
Siamo stati tra i primissimi a premiarlo nel 2024, come miglior attore ai Fabrique Awards per Il mio compleanno di Christian Filippi. Zackari Delmas è una folgorazione ma non una sorpresa: lo tenevamo d’occhio da Una sterminata domenica di Alain Parroni, che lo ha visto esordire ancora minorenne. Poi è cresciuto sul set di Filippi, accanto a Silvia D’Amico in uno struggente rapporto madre-figlio, e ancora in Diciannove di Giovanni Tortorici fino al ruolo inaspettato in Incanto di Pier Paolo Paganelli.
È una calamita per opere prime, magnetico, strafottente, ribelle ma con giusta causa. Gli è toccata la fortuna di una faccia da cinema, con una smorfia inconfondibile che si presta a tutto: il ghigno un po’ folle, il sorriso sghembo, qualcosa a metà tra rabbia, tristezza e una prepotente allegria. Lui dice che l’emozione la sente nella pancia, che un vestito gli rivela una postura e che non puoi raccontare la vita dei film se non vivi quella vera. Per questo cambia routine e cerca esperienze nuove, abbracciando una visione analogica del mestiere d’attore che quasi non ti aspetti, da un giovane nato nel 2005. In ogni caso, qualsiasi cosa faccia, la fa sembrare molto facile. A FilmTV ha confessato che «gli articoli di cinema sono un po’ la morte del cinema». Forse ha ragione. Noi proviamo comunque a raccontarvi Zackari Delmas.
Classe 2005, italo-francese. Nato a Roma ma torinese di adozione. Zackari con la i, non con la y. Qual è la storia?
Sono nato con un parto travagliato, io e mia mamma stavamo per morire. Mio padre, in preda al panico, all’anagrafe ha sbagliato il mio nome. È ortograficamente scorretto in francese, in inglese e in italiano. Papà è nato in Francia ma ha sempre vissuto in Inghilterra, voleva chiamarmi così per il cantante dei Rage Against the Machine, Zack de la Rocha.
Perché proprio l’attore?
L’ho ereditato da mio padre, che faceva cabaret. Già da piccolo facevo degli spettacolini con lui, guardavo Charlie Chaplin e Buster Keaton, mi esibivo in giro per casa con un completo di Chaplin.
Chaplin è il tuo chiodo fisso. Perché?
Ogni carnevale mi travestivo da Chaplin. Mi ci rivedo molto, bassetto come lui, coordinato ma scomposto.
Il primo set come è arrivato?
È iniziata con un corso di improvvisazione alle elementari, quando avevo sette anni. I miei si stavano separando, quindi rimanevo fino alle otto di sera a recitare con quelli di vent’anni. Quando mia mamma mi ha visto fare gli spettacoli, ha subito incaricato un’agenzia e mi ha fatto fare una fiction televisiva, Questo nostro amore 70 [regia di Luca Ribuoli e Isabella Leoni, nda]. Mamma poteva guadagnarci e m’ha sfruttato (ride).
Ti ho conosciuto qualche anno fa: una scheggia fuori di testa con un’energia incontenibile. Quattro film, una tripletta a Venezia e un Bif&st dopo, sei sempre lo stesso?
Certo. Bisogna essere pazzi per divertirsi, secondo me. Serve avere sempre quei guizzi di energia senza senso, perché la vita non ha senso, e senza quella insensatezza non riusciresti a vivere.
Hai mai paura che il set ti irrigidisca?
No, al contrario. Il set ha una gerarchia in cui l’attore, per fortuna, fa un po’ da jolly. Io sono abbastanza un giullare e cerco di divertire tutti, di essere me stesso a pieno e distruggere anche quella gerarchia che c’è, quella impostatezza da palo in culo con la radiolina.
Sei una calamita per opere prime: all’attivo hai quattro film importanti con Parroni, Filippi, Tortorici e Paganelli. Partiamo dall’inizio, Parroni.
Parroni mi ha dato uno slancio, mi ha fatto respirare il vero cinema e da lì ho sempre cercato di partecipare a progetti che avessero quell’aria.
Filippi è arrivato subito dopo. Come ti ha segnato?
Quello di Alain è un film di immagini in cui noi siamo un po’ il contorno, siamo gli schiamazzi. Filippi mi ha dato un’altra responsabilità, ho dovuto reggere sulle spalle l’intero film. Non avevo mai fatto una cosa da protagonista, ho dovuto anche prendere la patente. Avevo appena compiuto 18 anni ed è stato il primo passo per diventare un po’ un uomo.
Tre film con tre età diverse ma vicinissime tra loro, in cui tutto cambia nell’arco di poco tempo. 16, 18, 19 anni. È un po’ come fosse il tuo romanzo di formazione?
Esattamente, all’inizio per me erano nuove anche le prove del personaggio. Poi sono passato a fare un intero film da protagonista, fino ad avere 19 anni e non provare niente, fare il lavoro a casa per poi presentarsi sul set con una propria preparazione e un metodo del personaggio. Mi ha dato la base per la recitazione, per trovare una scaletta e una disciplina da seguire. Vedi? In fondo è vero, la recitazione mi ha disciplinato. Almeno sul lavoro…
Tutti personaggi ribelli ma con giusta causa. Sei nel tuo?
