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Francesco Di Brigida

Di nuovo al cinema con Ride e le altre uscite del weekend

È arrivato nelle sale Ride, nuova fatica di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, che dopo il successo di Mine si reinventano direttori artistici mettendo al timone della regia Jacopo Rondinelli. Due mountain bike sfrecciano dalla cima di una montagna innevata per una gara di downhill tutta rischio, mistero e adrenalina. 20 telecamerine GoPro intorno ai protagonisti e un effetto su grande schermo che picchia duro sull’emozione della velocità. Sembra quasi che la poltrona del cinema si trasformi in sellino. Lorenzo Richelmy sfodera tutta la sua fisicità per una parte scanzonata che monterà in sfaccettature con gli imprevedibili sviluppi della corsa.

Per l’attore l’avventura in mountain bike è stata soltanto emozionale. “Mi ritengo un attore fisico e mi diverto molto a girare film che mi mettono alla prova.  L’idea delle GoPro è una cosa che mi ha entusiasmato fin dall’inizio perché essere attore vuol dire rendersi conto del contesto in cui lavori”. Ha affermato durante l’incontro stampa tenutosi a Roma in agosto, poco prima dell’inizio della Mostra del Cinema di Venezia. “Durante il film il mio occhio è incuriosito dal vedere dove lo sguardo del regista racconterà la storia. Molto velocemente, per me almeno, in questo film avviene la sospensione del giudizio. È un qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati, così non abbiamo aspettative sul finale o sulla storia. Io mi sono trovato molto bene e cercherò sempre di lavorare con quei gruppi di persone che cercano di allargare, di stratchare in avanti il cinema italiano”.

Poi ha continuato sulle sue origini artistiche e l’impostazione a spazi aperti offerta da Ride. “Avevamo 20 camere intorno, loro che si nascondevano, l’attore che sta in mezzo e tutta la libertà del mondo. Stavamo in un bosco che per me era teatro. Io vengo da lì, e godevo a ogni ciak perché potevo fare cose diverse. Non c’era la segretaria di edizione a correggerti. C’era una miriade di camere, si sarebbero presi i take migliori. Nel cinema il contesto è la camera, sul palco è il teatro, qui è il mondo. Eravamo sulle Dolomiti. Potevo correre per 2 chilometri e mezzo perché le macchine ce le avevo addosso io”.

È un cinema italiano affamato di nuovo quello di Fabio&Fabio. Pedala forte e senza preavvisi morde il pubblico. Ci ruzzola giù da monti sconosciuti, perché gara e luogo sono segreti nel film, e c’impone una serie di sospesi narrativi producendo una sorta di groviera che fa pensare a tante soluzioni continuative, come sequel, prequel, spin-off e perché no, pure serie tv. L’intenzione dei due showrunner di primo pelo sarebbe quella di iniziare un franchise incrociando grande schermo e fumetto. Ce la faranno? Intanto Fabrique du Cinema ce la farà a presentare al pubblico romano il cast insieme al regista. Si terrà infatti venerdì 14 settembre a India Estate a Roma la grande festa per il nuovo numero cartaceo di Fabrique. All’interno, oltre al live di Motta e all’incontro con cast e attori della Profezia dell’Armadillo, saranno sul palco Fabio&Fabio, Jacopo Rondinelli e gli attori del film più veloce di questa fine estate.

In sala da questo weekend anche altre tre pellicole. In Revenge, promettente cult diretto dall’esordiente Coralie Fargeat, Jen, viso d’angelo e corpo da modella s’innamora dell’uomo sbagliato, così dovrà vedersela con lui e i suoi sgherri dopo essere stata violentata e quasi uccisa. La macchina da presa della regista è capace di raccontare più d’una cosa con la stessa inquadratura, sdoppiando i piani narrativi nello stesso quadro, cosa non da tutti. Magari a volte Revenge esagera con la finzione filmica rispetto al reale, ma lo sballo testosteronico è anche ciò che esige il genere action, anzi, nello specifico il sottogenere rape&revenge. L’attrice che si schiude da vittima a killer stampandosi nella memoria si chiama Matilda Lutz. Padre americano, madre italiana, potrebbe ascendere come una delle prossime superstar negli anni a venire. In versione grintosa e spietata, o ingenua e sexy, buca lo schermo in maniera definitiva. E ha pure un partner non da poco, che in campo di bad boys ne ha già combinate di cotte e di crude. Si parla di Kevin Janssens, già protagonista nel belga selezionato nel 2015 per l’Oscar al Miglior film straniero Le Ardenne).

