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Stefania Covella

Il cinema reale e intimista di Saverio Cappiello

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Per il giovane regista pugliese Saverio Cappiello la provvidenza è la mano che guida sia il cinema che la vita; la camera può solo fermare gli istanti di felicità concessi poco prima che tutto crolli, attimi che si codificano in un linguaggio cinematografico sperimentale ma sempre puro.

Andando a fondo nei suoi lavori come Mia sorella, Jointly Sleeping in Our Own Beds, La vita mia e Celentano non può andare in barca, scopriamo che il nodo nevralgico, il fulcro del suo cinema reale e intimista, sono le relazioni e a volte il loro fallimento. Al centro delle storie c’è sempre una precisa sfumatura di solitudine che accomuna Pauline, Celentano, Vanni, la nonna che scorda (o dice di aver scordato) le atrocità dei campi di concentramento e Saverio stesso.

Qual è stato il tuo primo approccio al cinema?

Sin dai tempi del liceo ho avuto la necessità di scrivere racconti e poesie. Era un’esigenza forte perché la scrittura era un filtro che mi permetteva di trovare la bellezza nella realtà che mi circondava. Man mano che pubblicavo i miei primi testi su riviste ai tempi dell’Università, ho avuto la prima forte urgenza di cambiare mezzo. Il pubblico che ne usufruiva era assai specifico e mi dispiaceva che questa mia ricerca della bellezza in quei luoghi venisse totalmente persa dalle persone che mi avevano ispirato. Non voglio entrare troppo nel merito, ma penso che il cinema abbia avvicinato i protagonisti all’opera.

In Jointly Sleeping in Our Own Beds, i due protagonisti (tu e Pauline) vivono una relazione molto moderna, via chat e Skype. Ci sono varie gradazioni di distanza tra te e lei: la lingua, lo schermo, la posizione geografica, eppure dormire insieme è una vicinanza così intima da annullare di colpo ogni barriera. Più che un film di critica sociale, mi sembra la visione poetica di un discorso amoroso.

Sì, dici bene. Non volevo raccontare niente di più che una storia d’amore. Sono consapevole che la peculiarità della relazione che ho avuto con Pauline possa suscitare riflessioni sulla società e sono sempre contento di sentirmele dire, ma non è quello che ho voluto raccontare. Anzi, ho cercato di dimostrare che la magia della realtà digitale esiste nella stessa misura della realtà fisica. Forse c’è qualcosa di ancora più bello.

Scena da “Jointly Sleeping in Our Own Beds” di Saverio Cappiello.

Il tuo è un cinema del reale intimistico, caratterizzato da una visione molto personale del presente. Per Pasolini il cinema era un’esplosione del suo amore per la realtà, per Truffaut invece era un tradimento. Tu la realtà la racconti o la tradisci?

I cineasti sono sempre stati ossessionati dalla realtà. Il documentario negli ultimi venti anni – da quando è entrato di prepotenza nei festival e nelle sale – ha mostrato quanto l’idea che avevamo della realtà fosse limitata. In un documentario possono capitare cose impensabili, coincidenze assurde che non potresti mai permetterti di scrivere in un film di finzione perché considerate inverosimili. E la verosimiglianza è un codice che ci siamo costruiti nel cinema per capirci a vicenda agevolmente, ma non ha niente a che fare con ciò che è reale. Siamo ossessionati, come registi, perché tendere alla realtà è come allungare il braccio verso l’infinito. Per me non è raccontabile nella sua interezza ed è presuntuoso pensare di poterla tradire, perché si tradisce già da sola, continuamente.

Ti sei prestato anche come attore per il videoclip di Adesso, brano sanremese di Diodato e Roy Paci che affronta la stessa tematica di Jointly Sleeping, di cui sei tu stesso protagonista. Essere diretto da qualcun altro è un’esperienza che rifaresti?

Non credo di essere un buon attore e nemmeno mi piace particolarmente essere diretto da altri registi, a meno che non mi lascino molta libertà. Le esigenze di quel videoclip però mi avevano dato la possibilità di improvvisare e di lavorare con Sara Mondello. Avevo presentato da pochi mesi Jointly Sleeping a Pesaro ed ero fresco dell’esperienza. Credo, con il videoclip, di aver chiuso il ciclo di ricerche sull’amore a distanza.

Sei co-fondatore del collettivo di registi Santabelva, di che si tratta?

Santabelva è nato quando vivevo a Milano. È un collettivo formato da Niccolò Natali, Henry Albert, Gianvito Cofano, Nikola Lorenzin e me, un patto di sangue dove ci supportiamo sempre, unendo le energie anche sul lavoro, per sentirci meno alienati. Un problema comune quando sei in città come Milano. Con loro ho provato una regia a quattro teste, con il montaggio di un altro Santabelva ad honorem, Alessandro Belotti, su un documentario dal titolo Corpo dei giorni. Il documentario intreccia storie di vari personaggi confinati in un casale sperduto, tra i quali un ex terrorista all’ergastolo.

Mi parli delle esperienze fatte nelle residenze artistiche?

È un’opportunità straordinaria per i giovani autori. Ho realizzato Mia sorella all’interno di una residenza artistica a Enziteto dove, però, giocavo in una zona che conosco molto bene e grazie al quale ho avuto diversi riconoscimenti, tra cui anche la candidatura ai David di Donatello. Una sorpresa, visto che il budget non è mai il forte delle residenze artistiche, ma grazie a questo spirito di adattamento emergono spesso altre qualità dei lavori come la sincerità e l’urgenza. Laguna sud, la residenza artistica di Andrea Segre, è stata un’altra sfida perché andavo in un posto che non conoscevo affatto, Chioggia. Lì ho incontrato Loredano (aka Celentano) che guardava il mare fischiettando un motivo malinconico e in pochi giorni ho creato una storia, girato e montato tutto da solo. Il tutoraggio di Andrea Segre è stato indispensabile, tra l’altro in Celentano non può andare in barca ho lavorato con diversi personaggi comparsi nel suo film Io sono Li.

Scena da “Celentano non può andare in barca” di Saverio Cappiello.

La Calabria Film Commission insieme a Picture Show e Verso Feature sta producendo la tua opera prima, L’altra via, cosa ci puoi dire di questo progetto?

L’altra via è la storia di un incontro tra un calciatore disilluso di serie C, che entra nel mondo del calcioscommesse per mantenere il suo stile di vita, e un ragazzino che vede in lui un idolo, all’oscuro degli affari con la malavita locale. È un film che ha come sfondo i giorni precedenti all’inizio del mondiale di calcio del 1990, nella periferia di Catanzaro. Mi piacerebbe creare un tempo sospeso tra il passato e il presente, un 1990 con i pezzi dei Gazosa alla radio, e la vecchia poesia del calcio dove l’atmosfera viene retta dalle relazioni umane e sospinta da un vento di realismo magico.

Hai altri film in cantiere?

C’è un film che ho sempre voluto fare ed è sempre stato in cima ai miei pensieri. È una storia che ho scritto dieci anni fa, una stesura molto sofferta. È tuttora sofferto e complesso il suo adattamento cinematografico che stavo realizzando con Martina Di Tommaso, scomparsa recentemente. Lei più di ogni altro ha creduto in questo soggetto. La bella è una fiaba nera sospesa nel tempo. Parla di Laura che vive a Ponto, una città pugliese, con il fratello Tano. Qui persiste un’antica morale che si tramanda di generazione in generazione e che vede di cattivo occhio l’etica moderna, improvvisamente accelerata dall’arrivo di internet. Laura, dunque, che è figlia di questa nuova etica, si trova a scegliere se credere nella magia e accettare l’antica morale, oppure fuggire distante nella favola della modernità, che si dimostra anch’essa malata e feroce.

Mattia Epifani e il monaco ortodosso formato Instagram

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Il leccese Mattia Epifani, classe ’85, è attivo come regista dal 2010. Rockman, il suo primo documentario, è il progetto che ha dato il via alla collaborazione con Mattia Soranzo e Corrado Punzi della Muud Film. Nel 2015 ha girato Il successore, facendosi notare nei festival del panorama internazionale, a questo lavoro sono seguiti i cortometraggi Et in terra Pacis (2018) e God Dress You (2021), una co-produzione Italia/Grecia in concorso al Clermont-Ferrand. Mattia Epifani porta avanti un’idea di cinema innovativa ma aderente alla realtà, tesa a svelare le verità nascoste dell’animo umano. Un segreto – che sia esso innocuo, minuscolo o pericoloso – è il cuore pulsante di tutte le storie.