Sì, io spero sempre di trovare film che raccontino una ribellione, un conflitto.
Che attore vorresti essere?
Vorrei avere sempre umiltà e portare in scena esperienze vissute, qualcosa di vero e non di inventato. Da un punto di vista tecnico vorrei raccontare la vita che c’è fuori, quindi non inventarsi niente ma fare sempre una sostituzione.
E la verità dove la prendi?
Se non l’ho vissuta, dall’immaginazione. Ma cerco di vivere più esperienze possibili nella vita normale, perché i film non sono la vita vera, quindi l’unico modo per avvicinarsi a quella cosa è vivere sul serio, anche cambiando la routine. Io sono un ragazzo che si fa trasportare un po’ dalle persone, sempre mantenendo un centro, però l’obiettivo è fare nuove esperienze.
Mi sembra molto vintage e molto sano. Incanto di Pier Paolo Paganelli è un’esperienza diversa dalle altre. Sei tornato alla tua infanzia, a tuo padre, a Keaton e Chaplin.
Sì, tantissimo, sono tornato un po’ bambino. Non vedevo l’ora di ritrovare anche la dimensione del teatro, di portare qualcosa sopra le righe. Io lavoro molto quando siamo in costumeria, quando provo i vestiti e mi guardo allo specchio trovo delle posture da assumere. È così sul set ma anche nella vita reale, cambio camminata in base agli outfit che mi metto. Se c’ho la polo cammino con le spalle larghe, se c’ho i pantaloni a vita bassa cammino con le gambe larghe.
Cos’altro fai per trovare ispirazione?
Guardo molti film prima di girare, perché mi riattiva emozioni diverse, che poi riesco a rivivere anche sul set. È come se guardando un film mi si riallineassero i chakra.
Fai parte di una nuova vivacissima generazione di attori. Per chi tifi?
Francesco Gheghi è molto forte. Mi piace tanto anche Filippo Scotti, ho appena visto Le città di pianura. Tra i grandi maestri invece Elio Germano, Marinelli e Borghi.
La tua generazione è anche la prima a formarsi con una cultura da piattaforma. Bene o male?
Un male, anche perché se non sei riuscito ad andare al cinema, adesso è più complicato recuperare una nuova uscita. Un tempo trovavi di tutto in rete. E poi la piattaforma ti riduce lo spettro cinematografico e ti propone progetti quasi sempre simili.
Sia Parroni che Filippi tengono la macchina da presa molto addosso ai personaggi, in maniera intima e quasi invadente. Che rapporto hai con la camera?
Per me tutto il lavoro dell’attore si basa sul rapporto con la macchina, quando riesci a dissolverti completamente dall’azione allo stop, a far sparire tutto quello che hai intorno e tenere solo quello che ti serve. Sono molto bravo ad alienarmi.
Dalla tua hai anche una presenza scenica magnetica. È uno strumento che sai gestire?
Purtroppo ci gioco spesso e mi ci perdo in loop. Dico “purtroppo” perché se sei magnetico spontaneamente, vuol dire che lo sei sempre.
Hai vent’anni, datti tempo. Poi torna sempre una certa strafottenza, nei tuoi personaggi.
Spesso mi hanno chiesto di essere un po’ Bart Simpson. Quando chiedi a un ragazzino di essere coattello senza pregiudizi, lui gode.
Al cinema urli spesso.
Mi mette molta ansia. Per sbroccare da zero a cento devo trovare una motivazione. Nel film di Alain è stato lo schiaffo, oppure il rumore dei clacson quando urlo nel traffico.
“C’ho sedici anni”, momento altissimo. È vero che quella battuta è tua?
Sì, l’ho improvvisata nel panico. Dovevo aprire tutti gli sportelli delle auto, non ci riuscivo. Alla fine mi è venuto da urlare la mia età, come un bambino. Kevin era solo un bambino che cercava di essere grande, proprio come me.
Quand’è che hai pensato “questo è cinema”?
Durante le riprese de Il mio compleanno, quando scappo con Silvia D’Amico nella scena in macchina. Stavo veramente sbandando e neanche me ne ero accorto, per quanto ci stavo dentro. E poi la prima volta, quando abbiamo girato la scena della rissa in spiaggia di Una sterminata domenica. La gente che si era commossa sul set, l’abbraccio finale tra me e Alex. Ogni volta che la rivedo ripenso a quell’attimo, alla sensazione di aver dato la mia prima boccata di cinema.
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Fotografa Roberta Krasnig, Assistente Sara Pinsone; Stylist: Carlotta Gallina; Hair: Adriano Cocciarelli per @ADRIARE hairdesigner Make-up: Ilaria di Lauro per @IDLMakeup; Location: Wordlines Studio


