A 10 anni dal successo che esplose al box office quanto nei teatri di mezzo mondo, torna in sella, anzi in barca a ritmo di Abba l’allegra combriccola di Mamma mia, ci risiamo! Cominciamo col dire che Donna è passata a miglior vita. Quindi Meryl Streep non è più la protagonista. Gira tutto intorno alla figlia Sam, Amanda Seyfreid, che torna sull’isola greca dov’è cresciuta per rimettere a posto l’hotel che gestiva con sua madre. La novità è il parallelo tra la Sam di oggi e Donna da giovane negli stessi luoghi mediterranei. Così dai meandri del passato di Sam, arriva la sua versione seventy con viso, voce e danza di Lily James. È lei la Sam che partì per la Grecia trovandoci l’amore dei tre giovani che diventeranno Colin Firth, Pierce Brosnan e Stellan Skarsgard. L’equivalente di una Streep ragazza ci riporta alla memoria quella giovane donna e animale da set vista in Manhattan e Kramer contro Kramer. Entrambi del 1979, esattamente l’anno in cui è ambientata parte del film. Esempi giganteschi di cinema e recitazione come questi sono ostacoli grossi da rimuovere e inevitabilmente inficiano la pur discreta interpretazione della James.

Qualche rivisitazione, sì, pure gli inserimenti nel cast di Andy Garcia e Cher, tra il gustoso e il patetico tra l’altro, ma il film in sé trasuda debolezza e colleziona punti deboli. La regia caramellosa di Ol Parker ci regala il peggio nelle coreografie e tanta scrittura risulta ammiccante verso un pubblico intontito da marketing furbesco e passione sincera per il primo capitolo. A volte si ride pure, ma per meccanismi e forzature che a volte suonano demenziali. Mamma mia, ce n’era proprio bisogno?

Da comico è un’icona indiscussa, ma miracolosamente riesce ad essere credibile anche come attore drammatico Jim Carrey. Torna al thriller con un film polacco, Dark Crimes. Un trasandato agente di polizia trova troppe similitudini tra un omicidio e le pagine cruente di un romanzo. Così l’eccentrico autore viene messo sotto accusa e la sua donna dai costumi ambigui diventa ago della bilancia per le investigazioni.

Carrey fa i conti con un’ambientazione dell’est europeo, che guarda ad atmosfere visive alla Wajda e Zanussi. L’umore però non migliora nello scorrimento della storia, con personaggi depressi, perversi, o al meglio dalla doppia vita. Il plot inoltre non è dei più esplosivi. Nulla di visivamente pregiato o nuovo, se non fosse l’ennesima, serissima mutazione di Jim Carrey. Senza di lui come sbirro all’ultima spiaggia, o Charlotte Gainsbourg nella una parte viscida, sarebbe rimasto nel Limbo dell’anonimato.

 

 

Giornate degli Autori: Il bene mio, la mosca bianca di Pippo Mezzapesa

Alla Mostra del Cinema di Venezia è arrivato il momento di Il bene mio (qui il trailer ufficiale), evento speciale Fuori Concorso alle Giornate degli Autori. Che Sergio Rubini fosse un attore versatile e capace di tirare fuori il meglio di sé lavorando nella sua Puglia era già chiaro. Il legame forte tra un artista e la sua terra fa sempre bene a quel cinema che guarda a un sano regionalismo iscritto in una visi. Per Il bene mio l’attore di Grumo Appula ha tenuto le redini di un intero film da protagonista assoluto. Recita nei panni solitari di Elia, vedovo e ultimo abitante di un paesino abbandonato anni prima a causa di un terremoto. I cigolii nel vento della piazza gli riportano alla memoria i suoi compaesani vittime sotto le macerie e tanti affetti speciali. Il sindaco suo cognato vorrebbe farlo trasferire a valle, nel paese nuovo con tutti gli altri, ma neanche l’amico del cuore Gesualdo riesce a smuoverlo dalla sua fissazione. Nel frattempo, arriva a nascondersi in paese una donna e il povero Elia scambierà la strana presenza con il fantasma di sua moglie.

il bene mio

Il nuovo lavoro firmato Pippo Mezzapesa si basa su alcuni temi principali come trauma e deurbanizzazione post-terremoto insieme ai legami umani fondamentali per trovare la ragione di andare avanti, più un pizzico di problematiche sull’immigrazione clandestina. Il regista pugliese tesse una commedia agrodolce che non tralascia momenti toccanti da una parte e s’impreziosisce, dall’altra, con duetti molto godibili grazie al solito Dino Abbrescia, un caratterista di razza la cui presenza è sinonimo di ritmo e qualità. Il suo Gesualdo è il migliore amico di Elia, gli organizza intorno visite guidate per esplorare Provvidenza, il paese deserto, e far conoscere ai turisti il suo ultimo abitante.