In God Dress You racconti la parabola di un monaco ortodosso che mostra sui social la sua passione per l’alta moda. Pater Athanasius venera la bellezza degli oggetti come venera il suo Dio, in un culto capitalistico formato Instagram. Sono le cose i nostri nuovi santi?

In una condizione di isolamento anche le cose più effimere possono essere un mezzo per mantenere un contatto con gli altri e diventare addirittura veicolo di un’ideale di bellezza ultraterrena o per lo meno così la pensa il protagonista Pater Athanasius. Il problema posto da God Dress You non è tanto la sostituzione dell’oggetto della fede, quanto le conseguenze dell’utilizzo dei social. Essendo totalizzanti e invasivi iniziano a nutrirsi del nostro tempo compromettendo l’attenzione, gli equilibri quotidiani, le idee e di conseguenza anche i nostri valori.

L’idea è nata da un articolo di giornale, cosa ti ha colpito di questa storia?

Ci è sembrato da subito un ottimo punto di partenza per raccontare una storia su come la tecnologia trasforma la nostra intimità. Insieme allo sceneggiatore Francesco Lefons, abbiamo pensato alla dimensione del monachesimo ortodosso ed è iniziata poi una ricerca sul campo nelle zone della Grecia occidentale. Siamo stati accolti dai monaci del monastero Panagia Mprousiotissa, a parte il protagonista che è interpretato dal performer Panagiotis Samsarelos, tutti gli altri personaggi sono veri monaci.

Il successore di Mattia Epifani
“Il successore”, documentario di Mattia Epifani.

Qual è il tuo processo creativo?

Parto dall’idea che una storia per essere raccontata, debba avere le potenzialità per essere universalizzata. Anche la più individuale, la più intima, deve sempre fare da specchio a una storia collettiva. Per questo anche vicende come quella di Alfieri Fontana ne Il successore o di Pater Athanasius in God Dress You per me esprimono qualcosa che va al di là di ciò che raccontano. In questa ricerca è necessario sempre partire dalla realtà e mantenere con essa un contatto durante tutta la fase di scrittura, di riprese e anche di montaggio. Ho in questo la fortuna di lavorare con una squadra consolidata che condivide con me questa missione.

Muud Film è un collettivo, lavorano con te il regista Corrado Punzi e il montatore Mattia Soranzo, come nasce e quale idea di cinema portate avanti?

Muud è nata nel 2009 come progetto di formazione audiovisiva, io e Corrado Punzi siamo subentrati qualche anno dopo. Oggi Muud, oltre che una casa di produzione, è una sorta di collettivo allargato del quale fanno parte anche Francesco Lefons, Giorgio Giannoccaro, Gianluigi Gallo e Gabriele Panico. Quello che ci accomuna è la ricerca di un cinema che nasce e si sviluppa a contatto con la realtà. Cerchiamo storie, personaggi o luoghi capaci di rivelare un qualche tipo di verità nascosta, una verità che diventa poi il cuore del film. Un modo di intendere il cinema che si traduce in una pratica quanto più diretta e istintiva possibile, che implica l’impiego di troupe molto ridotte, spesso solo camera e suono.

Stai lavorando a qualcosa?

Insieme a Francesco Lefons sto sviluppando la scrittura di un film ambientato nel Carcere Borgo San Nicola di Lecce e tratto da un romanzo autobiografico. È un progetto nato dall’esperienza fatta come operatore culturale con la compagnia Io ci provo. Durante gli anni di lavoro a Borgo San Nicola ho iniziato a pensare a un film che potesse raccontare l’esperienza detentiva come momento di demolizione dell’individuo e la struttura carceraria come luogo di una possibile ricostruzione del sé. Ho portato avanti nel tempo una ricerca su storie e personaggi appartenenti all’universo carcerario finché non ho incontrato questo libro autobiografico che è la sintesi di tutto quello che vorrei dire su quel mondo.

 

Valia Santella, quando il cinema è scrittura

Valia Santella ha scritto pellicole di successo come Il traditore (trionfatore l’anno scorso ai David di Donatello) e Fai bei sogni di Marco Bellocchio, Euforia di Valeria Golino, Mia madre di Nanni Moretti, Napoli velata di Ferzan Ozpetek. Una carriera svolta tutta sul campo, con una capacità maieutica rara che le ha permesso di tirar fuori i migliori film possibili dalla letteratura, ma anche dai registi che ha affiancato. Il suo ultimo lavoro è la sceneggiatura di Tre piani (qui il trailer), il nuovo film di Nanni Moretti tratto dall’omonimo romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo, scritta con Federica Pontremoli e Nanni Moretti: nel cast lo stesso Moretti, Margherita Buy e Riccardo Scamarcio. I tre piani di un palazzo alle porte di Tel Aviv sono stati trasportati a Roma, come le tre famiglie borghesi protagoniste, per permetterci di scoprire che i tre piani dell’anima non sono dentro di noi, ma nello spazio tra noi e l’altro e nella difficoltà di raccontare delle storie che diventano tali solo se c’è qualcun altro ad ascoltarle.

So che è anche insegnante di sceneggiatura, con un approccio laboratoriale che sono certa sia stato molto apprezzato dai suoi studenti di Bobbio, e che sarà molto apprezzato anche nei suoi corsi futuri, come quelli che terrà alle Officine Mattòli. Cosa può dirmi di questa esperienza?

Sono arrivata alla scrittura cinematografica attraverso un percorso un po’ particolare. Ho iniziato prima a lavorare sul set, come segretaria di edizione e aiuto regista, poi ho firmato alcune regie e, infine, è arrivata la scrittura per altri. Sono sempre stata mossa dalla passione per il cinema, dalla curiosità e dalla voglia di imparare. Ancora oggi queste caratteristiche mi permettono di affrontare il mio lavoro con passione. Durante i corsi di sceneggiatura, dico sempre che io non ho regole o metodi da insegnare, ma, semplicemente, posso mettere la mia esperienza al servizio del lavoro che faremo insieme durante il corso.

Ha una routine, delle abitudini di scrittura? Le riunioni di sceneggiatura ora sono online ma dal vivo immagino che siano fatte da dinamiche molto diverse, da momenti morti, di decompressione.

Non ho una routine. Mi piace lavorare al mattino molto presto, ma ogni tanto mi capita di fare “nottata” come si faceva a scuola. Le riunioni online ci hanno in qualche modo salvato, nel senso che ci hanno permesso di non interrompere il dialogo con il gruppo di scrittura. Alla fin fine, soprattutto tra persone che si conoscono e hanno già lavorato insieme, le dinamiche non cambiano molto e si riesce a lavorare bene comunque. Il problema del lavoro online è che si tende a fare incontri, riunioni, appuntamenti a ciclo continuo, senza soluzione di continuità. Le pause, invece, sono molto importanti, spesso le idee arrivano proprio appena hai lasciato la riunione e stai prendendo l’autobus per tornare a casa. Non uscire più dalla propria casa ci porta a guardare sempre meno il mondo, e questo è gravissimo.

Nell’intervista ai David su Il traditore, Marco Bellocchio parla di una linea sottile tra la psicologia di un mafioso, come Tommaso Buscetta, e la nostra. Che lavoro compie per scrivere di un personaggio così controverso?

Lavorare a un film così importante come Il traditore è stata un’esperienza per me molto formativa. Abbiamo fatto un grande lavoro di ricerca per riuscire ad avvicinare un personaggio così scivoloso e lontano da noi. Da spettatrice non amo i film in cui gli autori prendono una distanza o giudicano i propri personaggi, ma qui la questione era diversa: non si voleva in nessun modo fare l’apologia di Buscetta. Quello che abbiamo provato a fare è stato da una parte cercare gli aspetti della sua vita e della sua personalità che fossero comprensibili a tutti, come il suo rapporto con i figli, con la moglie, con la sua famiglia d’origine e il grande tema del tradimento, dall’altra parte, però, abbiamo messo in evidenza tutte le colpe e i crimini commessi da Buscetta.

