Social History: in una docuserie l’alba della creator economy

Social History Cooker Girl
Cooker girl, ovvero Aurora Cavallo, fra le più note food blogger e content creator italiane, è una delle protagoniste di “Social History”.

Raccontare senza mezze verità il viaggio di chi ha creduto nei social. Sembra una frase strana, fatta, propagandistica. Invece è il contenuto di Social History, docuserie in esclusiva su RaiPlay che esplora la nostra storia collettiva sub speciae internet: dove viviamo ogni giorno, che ci piaccia o no.

La frase iniziale di questo pezzo non l’ho vergata io. Me la suggerisce Maurizio Lorenzo Valente, autore di Social History (produzione Bug srl con Rai Documentari), sei puntate in tutto girate da Gaetano Acunzo. Il percorso è sincronico e diacronico: cioè, mentre ripercorriamo le evoluzioni dell’ambiente online degli ultimi decenni, dai primi video “simpatici” su YouTube alla nascita delle figure che definiamo creator – e che ora sono dotati di codice ATECO separato per la gestione delle loro partite iva, come mi ricorda Valente –, abbiamo anche l’occasione di ascoltare le testimonianze di alcuni dei maggiori personaggi noti dell’internet italiano, che si tratti di Camihawke, di Cooker Girl o Francesco Sole (ecco l’elenco completo dei coinvolti: Alessandro Montesi, AlicelikeAudrey, Carmagheddon, Daniele Doesn’t Matter, IlvostrocaroDexter, diEFFE, Iris Di Domenico, KingAsh, LaSabri, Leonardo Decarli, Maurizio Merluzzo, Poldo, Samara Tramontana, Sespo, Willwoosh).

Le puntate sono tematiche e intitolate secondo alcuni miti o frasi della vulgata, rintracciabili quando si tratta di, appunto discutere dei social e “signora mia, dove sono finiti i bei vecchi tempi”: Qui era tutta campagna, Trovati un lavoro vero, Ah-ah… fallito, Ho bisogno di aiuto, Fa’ il bravo, Dove vuoi andare? Allora ecco che entrano in campo il bullismo, la sostenibilità economica, la necessità di fare i conti a volte con la vanità, altre con il giudizio gratuito di molte persone. Perché c’è un mito, in questo ambiente: che fare quello che fanno queste ragazze e questi ragazzi sia semplice. Nulla di più sbagliato: è un lavoro e presenta le sfide di ogni altro lavoro. Anche quando l’ingaggio di una giornata potrebbe essere girare qualche ricetta, controllare i numeri delle condivisioni o passare il pomeriggio a rispondere ai commenti dei follower.

Che vi sentiate dei draghi dell’ambiente digitale, che non ne sappiate nulla, o anche solo che abbiate voglia, come dicono gli inglesi, di farvi un giro per Via del Ricordo e sbloccare alcuni momenti incredibili di storia dell’internet (grazie al lavoro di archivio preciso che riporta sullo schermo alcuni dei video, per esempio, più amati di Willwoosh aka Guglielmo Scilla), la docu-serie creata da Valente merita attenzione – ah, se vi sembrerà di riconoscere il conduttore e voce narrante delle puntate: ma certo, è Maurizio Merluzzo! Ma ora vorrei lasciare la parola proprio a Valente, pure lui tra i protagonisti di questa evoluzione di internet – chissà, magari lo avete presente. Ecco com’è andata la nostra chiacchierata.

Da dove è nata la volontà di sviluppare questo progetto?

L’idea di progettare una docu-serie nella quale si gettasse luce sulla Creator Economy si è sviluppata in contemporanea con alcuni eventi politici ed economici che hanno coinvolto tutta la categoria, come per esempio l’introduzione di un codice ATECO specifico per le nuove professioni digitali. Sono passati quasi vent’anni dai primi contenuti italiani su YouTube e poi su Facebook e via, via, fino ad arrivare all’oggi, ovvero a un industria dall’indotto miliardario. Io sono partito dal web quindici anni fa e, sia dall’interno, sia come creativo e autore, ho avuto modo di osservare i primi tentativi dei creator di costruirsi una “voce” in uno spazio nuovo e inesplorato come internet. Siamo partiti dalle nostre camerette e da una webcam, oggi ci chiamano influencer e siamo professionisti a tutti gli effetti… Insomma, mi è sembrata un’idea interessante quella di provare a mettere un punto sullo stato delle cose e soprattutto sulla nascita e l’evoluzione di questo fenomeno che ha rivoluzionato il mondo della comunicazione e dei mass media, e di conseguenza ha cambiato tutto.

Maurizio Merluzzo
Maurizio Merluzzo, voce narrante di “Social History”.