Finanziato con i fondi di Regione Lazio, Regione Puglia, Unione Europea e Apulia Film Commision, questo film si basa su una dislocazione dei set che ha coinvolto tre comuni: Gravina di Puglia e Poggiorsini soprattutto per le panoramiche sui paesaggi, e Apice, nel beneventano per il borgo semidistrutto e abbandonato. Mezzapesa è riuscito a plasmare le tre location nella fittizia località di Provvidenza. Nome con qualche reminiscenza western italianizzata. Le inquadrature che ne derivano accarezzano affettuosamente quell’Italia ferita dai crolli, ma anche quei borghi incantati che costellano gli Appennini. E in questo microcosmo si muovono uomini e donne con storie di tutti i giorni.

il bene mio

Il personaggio di Elia si contrappone al sindaco e al capo dei vigili per la sua ostinazione nel voler ricostruire. La sua memoria viene presa al meglio come souvenir dall’amico Gesualdo ma la speranza di ricominciare gli viene stigmatizzata quasi come follia, giù dal paese nuovo. Meglio dimenticare per affievolire il dolore o affrontarlo cambiando in bene con esso? È qui che agisce il sopravvissuto Elio/Rubini. L’attore disegna su di sé con semplicità i tortuosi percorsi del senso di colpa. Chi sopravvive da solo a volte avrebbe preferito morire. L’ironia della vita ancor prima che della sorte gira come una moneta tra le scene di Mezzapesa. La sua opera convince perché trova i giusti tempi su tutto. E poi riesce a parlare di Sud senza metterci minimamente in mezzo camorre e mafie varie. Oggi come oggi una mosca bianca.

Giornate degli Autori: Ricordi? La memoria sentimentale di Luca Marinelli

«Il passato è passato. Lasciamolo un po’ in pace ché se no si consuma». Se lo ripromettono i protagonisti di Ricordi? film in Concorso nella sezione Giornate degli Autori sul Lido veneziano. Un ragazzo e una ragazza s’incontrano, si piacciono, hanno una laison. Il loro amore attraversa il tempo, i filtri della memoria e le loro singole sensibilità, accende i ricordi, manipola i contrasti. I due si dividono, si rincontrano, metabolizzano il passato e lo virano ognuno del proprio punto di vista.

La coppia è formata da Luca Marinelli e Linda Caridi. Lei potrebbe essere la nostra Rooney Mara: solida eppure fragile la sua parte come la sua energia a due fasi. Fruscello o frustino per un Marinelli molto fedele a sé stesso, non trasformato ma declinato a innamorato etereo. Si parte come se vivessimo in un vecchio film di Rohmer, sembra che si stia bagnando tutto di Nouvelle Vague quando i viraggi mnemonici dei protagonisti si materializzano su piani narrativi e percettivi differenti e mescolati come carte da gioco. Il ritmo del montaggio è morbido e flessuoso, l’estetica trionfatrice, così si passa da tagli alla Bertolucci d’annata fino all’approdo su ambizioni pensiero/immagine á la Terrence Malick.

ricordi

C’è molta ricchezza in questo lavoro scritto e diretto da Valerio Mieli, alla sua seconda regia. Torna a nove anni dall’avvolgente Dieci inverni con Isabella Ragonese, e, guarda caso, Michele Riondino, che quest’anno presenta i gala d’apertura e chiusura della Mostra del Cinema di Venezia. I piani tra passato e presente sembrano incrociarsi ironicamente anche fuori da Ricordi? Mieli li muta adattandoli ai suoi innamorati. Il presente si caratterizza vivido di sfumature, mentre i passati traghettano visioni ovattate o vivide, a seconda del mood del personaggio che li filtra col suo sentire. Amore, incomprensione, ripicca, tradimento, perdono.