Verso il 2010 ha fatto parte del Maude – il Movimento delle lavoratrici dello spettacolo. Sono passati 10 anni, c’è stato il Me Too, ma le statistiche degli studi di genere mostrano un gender gap ancora profondissimo. Cosa ne pensa da professionista e attivista coinvolta?

Il cinema e l’industria cinematografica sono specchio della società che li produce. Se guardiamo le altre industrie italiane, culturali e non, ritroviamo gli stessi problemi. Credo che la questione sia molto profonda e vada affrontata su diversi piani. Da una parte bisogna fare un lavoro culturale che parte dalle scuole, dalle famiglie e dalle relazioni. Dall’altra realmente la politica deve garantire pari opportunità a tutte e tutti.

Valia Santella
Euforia, opera seconda di Valeria Golino, sceneggiata anche da Valia Santella.

Eppure è riuscita a ritagliarsi uno spazio, a lavorare con registe come Valeria Golino e sceneggiatrici come Francesca Marciano e Federica Pontremoli: in che modo sono nate queste collaborazioni?

Lavoro con molte colleghe donne, anzi, forse lavoro più spesso con donne che con uomini, ma quante registe ci sono? Quante direttrici della fotografia? Nell’industria cinematografica questi due ruoli sono considerati ruoli di potere e di responsabilità e vengono affidati ancora troppo poco alle donne. Poi, per come la vedo io, il lavoro da fare è proprio quello di abbattere una certa idea del potere. Troppo spesso si ha ancora un’immagine del regista come un generale che deve comandare il set. Io credo, invece, che i film siano opere collettive, il regista è qualcuno che ha una visione del mondo, un punto di vista che propone ed elabora con i suoi collaboratori.

Nanni Moretti raccontava che all’inizio della sua carriera aspettava che uscissero le recensioni in edicola insieme a un amico, poi ha quasi smesso di leggerle e non ha mai replicato neanche a quelle che sembravano attacchi personali. Che rapporto ha lei con la critica?

Questa domanda apre un discorso molto ampio. Negli ultimi anni, la critica è andata via via sparendo dai quotidiani, e non parlo solo di quella cinematografica, ma anche di quella teatrale, letteraria. Nello stesso tempo sono proliferati blog e siti in cui possono trovarsi cose molto interessanti o molto banali. Diciamo che da spettatrice e lettrice tendo a leggere poco prima di vedere un film o leggere un libro, preferisco non sapere nulla. Rispetto ai film a cui lavoro reagisco in un modo molto prevedibile: sono felice quando se ne parla bene e dispiaciuta, o incazzata, se se ne parla male. Ci sono, però, alcune critiche negative che ti fanno ragionare sul tuo lavoro e, una volta superata la reazione emotiva, possono essere utili, anche se la ferita resta aperta. Bisogna pensare che noi dedichiamo molto tempo alla realizzazione di un film e, quindi, una critica negativa coinvolge non solo il tuo lavoro, ma un pezzo della tua vita.

La maggior parte delle sue sceneggiature sono degli adattamenti, partono dalla letteratura. Cosa deve avere un libro per colpirla e per spingerla a adattarlo?

Credo che gli adattamenti più riusciti siano quelli in cui è evidente l’incontro tra due mondi, due poetiche, due linguaggi. Nella trasposizione cinematografica di un libro molte cose cambiano, e devono cambiare, ma credo che quello che resta integro sia proprio il nucleo più profondo dell’opera di partenza. Pensiamo a un classico come Apocalypse Now rispetto al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra: diversi contesti storici ma il cuore del racconto è assolutamente lo stesso.

C’è un film o anche una sola scena alla quale è affezionata più di altre? Alla quale ripensa?

Mi capita di ripensare al lavoro che ho fatto precedentemente solo se ho un’occasione per farlo, come un incontro o una lezione, ma non in astratto. Sono affezionata a diversi lavori, anche perché sono legati alla mia vita e alle persone con cui li ho fatti. Più che a una singola scena sono molto legata alla struttura di Mia madre, di Nanni Moretti. È un film che si muove con molta libertà tra presente e passato, realtà, sogni, immaginazione e Moretti riesce a farlo senza che questi passaggi appaiano mai forzati o voluti.

So che non può dire molto, ma da lettrice di Eshkol Nevo ho qualche curiosità sull’adattamento. Come avete scelto Tre piani e cosa lo lega a Nanni Moretti e a lei?

In Tre piani c’è una grandissima tensione morale: i tre personaggi principali si trovano a vivere profondi conflitti etici. Il rigore etico, la responsabilità che ogni essere umano ha nel compiere le proprie scelte, sono temi che hanno sempre fatto parte del cinema di Nanni Moretti e hanno anche contraddistinto la sua partecipazione alla vita pubblica del nostro paese. L’incontro tra questo libro e Nanni è stato immediato.

Cristina Spina: il mondo della danza in 500 Calories

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Regista italiana residente fra Roma e New York, Cristina Spina ha iniziato la sua carriera come danzatrice e attrice, lavorando con Luca Ronconi, Massimo Castri e Carlo Cecchi. E proprio una ballerina è la protagonista del suo ultimo, coraggioso corto, 500 Calories.

Dopo l’esordio sui palcoscenici italiani, Cristina Spina ha debuttato in America quando è stata scelta dalla regista Martha Clarke per un ruolo da protagonista nello spettacolo Kaos di Frank Pugliese al New York Theatre Workshop. Ha proseguito con gli studi alla NYU Tisch School of Arts per iniziare infine a lavorare sui set di Bette Gordon e delle serie House of Cards e City on a Hill. Nel 2016 ha diretto il suo cortometraggio d’esordio E così sia, vincitore del RIFF, e nel 2020 ha scritto e diretto 500 Calories (qui il trailer). Con una regia evocativa e liminale da favola nera Cristina ci parla di un confronto tra un’insegnante e un’ex allieva in cerca di risposte, del trauma generato da un abuso e dai dolori che sopravvivono al tempo tenendoci in ostaggio.

Sei passata dalla danza, al teatro e al cinema, prima come attrice e poi lavorando sui set di film e serie dal successo internazionale. New York ha segnato una svolta nella tua carriera.

Sì, a New York ho incontrato molti professionisti straordinari, non pongono nessun limite alla creatività. Così ho trovato la forza e il coraggio di iniziare a raccontare le mie storie e il cinema per me è il mezzo migliore per esprimere la mia visione. Ma data la mia formazione principalmente teatrale, ho deciso di studiare e, durante una calda estate newyorkese, ho frequentato un corso di regia cinematografica alla Tisch School of Arts di New York e da lì ho capito davvero che volevo essere una regista di cinema. È stato come innamorarsi. Ho subito scritto e diretto E così sia, il mio primo cortometraggio con Tommaso Ragno, Maria Roveran e Sandra Toffolatti, girato in Italia con la fotografia di Stefano Falivene.

Hai continuato a lavorare anche come assistente, che aria si respira sui set americani?

Ho avuto la fortuna di fare un’esperienza magnifica sul set della sesta stagione di House of Cards: ero l’ombra del regista Alik Sakharov, osservavo e imparavo il lavoro di regista di serie TV partecipando al set e alle numerose riunioni che si devono fare con tutti i reparti. Poi, sul set della serie tv City on a Hill ho assistito la regista israeliana Hagar Ben-Asher. Devo dire che l’organizzazione e i talenti che ci sono su questi set sono impressionanti, mi reputo molto fortunata ad aver fatto queste esperienze.

Citando Wisława Szymborska, che ha ispirato un tuo spettacolo teatrale: «Tutte le nostre faccende, diurne e notturne, sono politiche». Pensi che il tuo cinema sia politico?

Condivido con Szymborska che ogni faccenda sia in qualche modo politica, la scelta di vita, il tipo di lavoro che si vuole fare; creare film di qualità in un mondo che pensa solo al consumismo e al denaro è di per sé un atto politico. Ma penso anche che l’arte non debba essere politica nel senso stretto del termine.

In 500 Calories parli di un abuso che la protagonista ha subìto da bambina. Il confronto tra l’ex allieva di danza Tères e la sua insegnante Evangeline è molto forte.

