare e il rap underground romano? Oppure anche questa scelta è stata presa in un momento successivo?

Uno dei miei principali punti di riferimento per il film è stato Accattone di Pasolini e quindi inizialmente, per sottolineare la drammaticità degli eventi messi in scena, volevo utilizzare la musica classica. Tra i compositori a cui in un primo momento ho fatto ricorso c’erano Bach, Mozart, Debussy e Sciarrino. Nel montare il film, mi sono però reso conto che questo tipo di soluzione non mi soddisfaceva. Così ho pensato ad alcuni brani di musica elettronica e solo più avanti è arrivato il rap. Prima di selezionare le musiche definitive ci sono voluti dodici montaggi differenti. Cambiando le musiche, mi veniva naturale modificare anche il ritmo e l’alternanza delle immagini ed è per questo che il montaggio, di cui mi sono occupato con il direttore della fotografia Raoul Torresi, è durato ben sette mesi e mezzo. Nella colonna sonora finale sono presenti diversi artisti rap romani che hanno accettato di regalarmi alcuni loro pezzi. Anche Federico Zampaglione mi ha offerto una sua canzone, L’inquietudine di esistere, eseguita dai Tiromancino in collaborazione con Fabri Fibra.

Non deve essere stato semplice trovare i finanziamenti necessari per un film del genere, sebbene si tratti di una produzione a basso costo. Come sei riuscito a realizzare la prima parte della tua trilogia sulla dipendenza?

Pur non avendo una produzione alle spalle disposta a finanziare il progetto, ho deciso ugualmente di provare a imbarcarmi in questa avventura. In pratica, mi sono tuffato di testa senza vedere se c’era l’acqua sotto. Ho investito nel film i pochi soldi che avevo da parte e ho chiesto a chiunque conoscevo dei prestiti, riuscendo a ripagare tutti lavorando per due anni mentre mi dedicavo al film. Poi, a fase di montaggio già avviata da qualche mese, in un momento in cui avevo terminato la disponibilità economica, fortunatamente è arrivato il produttore Gregory J. Rossi della NeroFilm, che mi ha permesso di terminare la post-produzione e con cui in questi mesi sto cercando tra molte difficoltà di organizzare una distribuzione autonoma.

“Smetto quando voglio”

Probabilmente nemmeno nei suoi sogni Sydney Sibilia era arrivato a immaginare che il suo film d’esordio avrebbe riscosso tanto successo: Smetto quando voglio è stato visto da più di 600.000 spettatori, superando i 3 milioni e 600 mila euro di incasso. Davvero niente male.

Non solo il pubblico ma anche la critica, in maniera pressoché unanime, ha riservato all’opera prima di Sibilia un’accoglienza assai positiva. E meritatamente. Quello del trentaduenne regista salernitano, trasferitosi a Roma dopo aver realizzato il primo corto Iris Blu (2005) con Cristina Capotondi, è infatti uno dei debutti cinematografici più interessanti dell’anno. Anche se chi conosceva i suoi corti poteva ipotizzarne l’arrivo sul grande schermo (Oggi gira così del 2010 era un gioiellino di scrittura e tempi comici), Smetto quando voglio sorprende per la capacità di intrattenere lo spettatore con intelligenza attraverso una lunga serie di trovate esilaranti, senza mai perdere ritmo. Solo il tempo ci dirà se dal fortunato caso di questo film – che racconta con piglio scanzonato le vicende di un gruppo di ricercatori precari intenti a sbarcare il lunario mettendo su una squinternata banda di spacciatori di smart drugs – potrà nascere lo spazio per una nuova commedia italiana. Nell’attesa, noi di Fabrique salutiamo con entusiasmo questa operazione riuscita e coraggiosa, cercando di scoprirne di più proprio con l’autore.

Qual è la storia produttiva di Smetto quando voglio e come sei riuscito nell’impresa di farti finanziare il film da Fandango?