La stessa scena ha versioni diverse montate a incastro come fosse un Cubo di Rubik. Da questo punto di vista, l’elegia del passato utilizzata si configura come una ricerca visiva di un trattato psicologico sul plasmare ricordi. Sposta le sue energie più preziose non banalmente nella caratterizzazione del personaggio ma in quella del suo sentire. Ogni sensazione diventa mondo, ogni ricordo un viaggio. Un sospeso tra malinconia e vitalità costella queste due ore di romanticismo esistenziale 2.0.

ricordi

A fianco di Marinelli e Caridi troviamo Giovanni Anzaldo e Camilla Diana. Il primo amico della coppia, la seconda, ragazza dei primi ricordi amorosi di lui. Traghettatori o amanti? Testimoni di una lunga relazione, pacieri o distruttori? Anche qui Mieli gioca le sue carte senza troppe scontatezze, ma si concentra nelle proiezioni mentali dei protagonisti. Conta più la sensazione del fatto. È un tipo di cinema ardito questo. Molto più di Dieci inverni. La narrazione scavalca ogni linearità per approdare a un doppio flusso di coscienza incrociato. Molte volte ci si perde, forza e debolezza del film, ma caratteristica fondante. L’autore ha il coraggio di mettere tutto in mano allo spettatore, di seguire e soprattutto di sentire quelle due anime. Guardato a mente aperta il viaggio di Ricordi? offre la possibilità di vivere un’esperienza profonda e complessa, rischiosamente empatica e a volte piacevolmente oltre i confini della logica, ma immersa nel territorio del sentire ben oltre la storia sullo schermo.

Venezia 75: La profezia dell’armadillo, dal fumetto al film

Fenomeno editoriale degli ultimi anni, Michele Rech, al secolo, anzi sui fumetti Zerocalcare, sbarca al cinema. O meglio a Venezia 2018. In Concorso per la sezione Orizzonti, La profezia dell’armadillo, il primo dei libri disegnati dall’autore di Rebibbia è diventato l’omonimo film da lui stesso sceneggiato insieme a Oscar Glioti, Valerio Mastandrea e Johnny Palomba. Si riprendono le microstorie di Zero e dello stralunato amico Secco, in carne e ossa impersonati da Simone Liberati e Pietro Castellitto. La madre di Zero ha il volto di Laura Morante, mentre l’armadillo, vera punta di diamante del film, imbraca con muso e armatura Valerio Aprea.

Vivere il nuovo millennio nella periferia est di Roma non è cosa facile. Tra una blanda disoccupazione interrotta da lezioncine di francese impartite a un giovincello di Roma Nord e gli scambi metropolitani col Secco, la notizia della morte di una vecchia amica francese può diventare un terremoto emotivo. Ma la vita deve continuare, così i consigli del coscienzioso armadillo chissà, potrebbero tornare utili un giorno.

la profezia

La ritmica del racconto è inquadrata più sul linguaggio del fumetto che in quello cinematografico, che spesso risolve tante inquadrature in maniere piuttosto banali o prevedibili. In tema di fumetti italiani riformulati in cinema sembra di assistere al cuginetto di Paz! il film di Renato De Maria sui personaggi di Andrea Pazienza. Forse i fumetti di Zerocalcare godono di una popolarità simile a quelli di Paz negli anni Ottanta, ma la soluzione cinematografica, diretta da Emanuele Scaringi per La profezia poteva essere un po’ più ispirata, almeno visivamente. Avrebbe avuto bisogno di una regia più sbarazzina e una macchina da presa con più inventiva.

La direzione degli attori è senza infamia e senza lodi. Prova ne è che un attore giovane di spiccato talento come Liberati, esplosivo in Cuori puri lo scorso anno, per dirne una, qui fa giusto il suo. Ma senza picchi degni di nota. Capita ai giovani quando diretti da un regista esordiente ancora un po’ acerbo. Respira meglio il personaggio di Castellitto. In senso lato e non, visto che il suo sport preferito è pippare spray al peperoncino. Ma nel suo caso l’esagerazione del carattere aiuta la resa comica.

la profezia

La vera novità è l’armadillo. Aprea mette su un personaggio da annali. Conoscevamo già la saggezza sardonica del quadrupede parlante, chicche e battute che da sei anni popolano la fantasia dei lettori, ma voce e tremolii laconici, quasi dagli echi fantozziani di Aprea gli regalano non solo la terza dimensione, ma il movimento in un mondo e soprattutto in un costume entrambi veri. Nessun effetto speciale o lavorazione di postproduzione, l’artefice di questo costume-armatura è la costumista Francesca Casciello. Deo gratias, c’è ancora qualcuno che lavora artigianalmente le proprie creature fantastiche. E adesso sappiamo pure come trovarle fuori dalla carta.