È un progetto a cui tengo molto, nel corto ho raccontato solo un momento della storia, l’incontro dopo 20 anni tra l’insegnante e l’allieva: mi interessava il rapporto tra due donne di generazioni diverse, esplorare come l’insegnante, pur sapendo, non abbia mai detto nulla diventando complice dell’abuso. Mentre realizzavo il corto sapevo già che avrebbe fatto parte di un progetto più grande, perché la storia è densa e piena di imprevisti. Ho iniziato a scriverla sette anni fa, ma soltanto ora sono pronta a raccontarla nella versione estesa.

Il cortometraggio è di ispirazione autobiografica?

Sì, l’ispirazione nasce da un evento realmente accaduto quando avevo tredici anni. La mia insegnante di danza classica mi mandò da un dietologo che mi prescrisse una dieta da 500 calorie, persi 10 chili nel giro di tre mesi per poter essere ammessa all’esame di fine anno della scuola di ballo. Poi nel giro di tre mesi ne ho ripresi 15 di chili, e la storia continua, ma mi fermo qui. Un’altra fonte d’ispirazione per la trasformazione in lungometraggio viene anche dal caso delle ginnaste americane abusate dal medico Larry Nassar.

La tua esperienza nei vari mestieri del cinema che tipo di regista ti ha resa?

Venendo dal teatro ed essendo anche attrice, amo lavorare con gli attori: secondo me bisogna rispettare le diversità di approccio al lavoro, cogliere l’invisibile, sorprendere sempre e farsi sorprendere. Per il resto la pre-produzione è molto importante per me: storyboard, ricerca visuale, entrare in sintonia con il direttore della fotografia, scegliere le location e la troupe. Cerco sempre di circondarmi di persone che stimo e ammiro, la collaborazione con il compositore Rossano Baldini, per la colonna sonora originale, in questo senso è stata una scoperta bellissima. Quando giro praticamente non dormo mai, sono troppo eccitata, ci sono talmente tante cose da fare.

Stai lavorando anche al lungometraggio Rose is a Rose, di cosa tratta? Hai altri progetti?

È una dramedy, parla di immigrazione e sfata il mito del sogno americano. Racconta quanto sia difficile essere un’artista immigrata a New York, rivela intimamente il senso di struggimento e solitudine che una metropoli del genere può suscitare in una ragazza straniera. Alba Rohrwacher e Bobby Cannavale hanno già dato la disponibilità per il cast. Ho anche iniziato a scrivere un trattamento per una serie, spero presto di trovare produttori ispirati e agguerriti!

Il Collettivo Asterisco e la mucca più famosa di Instagram

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Paolo Bonfadini, Irene Cotroneo e Davide Morando sono tre giovani sognatori che hanno unito le forze per farsi spazio ai margini dei due poli istituzionali del cinema e della TV. Facendosi strada nella periferia del cinema italiano, hanno dato il via a un’attività itinerante e dinamica che si è poi concretizzata nel Collettivo Asterisco: una realtà giovane e fluida che ha permesso al trio di lavorare a videoclip, commercial, documentari e il mockumentary Gea – L’ultima mucca. Con equilibrio e lavoro di squadra, il collettivo è riuscito a restituire al giovane cinema indipendente una promessa di sincera leggerezza.

Come nasce Collettivo Asterisco?

Paolo Bonfadini: L’idea del collettivo è nata durante il primo lockdown, io e Davide scrivevamo già insieme da tempo e con Irene ho lavorato costantemente durante il triennio alla Scuola di Cinema Luchino Visconti. Abbiamo deciso di creare qualcosa che ci desse un’identità unica per lavorare ai progetti che avevamo in mente ed è nato Asterisco. Diciamo che è stato il naturale sviluppo della nostra collaborazione come trio, siamo abituati a condividere sempre idee e progetti nuovi e con l’esperienza abbiamo trovato la giusta alchimia.

Tutti e tre ricoprite vari ruoli, come è organizzato il vostro lavoro?

Paolo Bonfadini: Mi occupo principalmente di regia e di scrittura, il mio percorso è molto legato alla narrazione, ma sono anche musicista. Il nostro approccio è fluido, forse anche per questo ci troviamo a nostro agio con la forma del collettivo, cerchiamo di metterci sempre a disposizione l’uno dell’altra. Il nostro ultimo cortometraggio – Gea – ci rappresenta molto in questo senso: è diretto, sincero, colorato. Cerchiamo di trasmettere al pubblico lo stesso entusiasmo un po’ avventuroso con cui ci accostiamo al lavoro e quando ci riusciamo andiamo a letto felici. Tranne Davide, lui resta sveglio a montare.

Davide Morando: La struttura del collettivo Asterisco è molto chiara per noi: tutti possono dire la propria opinione e l’idea migliore vince sempre. Cerchiamo di lavorare con quest’ottica mantenendo ordine e precisione. Io mi occupo di regia e montaggio, ho iniziato come montatore diversi anni fa e questo mi dà un vantaggio anche nel lavoro di regista perché riesco ad avere una visione molto chiara del film, il che aiuta a ottimizzare i tempi.

Irene Cotroneo: Io seguo la parte di produzione ma ricopro soprattutto il ruolo di aiuto regia. Il cinema per me è stata una svolta, mi ha fatto capire cosa voglio davvero fare nella vita. Ho iniziato con piccoli set pubblicitari per poi lavorare su grandi produzioni televisive, cosa che mi ha aiutata ad adattarmi a progetti molto diversi tra loro. Per Gea mi sono ritrovata nell’insolita veste di regista insieme a Davide e Paolo. Non è facile dirigere un film con tre teste che hanno idee diverse, ma siamo riusciti a trovare il nostro equilibrio. C’è di buono proprio il fatto che siamo in tre: se c’è qualche dubbio, vince la maggioranza!

Siete riusciti a ritagliarvi uno spazio creativo atipico, puntando sulla varietà delle vostre competenze e su una certa mobilità.

Davide Morando: Tra di noi scherziamo spesso sul fatto che “viviamo in autostrada”. Siamo sempre in viaggio. In un certo senso ci consideriamo un collettivo itinerante, ci piace scoprire sempre nuovi luoghi dove poter girare. Abbiamo sviluppato molte competenze diverse perché siamo accomunati dalla curiosità, ci piace studiare, se c’è qualcosa che non sappiamo fare ci sbattiamo la testa fino a che non abbiamo imparato a padroneggiarla. Però quello che ci guida in ogni nostro lavoro è l’amore per le storie.

In Gea scompaiono 300 mucche a Serravalle Langhe, tutte tranne una: appunto Gea. Quando la sua pagina Instagram diventa più popolare di quella di Barack Obama, il suo staff organizza una visita ufficiale affinché l’ex presidente – noto amante delle mucche – possa conoscere Gea. Da dove nasce questa idea?

Paolo Bonfadini: Il film è nato durante la partecipazione a un festival estivo dedicato al mockumentary: a fine agosto 2020 siamo arrivati a Serravalle Langhe e in una settimana abbiamo ideato, scritto, girato e montato il cortometraggio. È stata una settimana frenetica e bellissima, una sfida da ogni punto di vista. Gea è un film indipendente nel vero senso della parola, totalmente libero. L’idea è nata dai nostri feed di Instagram: sembra assurdo ma i social sono pieni di profili dedicati ad animali con migliaia di follower. Il film ha un tono favolistico ma, allo stesso tempo, ci interessava raccontare il paese e le persone che abbiamo incontrato nel modo più genuino e sincero possibile. Quindi in fin dei conti è tutto vero tranne Gea.

Vi siete dunque ritrovati a lavorare con persone che non avevano mai recitato prima.

Irene Cotroneo: Sì, l’intero cast del film è composto da abitanti del paese senza alcuna esperienza nella recitazione, si sono trovati a dover raccontare in modo convincente una versione surreale della loro realtà quotidiana. Ci hanno sorpreso positivamente e a molti spettatori è rimasto il dubbio che la storia fosse in gran parte vera.

Come avete trovato Edo, il protagonista del cortometraggio?

Davide Morando: Non dimenticherò mai la prima volta che abbiamo incontrato Edo. Stavamo girovagando per il paese per delle ricerche, abbiamo visto un uomo dall’altra parte della strada, stava tagliando l’erba a torso nudo con dei jeans sgualciti, l’immancabile panama in testa e degli occhiali che gli coprivano tutta la faccia. Ci ha sorriso ed è stato un colpo di fulmine. Abbiamo passato giornate ad ascoltare le sue storie e quell’energia è diventata il cardine del nostro film.

