Autoprodurre mascherine si può: appello ai makers 3D

mascherine
(Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Sappiamo tutti che uno dei problemi più urgenti dell’emergenza da coronavirus è la mancanza di mascherine, pressoché introvabili dall’inizio dell’epidemia. I numeri del contagio ci dicono che, anche nel caso si riuscisse, come garantiscono il governo e le organizzazioni sanitarie, a reperirle all’estero o riprenderne la produzione autoctona, probabilmente ci sarà bisogno ancora a lungo di grandi quantità di dispositivi atti a frenare la trasmissione del virus.

È di questi giorni la notizia che l’Aitasit (Associazione italiana amministratori di sistema e telemedicina) ha messo online suo sito alcuni progetti open source per la produzione autonoma di mascherine. Si tratta, precisano gli ideatori, di mascherine che non hanno la certificazione standard ma progettate in modo da essere più protettive delle semplici mascherine chirurgiche usa e getta o di quelle che molti si fabbricano da soli seguendo istruzioni trovate chissà dove in rete.

E da qui il nostro appello a tutti i makers: per autoprodurre queste mascherine c’è bisogno di una stampante 3D che non tutti hanno, ma che sicuramente è nella disponibilità di molti professionisti che lavorano nel cinema, come scenografi e attrezzisti. Perché non creare dunque una rete di persone che possono produrre e stampare per sé, la propria famiglia e magari anche per altri a prezzi contenuti, mascherine che hanno ad esempio il grande pregio di poter essere riutilizzate una volta disinfettate?

Su un tema così delicato abbiamo sentito il parere di Eugenio Barone, professore associato di Biochimica alla Sapienza.

La questione ‘mascherine antivirus’ è ostica dall’inizio: poca chiarezza sulla loro reale efficacia, anche tra i vari modelli disponibili, e un rifornimento così basso da farle risultare introvabili. Ora si affaccia la possibilità di creare delle mascherine attraverso le stampanti 3D: ti sembra un’opzione valida?

Se le mascherine non si trovano e c’è la possibilità di stamparle in 3D, è chiaro che è un’opportunità. Credo però che la mascherina 3D, a oggi, abbia ancora due limiti fondamentali: se ne possono produrre poche al giorno e non hanno una perfetta capacità di filtrare il virus. Questo però è il problema minore, visto che stiamo utilizzando mascherine di tutti i tipi. Come consigliano i virologi, in assenza di mascherine l’importante è coprirsi.

Peraltro le mascherine 3D non sono monouso, ma si possono riutilizzare più volte. In una classifica di ‘mascherine ideali’, dove potremmo posizionare le 3D?

Le uniche che riescono a proteggerti dall’infezione del virus sono quelle con la sigla FP2 e FP3, perché i filtri hanno dei pori con le apposite dimensioni che ti permettono, appunto, di filtrare l’aria che respiri. Comprese le famose “goccioline”. Le 3D costituiscono comunque una barriera alle stesse goccioline di saliva. Una protezione in più è importante, per noi e per gli altri. Se sei asintomatico o presenti solo dei lievi sintomi, senza sapere di avere il Coronavirus, con mascherina e guanti riduci matematicamente le possibilità di contagio. L’infezione è davvero semplice da contrarre, basta parlare, tossire o respirare per rischiare, soprattutto negli ambienti chiusi come il supermercato.

Quale potrebbe essere l’iter per richiedere una certificazione e dare la possibilità a questi makers 3D di fare mascherine FP2 e FP3?

Ci sono agenzie apposite che fanno test e rilasciano questo tipo di autocertificazione. L’ideale sarebbe che questi makers 3D, che per ora lavorano ‘in casa’, venissero supportati dalle aziende per una stampa numericamente significativa e sempre più avanzata, in direzione del modello FP2 e FP3.

Ogni giorno sui tuoi social fai un bilancio dell’andamento dell’epidemia in Italia: rispetto a dove ci troviamo oggi, qual è la vera urgenza per contrastare il virus?

Bisogna sensibilizzare alla prudenza e alla responsabilità. Anche il fratello o la sorella che ho visto ieri potrebbe essere una persona infetta, non sappiamo quali sono gli spostamenti effettivi degli altri nel corso delle giornate, nessuno può sapere se hanno incontrato persone infette. Un mio collega che lavora in Portogallo dice che ora dovremmo sentirci tutti infetti, per evitare ogni contagio reale.

Secondo te, con delle misure restrittive portate al massimo, quanto ci vorrà prima che l’Italia ne esca?

La Lombardia è stata chiusa da 2 settimane, l’Italia circa 10 giorni fa. Prima di vedere un cambiamento di tendenza nei numeri totali, di tempo ce ne vorrà. Credo che arriveremo almeno a giugno, e con misure molto restrittive. Non abbiamo i numeri, adesso, che ci permettono di dire che torneremo presto alla normalità.

Come sono fatte dunque queste mascherine, ripetiamo, non certificate ma vicine agli standard di riferimento? Utilizzano dei filtri di tipo Hepa, ovvero dello stesso tipo che viene impiegato nei condizionatori o negli aspirapolvere robot tipo Roomba, reperibili abbastanza facilmente. «Per costruire la mascherina è sufficiente scaricare e stampare il modello in .stl, inserire un elastico e caricare la cartuccia Hepa nell’alloggiamento dopo aver rimosso le linguette in plastica. Dopo qualche ora di utilizzo basta pulire la superficie della maschera con soluzione disinfettante e cambiare la cartuccia », dicono i medici dell’Aitasit.

E non è l’unico impiego creativo delle stampa 3D nell’ambito dell’emergenza da coronavirus: ad esempio si è studiato anche una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling in commercio, con un raccordo realizzato appunto tramite una stampante 3D. Il dispositivo è stato collaudato con successo all’ospedale di Chiari.

Anche in questo caso occorre ricordare come si tratti di strumenti non certificati da usare solo nelle situazioni di assoluta necessità. Ma certamente bisogna rallegrarsi di come il mondo della tecnologia e della creatività italiana si sia messo in moto per cercare soluzioni efficaci a contrastare una situazione mai vista prima.

(ringraziamo Chiara Del Zanno)