I contenuti su una generazione indolente e solitaria, sospesa tra reminiscenze di cultura pop anni Ottanta in periferie mai rammendate, stallo più o meno perenne nell’insicurezza economica, familiare e sociale da una parte e mondo vorticoso accelerato dalle tecnologie e dalla crescita sono le pinze che stringono i nostri personaggi. In questo, pur visivamente manchevole, la fedeltà concettuale al fumetto rimane molto solida. Il film di Scaringi è pieno di grandi battute e pensieri lampanti, ma pur sempre sbilanciato nella resa registica. Dopo la Mostra del Cinema di Venezia sarà nelle sale dal 13 settembre. Soltanto questo libro di Zerocalcare ha venduto oltre 100mila copie. Riusciranno Zero e Secco a fare gli stessi numeri anche al cinema?

Venezia 75: Camorra e la Napoli criminale di Patierno

I bassi, i vicoli, il serpeggiare della vita in una città che è cresciuta come un mondo a sé. Spesso malato, auto flagellato da un’ombra che ne fiancheggia il destino da tempo immemore. Camorra è il nuovo lavoro di Francesco Patierno, documentario con ritmo e potenza di un crime, ma al tempo stesso la vibrazione antologica del documentario d’archivio, genere al quale appartiene appieno pur shakerandone i contributi provenienti dalle Teche Rai con elementi nuovi e impattanti. Intanto la voce narrante di Meg, ex-99 Posse, che punteggia il film con letture e modernizza le immagini in 4:3 (come le vecchie tv catodiche) con i suoi pezzi elettronici.

camorra

È stato presentato nella Selezione Ufficiale Sconfini, Fuori Concorso, della 75ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ci immerge in un’antologia breve sulla malavita organizzata di Napoli. Interviste di repertorio a giovanissimi scugnizzi dagli sguardi e i crimini adulti, i racconti di ordinario racket con tanto di giustiziati, il sistema delle ricetrasmittenti da un’auto all’altra per trasportare carichi di droga negli anni ‘70 e le canzonette sul giradischi utilizzate come segnali circondano lo spettatore in un’osservazione socio-antropologica che scava nell’ethos del popolo partenopeo per ricercare le origini anche storico-politiche dell’espansione camorristica. Allora si passa per il caso di Pupetta Marella, l’evoluzione della camorra a mafia, la potente indipendenza del nuovo sistema tessuto da Raffaele Cutolo negli anni ’70-’80 dal carcere, fino alle dichiarazioni di Antonio Gava, della Democrazia Cristiana, sul rapimento Cirillo.

Dal doc di Patierno emerge una figura apparentemente giocosa nella sua ostentata generosità per la sua gente, ma in perenne lotta contro i giudici delle aule bunker per schivare ogni accusa. Da quelle interviste Rai, sornione dietro le sbarre, Cutolo appare come una versione italiana dell’Escobar di Narcos. Gentile e affabile, battute in punta di fioretto quasi migliori del Ben Gazzarra che ne interpretò un personaggio letterario molto simile ne Il camorrista di Giuseppe Tornatore. È forse lui, Cutolo, la star del film. Più ombre che luci per la verità, ma la presenza del boss attualmente ancora agli arresti e neanche in buona salute, rende questo film veneziano ancora più pingue di contenuti che scottano comunque lo si guardi.

camorra

Patierno dosa e seleziona sapientemente un fiume di materiale d’archivio convogliandolo in un montaggio drammaturgicamente appassionante, lineare e ben equilibrato tra l’informare con le testimonianze dirette dell’epoca e l’intrattenere con moderne fusioni d’immagini e musiche elettroniche. È questo il quid che trasporta agilmente le fonti di Camorra attraverso il tempo consegnandoci il film come oggetto conoscitivo del passato, spiegazione del presente e monito sul futuro di una città piena di controsensi, miserie esaltate e nobiltà ferite.