A cosa state lavorando adesso?

Davide Morando: Ve lo sveliamo in anteprima, stiamo preparando il lungometraggio di Gea. Inoltre, stiamo progettando un lungometraggio di genere thriller/mistery intitolato Gotland. La storia ruota attorno al mistero di un labirinto ed è ispirata ad un luogo realmente esistente: il Labirinto della Masone di Fontanellato. Stiamo lavorando alla storia con l’aiuto di Paolo Borraccetti e il supporto di Officine – Fare Cinema e siamo in cerca di un produttore. Gea e Gotland sono due film agli antipodi, sia per genere che per necessità produttive, ma quello che li accomuna è la voglia di far sentire la nostra voce nel panorama del cinema di genere italiano. Nessuna pressione, insomma.

La guerra dello streaming: Amazon, Netflix e la Coda Lunga

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Le piattaforme OTT (Over The Top) permettono agli spettatori di vedere quello che vogliono, dove vogliono e quando vogliono. E mentre il mercato del video on demand si fa sempre più affollato, la sfida al vertice resta quella tra Netflix e Amazon Prime Video. C’è un concetto economico che spiega agevolmente il successo di queste due piattaforme di streaming sul mercato globale: quello di Long Tail. Il termine Coda Lunga è stato impiegato per la prima volta nel 2004 da Chris Anderson, saggista statunitense e giornalista dell’Economist.

Per spiegare questo concetto è necessario rifarsi al contesto storico. In un periodo caratterizzato dall’economia dell’abbondanza e dalla rivoluzione digitale, come quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni, la legge economica è quella che potremmo definire della “taglia unica”: ovvero, le strategie di marketing puntano a individuare dei prodotti capaci di adattarsi alle esigenze di un’ampia fetta di mercato. Oggi però sono in crescita alternative che cercano di guadagnare spazio: la teoria della Long Tail spiega proprio come l’attenzione dei consumatori sia cambiata, finendo per spostarsi lentamente dalle hit ai prodotti di nicchia. Se le hit all’interno di un grafico sulle vendite sono la testa (un picco) e le nicchie la coda (lente ma costanti), noteremo come quest’ultima tenda all’infinito, producendo una grande quantità di vendite ma spalmate nel tempo.

Sia Amazon che Netflix sono riuscite a trasferire nei propri piani marketing questo diverso concetto economico, applicandolo alla vendita degli abbonamenti. Come afferma Anderson, siamo passati da un mercato di massa a una massa di mercati: se l’economia classica si fondava sulla scarsità, nella nostra epoca caratterizzata dall’abbondanza i prodotti di massa sono destinati a essere sorpassati da quelli di nicchia e le nicchie, sommate fra loro, superano i numeri del mainstream. Questo elemento, secondo la teoria economica del giornalista statunitense, potrebbe portare Amazon Video a battere sulla lunga distanza Netflix, che per ora regna incontrastato.

In Italia, stando ai dati Auditel raccolti durante il lockdown, nel corso dell’anno il numero di visualizzazioni dei contenuti proposti dalle piattaforme streaming è raddoppiato. E, secondo i dati rilasciati dal sito di monitoraggio flussi Reelgood, durante il terzo trimestre del 2020 Netflix ha raggiunto il 25% dei flussi rispetto al 21% ottenuto da Prime Video. L’analisi di Sensemakers con i dati Auditel e Audience Analytics di Comscore confermano la crescita sia di Netflix che di Amazon Video. Entrambi i player però si dichiarano disinteressati ai volumi di traffico – il corrispettivo degli ascolti televisivi – mentre puntano ad aumentare il numero di abbonati e quindi a far parlare di sé il più possibile, per rafforzare la propria brand identity.

streaming illustrazione di Mattia Distaso
La guerra dello streaming, illustrazione per Fabrique du Cinéma di Mattia Distaso.

Le strategie impiegate dai due player sono però molto diverse: Netflix sa cosa il pubblico desidera grazie al suo algoritmo rivoluzionario, punta sulla quantità e l’hype creato attraverso i social e attua una politica di espansione geografica per raggiungere l’ampiezza di mercato di Amazon. La piattaforma di Jeff Bezos invece segue una strategia completamente diversa, entra di traverso nel mercato video e ha come obiettivo il mantenere la retention, cioè assicurarsi che il cliente resti all’interno del proprio universo: per questo punta su titoli recenti ed esclusivi in aggiunta a tutta un’altra serie di servizi inclusi nell’abbonamento, trascurando un po’ il piano comunicativo. Amazon vuole produrre meno e meglio della concorrenza, coinvolgendo i grandi paesi europei, come ha dichiarato Georgia Brown (direttrice delle produzioni originali di Amazon per l’Europa) a Screen International, laddove Netflix punta a dei contenti sì locali ma con un appeal internazionale.

Diverso è anche l’approccio ai social: mentre Netflix usa una strategia pervasiva ma dal tone of voice divertente e informale, Amazon applica un approccio mirato e discreto. Se i dati dell’audience del colosso californiano sono blindatissimi, non accade la stessa cosa per i suoi profili social che, proprio tramite il tasso di engagement e il numero di interazioni, mostrano in modo trasparente il livello di coinvolgimento del pubblico. In questo modo, Netflix incoraggia attraverso i social la produzione di una grande quantità di contenuti generati dagli utenti stessi, i cosiddetti User Generated Content (UGC), spingendo gli utenti a un dialogo continuo con i profili ufficiali dell’azienda. La strategia social di Netflix differisce quindi per la capacità di rendersi virale, creando un tasso di engagement altissimo. Amazon Prime Video è in ascesa, ma continua ad avere problemi a raggiungere i numeri della piattaforma rivale anche perché la sua social strategy rimane vaga, rendendo meno riconoscibile la sua identità. Prime Video così si riduce a essere un vantaggio aggiuntivo all’interno di un ecosistema più ampio di servizi, un’appendice periferica, nonostante la qualità dei contenuti sia molto più alta della media.

Secondo gli analisti, Prime Video potrebbe riguadagnare terreno con relativa facilità scommettendo su show di punta dall’appeal globale e trasformandosi in un servizio distinto dall’abbonamento Prime: acquisterebbe in autonomia e riconoscibilità, a patto di continuare a investire nei media digitali. Infatti, nel corso del 2019, Amazon ha quadruplicato la spesa per i media, superando come principale inserzionista di servizi streaming Netflix che invece, come Hulu, si è ritrovato a tagliare oltre il 40% degli investimenti, secondo quanto segnalato nella ricerca MediaRadar di MarketingDive.

Non è un caso che l’aumento della spesa media di Amazon per promuovere i servizi video arrivi proprio mentre il mercato dei servizi OTT diventa sempre più affollato e competitivo, rendendo la ricerca dell’attenzione dello spettatore ancora più urgente che in passato. Ad aumentare gli investimenti non sono solo Amazon, Apple e Disney ma le stesse società di social media come Facebook: tutti stanno investendo nella programmazione originale allo scopo di mantenere gli utenti coinvolti nelle app mobili il più a lungo possibile, intenti a produrre contenuti e a generare intrattenimento come accade su Instagram tramite IGTV e Instagram Stories.

Puntare però sulle strategie di marketing più che sui contenuti finirà per creare un’assuefazione nello spettatore, che sarà spinto a ricercare una più alta qualità nelle nicchie – nella coda lunga dell’economia – proprio come sostiene Anderson. Se in questa guerra dello streaming Netflix si rivelasse la testa e Prime Video la coda, allora il futuro delle piattaforme OTT potrebbe ancora sorprenderci.  

Streaming Revolution. Ritratto di un cinema in fiamme

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Premessa necessaria: l’8 marzo chiudevano i musei, i teatri e qualsiasi luogo di assembramento, anche il cinema si fermava per decreto ministeriale e le uscite venivano rimandate o tempestivamente spostate dalle sale allo streaming digitale. Lo stesso è capitato il 3 ottobre, a causa della cosiddetta “seconda ondata”.

