Gioia mia, l’estate misteriosa dell’infanzia

    Gioia mia
    "Gioia mia", l'opera prima di Margherita Spampinato con Aurora Quattrocchi, vincitrice ai Fabrique du Cinéma Awards 2025.

    Gioia mia è uno di quei film preziosi che continuano a costruire il proprio percorso nel tempo. Dopo il passaggio al Festival di Locarno, dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria Ciné, l’esordio di Margherita Spampinato ha proseguito la sua crescita in sala, sostenuto anche dal riconoscimento come Miglior Opera Prima agli utimi Fabrique du Cinéma Awards.

    Al centro del film Aurora Quattrocchi, anche lei premiata a Locarno (l’abbiamo vista fra gli altri ne I cento passi, Nostalgia, La stranezza e In guerra per amore, passando per Anime nere), che regala un’interprezione raffinata, tutta sul filo dell’ironia e della leggerezza.

    L’attrice palermitana è una vecchia zia, Gala, alla quale viene affidato per l’estate il nipotino rimasto “orfano” della babysitter, che invece convola a nozze. Il giovane protagonista è Marco Fiore, visto anche nella commedia Ho visto un re. Il suo personaggio è un ragazzino che si ritrova, lontano da casa, solo e tra estranei. Le adulte sono, oltre alla zia, le sue attempate vicine di casa un po’ pettegole; ma giù in strada entrerà anche in un gruppetto di coetanei che inventeranno di tutto per schiacciare la noia estiva tra esplorazioni avventurose di parchi e palazzi di quartiere. Fascino della scoperta, credenze popolari e un pizzico di mistero sono le spezie di questo incontro tra due generazioni.

    La regista ha un affascinante doppio passato prima della direzione. La sua carriera è iniziata come segretaria di edizione con Buongiorno, notte di Bellocchio ed è continuata su moltissimi set, fra cui Vallanzasca – Gli angeli del male di Placido, Un fantastico via vai di Pieraccioni, La mafia uccide solo d’estate di Pif e Musikanten di Battiato. Poi è passata al casting, partecipando a produzioni come Suburra – La serie, Made in Italy di Ligabue e il francese Dalida di Lisa Azuelos. Ora Gioia mia è la sua opera prima da regista e sceneggiatrice.

    Marco Fiore e Aurora Quattrocchi in “Gioia mia”.

    “Gioia mia” in Sicilia di solito viene utilizzato come vezzeggiativo. Come nasce la storia del tuo film?
    Intanto nasce dai miei ricordi d’infanzia. Da bambina ero simile al protagonista. Sono cresciuta a Roma, in una famiglia molto politicizzata, con una formazione scientifica e poche regole in casa. D’estate venivo mandata in vacanza a casa di due zie signorine, zitelle, che mi festeggiavano sempre. Appartenevano a un altro mondo perché erano molto religiose: mi insegnavano tante cose sulla Chiesa, le buone maniere, il pisolino. Ma i miei ricordi più dolci sono legati anche a riti quasi pagani, e l’essere coinvolta in quel piccolo mondo magico mi piaceva molto.
    Oggi però ho un figlio dell’età del protagonista: lui e i suoi amici sono talmente divertenti che potresti scrivere mille film su di loro. Mi divertiva quindi ispirarmi a un bambino maschio che viene mandato in un mondo di donne, mentre proviene da un ambiente moderno e razionale; e queste anziane donne lo formano grazie a una raffinata capacità di sollecitare la sua intelligenza emotiva. Mi piaceva anche che i due protagonisti avessero in comune la perdita di un grande amore.

    Hai iniziato a lavorare nel cinema come segretaria di edizione, con una trentina di film all’attivo.
    È vero. Ho lavorato per dieci anni come segretaria di edizione, poi mi sono concentrata sul casting e Gioia mia è il mio primo lungometraggio. Questo percorso è stato utilissimo perché ho imparato la grammatica, le ottiche, l’attenzione ai tempi e tutto ciò che ti prepara tecnicamente al set. E ho avuto la fortuna di lavorare su grandi set con Marco Bellocchio, Pupi Avati, Maria Sole Tognazzi, Roberto Faenza, Franco Battiato e altri ancora. Tanti registi, tutti molto diversi tra loro, che mi hanno insegnato moltissimo. Poi è venuto il casting, che ho amato tantissimo perché mi ha dato la possibilità di lavorare con la recitazione e gli attori. Penso di essere stata molto fortunata per gli stimoli che ho ricevuto, perché mi hanno permesso di realizzare il mio film proprio come l’avevo immaginato. Sento di aver fatto il percorso che mi ha portata dove volevo andare.

    Infatti nel tuo film sono molto importanti i dettagli. Li estrai quasi tutti scavando nelle singole solitudini dei due protagonisti.
    Come dici tu, i due personaggi, molto soli e chiusi, sono costretti a stare insieme vivendo un’intimità forzata. Si ritrovano a dormire nella stessa stanza e, conoscendosi meglio, come capita a volte con un estraneo di passaggio, si confidano in una confidenza liberatoria. Trovavo interessante la reciprocità di questa dinamica.

    Aurora Quattrocchi e Margherita Spampinato.

    Il ragazzino viaggia e cresce scoprendo una città misteriosa insieme a nuovi amici, ma al contempo conosce pian piano il passato della zia.
    In questo il film è un coming of age. E forse è un racconto di formazione anche per lei. Il ragazzo sperimenta una crescita emotiva tra queste signore ottantenni, quasi come fosse un viaggio nel tempo. Inoltre arriva in questo mondo portandosi dietro un suo bagaglio, ma assorbirà tutte le novità dell’ambiente facendole proprie grazie all’intuito caratteristico dei bambini.

    Nella costruzione della tua storia adotti uno stile asciutto e onesto che mette al centro i personaggi senza orpelli, ma sempre con grande magnetismo.
    A me piace quando si mettono in scena cose ordinarie, quotidiane, che poi diventano straordinarie perché rivelatrici di una realtà più complessa. Come, ad esempio, lo svelamento del mistero che spaventa il bambino — tutti i bambini. In quel momento c’è la nuova generazione che razionalizza il mondo magico, la separazione tra mondo magico e spiegazione razionale.

    Quali sono il cinema, i cineasti o le cineaste ai quali ti ispiri?
    Sicuramente Truffaut e Almodóvar mi piacciono tantissimo per come amano i loro personaggi, anche quelli più lontani o negativi, e porto nel cuore le loro battute. Poi, guardando alla tradizione del nostro cinema, Fellini e De Sica sono riferimenti che ho dentro da sempre.

    Com’è stato l’impatto con la prima proiezione a Locarno?
    Ho anche montato il film, quindi vederlo su uno schermo e con un sonoro bellissimi, in una sala gigantesca e gremita da centinaia di persone, è stata un’emozione fantastica. Poi il pubblico reagiva, rideva, era molto partecipe. C’era anche Aurora Quattrocchi con me, perciò lo considero un regalo. Siamo stati anche in Corea, al Busan Film Festival, e subito dopo ad Alice nella Città, qui a Roma, ma anche in Francia, a Montpellier. Sai, i coreani erano molto affascinati dal palazzo, dalle signore che parlavano dalle finestre e dai confetti, che loro non conoscono per niente. In Francia invece mi hanno fatto domande divertenti. Ed è molto interessante vedere come il pubblico estero reagisce a una storia così italiana, ma allo stesso tempo rendersi conto, proprio stando alle reazioni di stampa e spettatori, che il film risulta universale.

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