Venezia 75: Isis, Tomorrow, la guerra sotto le ceneri

Iraq, gennaio 2018. È l’alba di una pace ancora fumante quella dopo la fine della guerra civile del 2017. Di Mosul rimangono macerie e fantasmi negli sguardi torvi dei sopravvissuti che, liberi o radunati in campi di detenzione, vivono ancora lì. Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul, titolo anglofono di questo italiano Fuori Concorso nella Selezione Ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia, alza il velo sulle vittime collaterali dell’Isis. Bambini e donne che hanno perso i loro padri, i loro uomini durante il conflitto. Nei loro occhi si percepiscono ferite all’anima che la regia in 4k di Francesca Mannocchi e Francesco Romenzi restituiscono con lucida iperrealtà in ogni ruga espressiva delle persone riprese.

I registi, entrambi provenienti dal mondo del reportage in aree di guerra, una giornalista, l’altro fotografo, uniscono le forze per un documentario sobrio nella forma ma dolente in sostanza che raccoglie testimonianze difficili da ascoltare senza farsi domande. Si, perché se le donne portano il dolore più passivamente, i loro bambini e ragazzi coltivano il sogno della vendetta e dell’umiliazione senza fine verso il nemico. Da una parte parlano gli iracheni, i vincitori, dall’altra le famiglie dell’Isis, gli sconfitti con il lampo della rivincita negli occhi. Si trova qui lo stacco che preme sulle coscienze degli spettatori.

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Sono più di 20.000 i prigionieri Isis nei campi di detenzione in Iraq. Più di 5.000 sono bambini. Figli di soldati ai quali è stata inculcata una visione guerresca e distorta del Corano. E quindi una prima provocazione del doc. Come sia possibile che un libro sacro che parla di pace e spiritualità venga reinterpretato ad hoc per essere linea religiosa e tradizionale che raccoglie intorno a sé varie generazioni di terroristi. Intanto i bambini e ragazzi mostrati da Mannocchi e Romenzi hanno già combattuto una guerra in prima linea, e avendola persa non vedono l’ora di tornare a combatterla, grandi e più forti, per vendicare i caduti e ambire al più alto dei premi: il martirio per lo stato dell’Isis.

Le interviste sono state girate a Mosul, in tende, case modeste di donne sprofondate nel dolore. Da lì fa capolino il disprezzo tra vincitori e vinti. Questi ultimi ritenuti ancora colpevoli come stirpe e privati di umanità e diritti durante la prigionia, quindi miglior foraggio per coltivare nuovo odio in nuove generazioni. La narrazione del doc procede in maniera spoglia di artifici, così questi cuccioli plagiati del Califfato ci appaiono in essenza dolorosa e preoccupante. Allora viene da chiedersi anche se e quanto queste generazioni annebbiate nella mente e spesso mutilate nel corpo siano come braci ardenti sotto la cenere. Ma soprattutto se esistono un modo e una volontà, nazionale o internazionale di spegnere quest’odio. O a chi convenga che questi fenomeni continuino.

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Isis, Tomorrow è una produzione FremantleMedia con RAI Cinema, e sarà distribuito all’estero da ZaLab, associazione culturale attiva nella produzione, distribuzione e promozione di film-documentari e progetti culturali, che a settembre svilupperà un tour di proiezioni e incontri con il pubblico dei registi. Sarà coinvolta in partnership anche la ONG Un Ponte per…. Intanto sbarca a Venezia con l’ambizione a raccontare un pezzo di mondo e scuotere la pubblica opinione su un nuovo aspetto del terrorismo, tema geopolitico tra i più scomodi e urgenti.

Venezia 75: Sulla mia pelle dalla Mostra del Cinema a Netflix

Quando Stefano Cucchi era al CEIS per disintossicarsi i suoi compagni lo chiamavano Pisellino. Perché era piccolo di statura ma col carattere roccioso e la battuta sempre pronta. Boxe nelle mani e impicci nella vita, geometra col viziaccio delle sostanze, aveva provato a uscirne fuori più d’una volta. Per lui si fa piccolo e smagrito Alessandro Borghi (qui la nostra intervista), attore-meraviglia emerso con Non essere cattivo che stavolta trasforma anche la voce, plasmandola sull’ultima telefonata di Stefano. Una registrazione affaticata e inquieta da una di quelle notti dove iniziò la sua fine.