Nel 2019 l’incasso al botteghino internazionale era salito a 31,1 miliardi di dollari, nel 2020 il bilancio appare a oggi disastroso, l’industria cinematografica tradizionale è in grande difficoltà e il pubblico resta chiuso nelle proprie case – lontano dalle sale – costretto dagli eventi ad adattarsi a uno stile di vita che privilegia le soluzioni digitali. Nell’era della streaming TV i grandi player dei media come Netflix e Apple TV+ si sono trovati costretti a rivedere le proprie strategie: la giornalista Ester Corvi, nel saggio Streaming Revolution (Dario Flaccovio Editore), ripercorre i passaggi fondamentali della rivoluzione in atto, raccontandone i protagonisti, le peculiarità tecnologiche e i riflessi sulla creatività e sui principali soggetti dell’economia immateriale. Secondo Ester Corvi, sono molti i cambiamenti in atto: «La streaming revolution incide su tutti gli snodi della catena del valore dell’industria cinematografica, con conseguenze più forti per la distribuzione, che deve adottare strategie nuove per tenere il passo con i rapidi cambiamenti in atto. Finora abbiamo visto molta resistenza, ma anche tentavi di apertura, che vanno però pensati in una logica più complessiva di rinnovamento e rilancio del settore».

Mentre l’Italia è sul crinale di questo cambiamento, altrove esiste già un nuovo modo di produrre cinema: la blockchain, una tecnologia basata su un registro digitale aperto e distribuito, in grado di memorizzare record di dati in modo sicuro, verificabile e permanente. Si tratta di una tecnologia rivoluzionaria, figlia del misterioso Satoshi Nakamoto, pseudonimo (forse) di un gruppo di informatici legati alla genesi della criptovaluta più famosa del mondo, il bitcoin. Nata per cambiare il mondo della finanza, si è rivelata così versatile da poter essere applicata a qualsiasi campo, compreso quello dell’entertainment. Nasce così, all’estero, una nuova figura professionale: quella del virtual producer. Gli investitori si sono accorti che i modelli di business che sfruttano l’advertising non sempre premiano i contenuti. Il cinema, agli occhi di un algoritmo, resta un rischio e per questo sono diventate necessarie nuove soluzioni capaci di scuotere le fondamenta di un sistema ormai dissestato.

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Illustrazione di Mattia Distaso

In Italia la blockchain è già utilizzata nei settori finanziari di numerose aziende, dalle banche alle piccole startup, ma è ancora pressoché sconosciuta in altri ambiti. Pioniera dell’applicazione di questa tecnologia all’entertainment nel nostro Paese è Tixter, fondata nel 2018, una piattaforma che permette di investire nel cinema, produrre, trovare la troupe, fare product placement e prenotare la première di un film. I creativi possono proporre pitch, soggetti, sceneggiature e storyboard, i professionisti offrirsi per girare i film e gli investitori scommettere sui progetti più redditizi. La blockchain applicata al settore cinematografico si propone di trovare una soluzione alle problematiche più impellenti dell’industria audiovisiva come la scarsa trasparenza, la mancanza di liquidità e i costi di intermediazione, tutti i “colli di bottiglia” in cui si trovano spesso intrappolate le produzioni indipendenti.

Anche se in Italia questa tecnologia è ancora in via di sviluppo, ha l’ambizione di rinnovare in pochi anni tutta la filiera cinematografica. Il sistema infatti potrebbe essere applicato anche ai finanziamenti pubblici, come il tax credit, innovando l’erogazione dei finanziamenti statali. Inoltre, uno dei vantaggi da non sottovalutare è il sofisticato sistema di analisi delle performance delle opere, fino a ora impossibile per i servizi streaming e appannaggio dei soli gestori di piattaforme – dai dati blindatissimi – come Netflix. Ma soprattutto la blockchain è una valida risorsa contro la pirateria e potrebbe rivelarsi un sistema molto efficace di salvaguardia dei diritti sulle opere creative. Come sottolinea Francesco Perciballi, co-fondatore e CEO di Tixter «la blockchain è sicuramente il futuro per i diritti d’autore; permetterà la diffusione delle opere, in chiaro, senza nessuna possibilità di plagio. Chiunque, cliccando, potrà valutare se un prodotto è un plagio, e sarà un futuro di sicurezza per gli autori che potranno sfruttare piattaforme come Tixter. Gli stessi big brand non potranno giocare sporco, produrre qualcosa di copiato sarebbe per loro un duro colpo di immagine». Per il buon funzionamento del sistema è però necessario un consenso globale, e se il Festival di Cannes non ha ancora superato pienamente l’agilità di Netflix e il suo far a meno delle uscite tradizionali in sala, è difficile capire come potrebbe reagire a queste tecnologie e al loro approccio radicale. Una riserva ancora più significativa per il nostro mercato: come specifica infatti Perciballi «il mercato italiano, pre-Covid, non era per niente pronto. Noi ad esempio abbiamo avuto molte difficoltà a far capire che non siamo una piattaforma di crowdfunding, ma di stabilizzazione del prodotto. Avevamo scommesso che entro il 2025 il mercato sarebbe crollato, perché non più sostenibile. Il Covid ha anticipato il tutto, e per fortuna, diciamo così, eravamo già pronti».

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Illustrazione di Mattia Distaso

La causa di questo crollo secondo Perciballi è da ricercare nel famigerato assistenzialismo del sistema produttivo italiano, basato sui fondi pubblici, che però non è un modello sostenibile a lungo; mentre la blockchain punta a quella che il CEO definisce «una democratizzazione dei processi di domanda e offerta» e una redistribuzione corretta degli utili. Per questo Perciballi azzarda l’idea di un vero e proprio Risorgimento del cinema italiano, il perché è semplice: «paradossalmente il Covid ha creato il mercato di cui avevamo bisogno», come tutti i grandi sconvolgimenti socio-globali ha mutato i nostri bisogni e accelerato i processi che ci spingono ad adattarci a nuove soluzioni. Della stessa opinione è il blockchain manager ed esperto di distribuzione digitale Andrea Ricciardi, che in più offre una previsione: «La blockchain, ovunque venga applicata, è portatrice di un significativo cambio di paradigma e non tutti sono disposti ad accettarlo. È molto probabile, come già accaduto in altri settori, che il pioniere sia un produttore italiano indipendente, che ha difficoltà a crearsi uno spazio in un sistema come il nostro». Una visione molto lucida della realtà, se teniamo conto del fatto che raggiungere il budget è ancora la parte più difficile della trafila necessaria per arrivare a girare un film, soprattutto per gli autori esordienti del cinema indipendente italiano. Ricciardi sottolinea che «applicare smart contracts per la suddivisione degli incassi, che siano utili o diritti, tra esercente, distributore, produttore e talent, consentirà assoluta trasparenza e la certezza che i pagamenti avvengano senza lungaggini o sorprese, mentre il sistema spesso grava sugli anelli più deboli della catena produttiva».

Dire che la blockchain sia la soluzione a un sistema produttivo chiuso e assistenzialista forse è un azzardo, ma di certo la sola ipotesi farà tremare le pareti dorate delle roccaforti produttive vecchio stampo, o almeno di chi non sarà pronto a innovarsi. Si apriranno altre porte, modi nuovi di fare e vedere film, e se questo si rivelerà solo un passaggio dalle catene produttive fisiche a quelle streaming, ce lo dirà solo il tempo.

Giada Bossi. Se la vita fosse un videogioco (o un videoclip)

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Insieme ad altri nove short film Borntwice di Giada Bossi è stato scelto dal Centro Nazionale del Corto per rappresentare l’Italia nel mondo. Estetica narrativa e tecniche di mix media caratterizzano lo stile di questa 27enne che non vuole “essere mai uguale a se stessa”.

Dopo aver studiato Digital Film Making al SAE Institute e Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema di Milano Giada Bossi ha iniziato a dirigere reportage, fashion film e videoclip tra i quali Bellissimo di Ghemon, Il tempo non ci basterà di Mecna e HD me di Mulai. Il suo ultimo progetto, Borntwice, è un corto intimista che rende omaggio alla lezione di Akira Kurosawa: un vero artista non distoglie mai lo sguardo dalle cose, siano esse orribili o bellissime.

Nowness, Fendi, Moncler, ma il progetto che hai girato a Londra per Philippe Model Paris, credo sia il video-brand che più ti somiglia.