Grazie ad alcuni creator coinvolti viene sbloccato un notevole effetto-nostalgia. Che effetto ti fa riguardare ora il percorso di influencer e creator come, per esempio, Camihawke?

Incredibile. Molte delle persone coinvolte nel progetto sono amicizie di vecchia data, ragazzi e ragazze con cui abbiamo iniziato quando tutto questo era roba per sfigati e per nerd. Alcuni di loro hanno fatto una grande strada da allora, proprio come Cami, e sentire parlare lei (ma come Guglielmo, FaviJ, Leonardo DeCarli, Ipantellas…) è come fare un tuffo in quei giorni là, quando avevamo tutto tranne l’idea che il web sarebbe diventato uno dei modelli di business più solidi del Paese. Comunque, la nostalgia è un’arma a doppio taglio perché i giorni migliori – in realtà – ce li abbiamo davanti. Adesso che siamo stati riconosciuti, dallo Stato come dal pubblico mainstream, dobbiamo più che mai fare fronte comune per continuare questo cammino di successi.

In che contesto arriva Social History? Qual è la tua percezione della nostra relazione collettiva con i social e la sua “famiglia reale”?

Arriva prontamente in un periodo confusionario e reazionario, dove tutto (dal web, al calcio, alla cucina) si trasforma in un pretesto divisivo e polarizzante. Noi e i social, secondo alcuni, siamo una relazione tossica fatta di abuso di smartphone, di dissociazione dalla realtà, di anonimato pericoloso e di incontrollate sconcezze, ma la realtà è per fortuna più variopinta e costruttiva di così. Ad esempio, tanti giovani (anche qualche meno giovane, ovvio) hanno capito il potere di questo “megafono digitale” e lo stanno usando per parlare d’ambiente, di diritti civili, di educazione, di lotta alle ingiustizie, di pace… tanto che alcuni dei più importanti movimenti socio-culturali del nostro secolo sono nati proprio sui social, e sto parlando del MeeToo, di BlackLivesMatter e delle nuove Primavere Arabe. Il web non è che uno specchio, a volte deformante e a volte più nitido, di ciò che siamo come società nella vita reale. Dunque, chi vede solo il marcio o è poco informato, oppure è in cattiva fede.

Ai genitori preoccupati della presenza online dei propri figli, che cosa risponderesti?

Che ogni cosa dello scibile umano, se priva di regole di base e di buon senso civico, diventa pericolosa, anche attraversare la strada – se non si guarda da entrambi i lati o non si conoscono le automobili – diventa un grande salto nel vuoto. Internet, così genericamente inteso con tutto quello che sappiamo contenere, è certamente un luogo potenzialmente devastante per i più giovani che non hanno gli strumenti per decodificare tutto quello che potrebbero trovarsi davanti. Questo lo sappiamo noi, ma lo sanno anche i vertici dei social network stessi che si stanno muovendo in questa direzione repentinamente. Instagram, per esempio, ha aggiunto delle regole-guida negli Stati Uniti per impedire ai minori di 14 anni di avere un profilo social senza la firma dei genitori e ha messo un limite di utilizzo giornaliero per arginare l’uso ossessivo. In contemporanea, anche gli organi competenti e i garanti nazionali stanno legiferando per rendere il web un sistema sicuro. Se proprio devo dare un consiglio alle famiglie, anche se non mi sento di poter parlare da un pulpito, è: «Parlate con i vostri figli, interessatevi delle loro vite per quanto assurde possano sembrare e non lasciateli troppo soli». Ma questo vale tanto per i social quanto per tutto il resto.

Ma tu hai un creator preferito, qualcuno al cui progetto artistico sei particolarmente affezionato?

Dirne uno in particolare è complicato, perché con la maggior parte ho condiviso parte del percorso creativo o con altri parte del percorso professionale.

Completa la frase: nel futuro dei social e dei creator, vedo…

…un ventaglio enorme di possibilità e di cambiamento, intendo proprio cambiamento del mondo.

La cosa che non ti aspettavi di scoprire e che invece è uscita durante la lavorazione della serie.

C’era una grandissima voglia di parlare, ma una volta tanto non era voglia di parlare di sé e di quanto si è ricchi o famosi, ma parlare di quanto sia stato difficile, azzardato, sconsiderato, mal visto, mal recepito e intendo per tutti noi, dai creator ai manager, fino a chi lavora dietro le quinte, aprirsi pubblicamente nel mondo digitale. Mi ha stupito quindi vedere insieme tanti “competitor” tutti disposti a silenziare il proprio ego per mettersi a servizio di un prodotto che voleva raccontare senza filtri e senza mezze verità il viaggio di ha creduto nei social.