Italian VR

Fabrique inizia un viaggio nelle realtà produttive italiane che esplorano la VR. Chi sono i giovani autori che se occupano? Quali le difficoltà, i costi, le possibilità? Dove far circolare i propri corti, e cosa raccontare?

Di realtà virtuale in Italia si parla poco, ma c’è tutto un mondo di filmmaker che stanno sperimentando in questo senso: la mostra di Venezia (ma prima ancora Cannes e Berlino) quest’anno ha inaugurato una sala per la visione in VR, presentando corti internazionali. In Germania e in Olanda, e presto anche in Francia, hanno già aperto sale cinematografiche per la realtà virtuale ed esiste un festival specializzato, il Kaleidoskope.

«Ehi, scusa, se hai finito me lo fai provare?». Venezia Lido, lungomare, è quasi mezzanotte ed Elio Germano è in piedi davanti all’ingresso del locale dove si svolge la festa di Fabrique. Un ragazzo si sbraccia verso di lui, spazientito, per richiamarne l’attenzione. Non vuole farsi un selfie con l’attore, né chiedergli l’autografo. Vuole solo impossessarsi dell’oggetto che Germano ha appena finito di usare: un visore per la realtà virtuale su cui gira No Borders VR, il primo corto-esperimento in VR mai realizzato in Italia.

Prodotto da Gruppo Cadini, Gold e Radical Plans, e vincitore a Venezia del premio MigrArti, il documentario stereoscopico degli italo iracheni Haider Rashid e Omar Rashid è stato l’attrazione più chiacchierata presentata durante la Mostra alle Giornate degli Autori.

Non si trattava del primo vagito virtuale nel nostro paese – la VR ha già una piccola scena italiana, almeno nel campo delle app – ma della prima volta che in Italia il cinema incontrava il nuovo medium reso popolare dall’Oculus Rift di Palmer Luckey. Dietro al progetto un team creativo di cinque persone (Haider Rashid, Omar Rashid, Elio Germano, Daniele Bernabei, Gabriele Fasano), che hanno creduto intensamente a una scommessa molto impegnativa: «Per ottenere 15 minuti di corto – ci spiega Omar – c’è voluto il tempo che avremmo impiegato per fare un lungo». E una spesa pari a quella dell’acquisto di un piccolo SUV. «L’approccio al mezzo è arrivato per caso, nel dicembre del 2014, quando ho provato per la prima volta Oculus Rift a casa di mio cognato. Appena ho intuito le potenzialità del mezzo, ho cercato di capire come potesse funzionare la realizzazione pratica di un progetto in VR. Sono un autodidatta virtuale». Autodidatta nel campo della VR ma non certo nell’area dell’audiovisivo, perché la squadra dietro alla realizzazione di No Borders proviene dal mondo del cinema e della comunicazione. «Io ho aperto 13 anni fa un negozio di abbigliamento –racconta Omar – con un occhio speciale alla comunicazione, al guerrilla marketing. Con Haider, che è un regista puro, ci siamo incontrati la prima volta a Firenze».


Con il loro primo progetto, Street Opera (che segna l’inizio della collaborazione con Germano) hanno vinto quest’anno una menzione speciale DOC ai Nastri d’Argento. «Ho parlato della VR a Haider, che ha uno studio di post produzione, e poi abbiamo coinvolto Elio, mostrandogli la VR in un ristorante cinese. Il tema del corto, i migranti, ci è venuto spontaneamente, assecondando la nostra voglia di raccontare la virtualità del reale con un mezzo pensato per il gaming, quindi per l’astrazione totale dalla realtà». Una volta vinto il bando del MIBACT MigrArti, “scoperto” dal gruppo ad appena dieci giorni dalla scadenza, il passo successivo è stato quello di mettere in pratica la teoria. «Il vero test è stato quando sono arrivate le camere, delle GoPro. Il regista sul set deve riprendere ogni punto di vista possibile, usando più camere, e poi ricucire il tutto in post produzione. Il processo, che si chiama stiching, consiste nel convertire con un software particolare le immagini “piatte” in “sfere video”. È spesso poi necessario correggere le sfere frame by frame, per evitare il cosiddetto effetto ghosting, quando cioè la sovrapposizione fra le immagini non è perfetta».

Dopo Venezia il corto è passato al festival di Roma, ma la distribuzione al grande pubblico resta ancora un’incognita: «Il futuro della VR, sono convinto, è in sala. Al momento è molto difficile attrezzarsi per la visione. E mostrare No Borders semplicemente come un video 360 su Youtube non rende giustizia alla natura del mezzo per cui è nato». L’ideale sarebbe una distribuzione attraverso Samsung, magari nello store dedicato ai video in VR. L’esperimento, inoltre, potrebbe essere solo il primo passo per il team di pionieri-autori: «Stiamo lavorando su altre strade, esplorando nuove idee, facendo esperimenti e guardando molti film in VR. Il difficile, adesso, è trovare la storia giusta. Stiamo valutando due possibilità: continuare sulla virtualità del reale, provando a mettere in scena anche situazioni disturbanti come una rapina o un caso di violenza domestica, o esplorare l’ambito del fantastico. Magari la fantascienza».

«Il futuro della VR, sono convinto, è in sala. Al momento è molto difficile attrezzarsi per la visione. E mostrare No Borders semplicemente come un video 360 su Youtube non rende giustizia alla natura del mezzo per cui è nato».

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