È bello quando le persone si fidano di te e ti permettono di sperimentare. Si è trattato di un progetto filo-documentaristico in cui non c’era uno script vero, dovevo realizzare il ritratto di un personaggio, la stylist Tati Cotliar, e ho utilizzato varie tecniche di ripresa compresi cellulare e Mini DV. Avere questo tipo di libertà ha reso il lavoro creativo molto diverso, poi Londra ha location e casting fantastici! Ora sto cercando una direzione più pulita, con le inquadrature più studiate, un po’ come quella che ho realizzato per il video-brand Flowe per Alkemy. L’importante è non incastrarsi in uno stile, bisogna essere capaci di adattarsi a quello che devi raccontare. Mi piace sperimentare, rimescolare le cose e non essere mai uguale a me stessa.

Hai diretto molti videoclip della scena musicale attuale, cosa ti ha portato a scegliere questa forma espressiva?

Lavorare ai videoclip è stato il mio primo terreno di sperimentazione, si tratta di uno spazio creativo più aperto, ho potuto mettere in gioco le mie idee e il mio immaginario. Il problema è che in Italia i budget sono ridottissimi. La canzone poi è fondamentale, la stai aiutando a comunicarsi, quindi sei molto vincolato. Il più divertente da girare è stato quello con Mecna, con lui che ballava in un locale per conquistare la sua ragazza. L’ultimo l’ho fatto con Mulai, l’abbiamo realizzato con poco e niente, un video lento, riflessivo. Anche con Ghemon mi sono trovata molto bene, c’è tutta una storia che lo lega a Borntwice: dovevamo fare un videoclip con mio fratello come protagonista ma, il giorno prima di girare, Joshua ha avuto un incidente in bicicletta. Ghemon ha fatto il video con un’altra persona ma siamo rimasti legati e abbiamo recuperato con Bellissimo, Ghemon si è anche cimentato nella recitazione, è stato molto bravo. L’abbiamo girato tutto in un giorno, nonostante ci fossero tantissime scene e cambi location, è stato molto impegnativo.

Se la vita fosse un videogame avremmo tanti cuori, la modalità rinasci, la possibilità di creare un mondo e noi stessi da zero, come in Minecraft, ma Borntwice mostra cosa significhi scontrarsi così giovani con il pericolo della morte e l’impronta che può lasciarti addosso.

È un progetto molto personale, il protagonista del video è mio fratello Joshua, io ho tre fratelli più piccoli, verso i ventuno anni ho iniziato a riprenderli con la GoPro, a documentarli. Dopo l’incidente in bici, Joshua è finito in coma per tre settimane e al suo risveglio non è stato come nei film, è tutto un processo di ricordare, capire, accettare quello che non ti ricordi, muovere una palpebra, un dito. Mi ha colpita molto e da lì è nata l’urgenza di mettere insieme i pezzi, per me ma anche per lui. Ho trovato dei video in cui riprendeva se stesso mentre giocava a Minecraft, e ho scoperto una visione strana, diversa, la vita e la morte percepite da lui, filtrate dai videogiochi dove tutto sembra molto semplice, lineare, puoi ripartire, non ci sono errori irrimediabili. Ci abbiamo lavorato a quattro mani, è stato molto critico ma quando ha guardato la versione finita mi ha detto solo grazie…

Le restrizioni causate dal Covid-19 hanno influito sul tuo lavoro?

C’è stato un ribaltamento a causa delle norme di sicurezza, ho cercato di fare video con il materiale già girato e ho diretto da remoto. Per un momento ho avuto paura che questa sarebbe diventata la norma, fare contenuti “brutti”, arrangiati, che la gente si abituasse a questo standard di comunicazione ma in realtà è tornato quasi tutto come prima. Flowe l’abbiamo girato dopo il lockdown; ci sono dei limiti creativi dovuti al protocollo, ma possono diventare uno stimolo. Ad esempio, se non puoi avere più di due attori a meno di un metro di distanza allora studi scene con un singolo, magari all’aperto, ripieghi in modo creativo su del materiale di stock. Bisogna essere elastici e sapersi adattare.

C’è una storia che vorresti raccontare ma che non ha ancora trovato spazio?

Ho tanti soggetti e sceneggiature, sono tutte cose che bene o male mi riguardano, riesco a scrivere solo di ciò che conosco, partendo da situazioni reali in modo estremamente realistico, quasi mimetico. Come tutti mi hanno suggerito sto cercando di scrivere un corto, ma qualunque cosa scriva diventa un lungo. Tengo a un progetto in particolare e spero di poterlo girare: in una realtà di provincia, una bambina trova sul cellulare della sorella maggiore, suo idolo e modello, un video brutale. Nel tentativo di capire e giustificare la sorella, inizia un percorso che la porta a diventare e riconoscere in sé lo stesso mostro.

Martina Scarpelli, se il cibo è un demone

Una delle voci più brillanti della sua generazione

Martina Scarpelli crede nelle storie vulnerabili, provocanti, naïve, un po’ maleducate e intelligenti. È una giovane regista e illustratrice italiana emigrata in Danimarca. Ha studiato all’Accademia di Brera e, dopo aver scoperto di poter usare la telecamera al posto della matita, si è specializzata in animazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Torino. Il suo ultimo film Egg è stato proiettato in 200 festival in tutto il mondo e ha vinto oltre 45 premi internazionali. Martina è una delle voci più brillanti della sua generazione.

“L’animazione è un mezzo, non un genere”

Cosa ha portato Martina Scarpelli in Danimarca?

Mi sono trasferita nel 2015, ho ottenuto un posto in una residenza per registi – l’Open Workshop a Viborg – dove ho scritto e sviluppato il mio ultimo film Egg. Ero appena diplomata e volevo fare un mio film. Qui ho incontrato giovani produttrici che, come me, avevano bisogno di fiducia e ho scoperto sistemi di finanziamento accessibili, seppure non facili da ottenere. L’industria del cinema sta cominciando a considerare l’animazione come mezzo e non come un genere, poi qui c’è molto rispetto per chi lavora come freelance, soprattutto in ambito creativo.

Come funziona il tuo processo creativo, cosa ti ispira?

Di solito impiego anni pensando a un’idea prima che diventi un film. Sono lenta, faccio moltissima ricerca. Mi ispirano un sacco di cose: gli affreschi senesi del Trecento, il rock psichedelico, i miti greci, la NASA open source image collection, le piante grasse, gli zombie. Mi piacciono i contrasti e le contraddizioni. Trovo spesso spunti nell’arte classica, nella mitologia greco-romana e norrena, nel simbolismo cristiano o egizio. Guardo tantissimo all’iconografia medievale che spesso ricontestualizzo, amo legare le storie del passato al mio presente, fondendo culture e generi. È parte del mio processo artistico e alimenta ciò che scrivo, sia la mia produzione cinematografica che l’estetica dei miei film.

Un ritratto di Martina Scarpelli
Un ritratto di Martina Scarpelli

Egg è un corto autobiografico che mostra il lato più privato di un disturbo alimentare, nel cubo/casa Virginia è sola con i suoi demoni. L’opera è surreale e piena di simbolismi, hai compiuto una ricerca iconografica particolare?

Egg è un film su una donna che deve mangiare un uovo che non vuole mangiare. È una storia su come prendere il controllo di qualcosa di cui hai paura e fallire. È un film simbolico, le mura del mio monolocale a Milano (il cubo) non si sono mai mosse, non ho ingoiato l’uovo intero (lo feci a pezzi), e non sono annegata nel mio appartamento. L’animazione è fiction per definizione, tutto è costruito ma non c’è nulla di “non vero” in Egg. Ho cucito la mia storia sull’iconografia medievale del vizio di Gola: una donna con il collo lunghissimo. Gli antichi credevano che il piacere del cibo fosse legato al tatto e non al gusto, al contatto del cibo con le pareti della gola.

Il bello dei tuoi lavori si condensa nel tuo sguardo sul personaggio femminile, sulla sua bellezza liquida, sensuale e repellente insieme, perturbante. L’uovo che lei teme e desidera sembra il centro ma non lo è. Ed è perfetto per rappresentare un disturbo alimentare, la gente si concentra sul cibo e non sui sentimenti.

A volte mi viene chiesto cosa significa l’uovo, quando in realtà è totalmente ininfluente. Egg è la storia di una donna forte e vulnerabile, che fallisce scoprendo attraverso il fallimento una rassicurante serenità. Non è vittima, non è debole, è lei il centro. È un’esplorazione di forza, ossessione e desiderio che mostra l’aspetto attraente di questa malattia, senza giustificarla.