Oggi gira così era piaciuto molto a Domenico Procacci, che mi aveva invitato a metter su un gruppo di scrittura. Con Valerio Attanasio avevamo già scritto il nuovo soggetto e presto abbiamo iniziato a lavorare alla sceneggiatura insieme ad Andrea Garello. Inizialmente dubitavo che il progetto sarebbe davvero andato in porto, ma dopo la consegna della prima stesura mi sono reso conto che le cose si stavano sviluppando in maniera positiva. Nel gennaio 2012 il film è stato calendarizzato e successivamente sono iniziati i contatti con Rai Cinema e il percorso per il finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Hai trovato difficoltà nel passare dalla forma del cortometraggio a quella del film? Da dove è nata e come hai sviluppato l’idea di base?

In una primissima fase avevo in mente una serie di situazioni e personaggi che avrei poi voluto legare tra loro attraverso un filo narrativo. Ben presto però mi sono reso conto che questo metodo, che avevo ampiamente utilizzato nei corti, non era proficuo per un lungometraggio. Ora era fondamentale capire subito di cosa e di chi volevo parlare, concentrandomi poi su alcuni personaggi e sul loro arco di trasformazione. Raggiunta questa consapevolezza, mi sono imbattuto in un articolo di giornale in cui erano intervistati due netturbini romani che, pur laureati in filosofia, erano contenti del loro lavoro. Ciò che mi colpiva era la loro serena rassegnazione. Siamo dunque partiti da questa suggestione andando a cercare altre storie simili (molte delle quali ci hanno più o meno direttamente ispirato per il film), per poi sviluppare intorno a esse un mondo coerente e verosimile dove le persone più intelligenti vivono ai margini.

Quali sono stati i vostri modelli narrativi?

Inizialmente abbiamo fatto un elenco di alcuni film e serie televisive a cui volevamo ispirarci: ne facevano parte Limitless, Big Bang Theory, Snatch, Romanzo criminale e 21, dal quale abbiamo ripreso la struttura circolare. Nonostante la storia di Smetto quando voglio giri intorno all’elaborazione di una droga sintetica, tra i riferimenti non c’era Breaking Bad, di cui avevo sentito parlare ma che non avevo ancora visto. A un livello più inconscio e generale, credo poi di essere molto legato a un certo tipo di cinema americano degli anni ’80 e ’90 con cui sono cresciuto. Penso a film come Ritorno al futuro, Salto nel buio e Navigator, con quelle loro sceneggiature prive di sbavature.

Qual è stato invece il tuo approccio alla regia? E, rimanendo sull’aspetto visivo, cosa ti ha portato alla scelta di una fotografia così satura?

Ancora oggi mi sento principalmente uno sceneggiatore, oltre che un intrattenitore. E la messa in scena la penso sempre come qualcosa che deve essere funzionale alla storia. In Smetto quando voglio ho sempre cercato di evitare uno stile invasivo per non rischiare di scivolare nell’autocelebrazione e perdere di vista ciò che conta davvero: la storia e i personaggi. La regia in fondo non è altro che uno degli aspetti di un lavoro molto più ampio.

Per quanto riguarda invece la fotografia, la volontà era quella di tradurre anche sul piano visivo l’idea di una commedia diversa dal solito. Il colpo d’occhio è fondamentale. La maggior parte degli spettatori ormai scelgono se andare a vedere o meno un film dopo aver guardato il trailer sul web. Volendo evitare la fotografia satura al punto giusto del cinema italiano e partendo dalla consapevolezza che preferivamo rischiare di sbagliare piuttosto che aderire a una soluzione standard, ci siamo ispirati all’estetica ipersatura della serie inglese Utopia di Dennis Kelly.

Puoi già dirci qualcosa sul tuo prossimo film?

Attualmente sto ancora seguendo Smetto quando voglio. Per tornare a scrivere ho sempre bisogno di sentirmi un po’ orfano. A un certo punto arriverà il momento in cui non mi vedrò più legato al primo film e inizierò a lavorare seriamente al nuovo. Comunque farò senz’altro un’altra commedia: l’idea è quella di concentrarmi su qualcosa di un po’ matto. Spero di spiazzare gli spettatori lasciandoli increduli. In ogni caso, cercherò di seguire la strada più difficile, consapevole che per il secondo film ci sarà molta aspettativa da parte del pubblico. Che non voglio in alcun modo deludere.