Frame da "Egg" di Martina Scarpelli
Frame da “Egg” di Martina Scarpelli

In Egg è stato realizzato un ottimo lavoro di sound design e d’animazione, come hai gestito il lavoro con questi reparti?

Egg è stato animato per la maggior parte da me, con l’aiuto di un piccolo team. L’animazione non è tecnica, il personaggio non è mai uguale; la linea è continua e nitida, mai rotta, a volte nervosa. Volevo si respirasse l’ossessione, l’estrema pulizia, la perfezione distorta a cui questa malattia ti porta. Volevo anche che l’animazione fosse sensuale e tangibile, ricordando il tipo di seduzione che alcuni provano in situazioni elettrizzanti, a volte collegate alle paure. Al sound design hanno lavorato Amos Cappuccio, che non usa mai il suono in maniera scontata, e Andrea Martignoni che ha tantissima esperienza e una grande sensibilità. Delle musiche si sono occupati Amos e la performer danese Sofie Birch, gli ho chiesto di ascoltare i Nine Inch Nails a ripetizione, mi piaceva il lavoro fatto su The Social Network di David Fincher, volevo profondità, texture, dolcezza e paura nelle musiche per il film. Hanno fatto un gran lavoro.

A cosa stai lavorando adesso?

Ho vari progetti nel cassetto: un paio di nuovi cortometraggi che raccontano altre storie di donne e una collezione di corti animati incentrati su alcuni processi penali a esseri non-umani intitolata The fiction of truth and the truth of fiction, che è forse un’occasione per commentare l’assurdità della nostra realtà. Tutte storie vere. Poi sto scrivendo un lungometraggio, un’opera animata che sarà musicata e cantata dal vivo: Psychomachia – A total failure with a slight sense of success. È vagamente ispirata al poema latino Psychomachia di Prudenzio; mischia la tradizione classica a un umorismo scuro e contorto, tipicamente scandinavo, che riflette bene il tempo e il luogo in cui mi trovo ora. Si tratta di un bizzarro tributo ai molti volti della nostra personalità, un film eccentrico che celebra il successo e il fallimento di chi cerca di essere qualcosa a tutti i costi. Sarà un grandioso mix di bugie e illusioni. Ho ottenuto in Danimarca i primi finanziamenti per la scrittura ma non mi dispiacerebbe avere un co-produttore italiano, essendo un’opera in musica.

Damiano Giacomelli: il mio cinema “provinciale”

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Damiano Giacomelli, filmmaker lontanto dalle mode

Dopo studi itineranti tra Urbino, Bologna e Parigi Damiano Giacomelli (nato a Tolentino) ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore e filmmaker d’inchiesta. Lontano dai centri nevralgici del cinema europeo, ha trovato nelle Marche quel cinema del reale lontano dalle mode e dalle tendenze dell’industria cinematografica. Vincitore del Torino Film Festival e del concorso I love G.A.I. – Giovani Autori Italiani nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia, Damiano Giacomelli si conferma come uno dei maggiori talenti del cinema italiano indipendente e periferico.

Le Marche, terra di frontiera

Possiamo considerare il tuo come un cinema delle origini? Quasi identitario?

Tra i luoghi che ho frequentato, quello in cui abito è forse il più lontano dai centri principali del fare cinema. Così quando lavoro faccio poco riferimento alle tendenze e molto al rapporto con la realtà che mi circonda. La provincia delle aree interne ormai è questione di reduci. Spesso mi trovo a indagare situazioni in cui qualcuno incontra (o si scontra con) le omologazioni della società di massa. Tanto chi resiste, quanto chi aderisce, lo fa spesso in modo sghembo e non allineato. Ne deriva un disadattamento che oggi risuona in tante anonime province dei paesi occidentali.

Le Officine Mattòli sono un progetto un po’ ibrido, come è nato?

Fino al 2010 ho incrociato le prime esperienze professionali con brevi laboratori scolastici a Tolentino (MC). I corti che giravamo coi ragazzi avevano buoni risultati nei festival di settore e così mi hanno proposto un laboratorio extra-scolastico in città. Anziché tenerlo io, ho pensato di coinvolgere professionisti attivi a livello nazionale. Su questi presupposti è nata un’associazione, ancora oggi impegnata nella formazione e nell’organizzazione eventi. Negli anni hanno collaborato come docenti Daniele Gaglianone, Francesco Amato, Stefania De Santis, Daniele Ciprì, Gianluca Arcopinto, Gaetano Bruno, Daniele Orazi, Francesca Inaudi, Andrea Segre e tanti altri. Nel 2014 poi con Eleonora Savi abbiamo creato Officine Mattòli Produzioni, la società che ha prodotto i miei primi lavori.

Damiano Giacomelli
Damiano Giacomelli sul set de La strada vecchia

Con La strada vecchia hai vinto a Venezia il concorso I love G.A.I. Cosa distingue questo corto dagli altri tuoi lavori?

Il corto racconta di un giovane venditore ambulante di patate, che per la prima volta mette in discussione il mestiere esercitato da suo padre e suo nonno prima di lui. È ambientato nella zona di valico tra le Marche e l’Umbria, sulla statale che percorrevo regolarmente per arrivare a Roma. Oggi una nuova superstrada mi fa risparmiare mezz’ora, tagliando però fuori gli ambulanti della strada vecchia. Diversamente dagli altri miei lavori di finzione, qui non partivo da un personaggio, ma da un contesto e una vicenda. Questo mi ha dato maggiore libertà nella costruzione dei personaggi, cui gli attori hanno dato un contributo decisivo, a partire da Fabrizio Falco, Elena Radonicich e Fabrizio Ferracane.

Spera Teresa invece si è aggiudicato la vittoria al Torino Film Festival, sembra collocarsi a metà tra la fiction e il documentario sociale.

L’ho scritto in mezza giornata nell’immediato post-sisma, tra un trasloco e l’altro. Al centro del corto c’è un personaggio, Teresa, costruito sulla sua ottima interprete: Rebecca Liberati. L’altro ingrediente è un nuovo quartiere della mia città, nato tra un magazzino di fallimenti e uno dei più grandi villaggi container in Italia. Avevo iniziato a giocare col mockumentary per promuovere il festival Borgofuturo [di cui è direttore artistico, a Ripe di San Ginesio, ndr]. In Spera Teresa ho ripreso quel linguaggio con maggiore studio e progettazione, cercando però di mantenere l’energia grezza che può veicolare.

I tuoi sono lavori indipendenti, spesso ti occupi della regia ma anche di scrittura e produzione, come ti destreggi tra i vari ruoli?

Al centro ci sono le storie, le altre scelte seguono a cascata. Per questo, anche se può sembrare poco ortodosso, l’attraversamento di più ruoli mi aiuta a dare continuità al processo produttivo e creativo. Ci sono storie che è più indicato mettere in scena tra amici, se non da soli. Per altre è necessario un gruppo più ampio di collaboratori, con competenze più specifiche. L’importante è non perdere contatto con la natura del progetto.

Damiano Giacomelli sul set di Noci sonanti
Damiano Giacomelli sul set di Noci sonanti

Nel 2019 il documentario Noci sonanti, girato in co-regia con Lorenzo Raponi, ha vinto il premio opera prima al Biografilm di Bologna. Ha richiesto un lungo periodo di lavorazione?

Il film racconta l’estate che Siddhartha trascorre con suo padre, vivendo da uomini liberi nella natura, secondo lo stile di vita radicale dell’uomo… fino all’esame di quarta elementare, unico momento istituzionale della vita del bambino. Stabilito un rapporto di fiducia con i due protagonisti, abbiamo girato per due mesi con due camere. La co-regia con Lorenzo Raponi ha permesso di seguire entrambi con la stessa consapevolezza di racconto. Alla fine, avevamo un girato consistente, che abbiamo montato in due sessioni nell’arco di quasi due anni, con Aline Hervé ed Enrico Giovannone.

A cosa stai lavorando adesso?

Al mio primo film di finzione, ambientato sui Monti Sibillini. Il film ha a che fare con il fenomeno delle fake news, trasportato sulla dimensione di una piccola realtà di paese. Abbiamo già ottenuto un primo fondo dal bando della Marche Film Commission e stiamo lavorando sulla chiusura del budget.