È stato scelto come film d’apertura Sulla mia pelle (qui il trailer ufficiale), in Concorso per la sezione Orizzonti. Quest’anno la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia comincia con un film dolente e impegnato nel mostrare agli occhi del mondo lo scandaloso caso di un ragazzo arrestato per spaccio, pesantemente picchiato senza motivo dalle forze dell’ordine, infine malcurato e malnutrito in ospedale fino alla dipartita. L’ultima settimana raccontata dal film di Alessio Cremonini respira forte come il suo protagonista e ha soffiato sull’internazionale Venezia un vento gelido di malasanità e malagiustizia italiane. Strutturato rispettando seccamente la cronologia dei fatti, si arma di una didascalicità necessaria e severa di luoghi e orari per disegnare la picchiata di un ragazzo capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

 

sulla mia pelleBorghi ricostruisce la figura di Cucchi con l’innocenza colpevole negli occhi di un uomo che pur sbagliando viene punito ben oltre le sue colpe. L’attore accompagna la cronaca cinematografica prodotta da Lucky Red con rigore e fedeltà stupefacenti. Il respiro che viene meno e i dolori fisici sempre più insopportabili si vedono nel loro crescendo in ogni singolo fotogramma. Max Tortora e Jasmine Trinca interpretano padre e sorella della vittima. Ogni ruolo viene ripreso con appassionata attenzione alla realtà. Anche ogni numero della tragedia.

Dramma civile dei nostri giorni, poteva essere traslato in cinema come un legal thriller sull’infinita lotta di Ilaria Cucchi in tribunale, invece mantiene il pudore di una storia essenziale per farci conoscere il ragazzo, la vittima e la sua famiglia tenuta allo scuro di tutto. Il fatto è divenuto simbolo suo malgrado, e questo film, con tutta la sua scrittura penetrante e la sua regia piena di idee sobrie ed efficacissime sarà senz’altro uno dei titoli più applauditi della Mostra. Ci sono momenti toccanti come certi interrogativi sulla fiducia nella legge del padre Giovanni, o di riflessioni e consigli offerti a Stefano da un compagno di cella albanese.

Sicuramente Borghi riceverà molti premi e riconoscimenti anche per questo nuovo lavoro, ancor più coscienzioso e impegnativo di quello per Caligari. Dal 12 settembre Sulla mia pelle sarà sotto gli occhi del mondo perché non uscirà soltanto nei cinema italiani, ma anche sui milioni di dispositivi abbonati a Netflix. Resta curioso come proprio la distribuzione del Presidente dei Distributori Anica, la Lucky Red di Andrea Occhipinti, non abbia concesso alla sala neanche un paio di settimane esclusive prima di far lanciare il film in scala globale su tutti gli schermi possibili, compresi i cinema. Competizione alla pari?

Fino all’inferno o The End? Ad agosto il cinema italiano è di genere

Sono solamente due i film italiani in sala ad agosto. Diretti da giovani registi autoriali dediti al cinema di genere. Cominciamo con l’uscita del 2 agosto. Fino all’inferno è l’opera di Roberto D’Antona. Attore, sceneggiatore e regista, tira le fila di un crime, o di un gangster movie ad esser più classicheggianti, ammicca alle Iene tarantiniane quanto alla serie tv Breaking Bad. Il suo nuovo lavoro si piomba di proiettili anche per mano di killer glaciali e implacabili in stile Terminator e Matrix e condisce le mirabolanti disavventure di questa banda di rapinatori scapestrati fino a scovare tracce di sci-fi. D’Antona, tentato da sirene d’oltreoceano, americanizza pure i nomi dei suoi rapinatori facendo il protagonista, Rusty, criminale di periferia che con una batteria di mezze tacche si ritrova a vendicare un amico fronteggiando boss di zona e strani esperimenti genetici.

Il gusto del cinema americano, della battutaccia grassa e delle pistolettate facili rende molle il ventre di questo film a tante tentazioni. Ci si allunga in un inseguimento/fuga dove i risvolti e i supponibili climax si susseguono copiosi, per questo non ci troviamo di fronte a una piena maturità autoriale né a esecuzioni impeccabili. Però la voglia di mettersi in gioco e di buttarsi nella macchina cinema divertendosi fa di questo lavoro uno strano animale abbastanza apprezzabile. Tanti i momenti ilari, anche se a volte il buon gusto corre via senza troppo senso, caricando anche il lato trash. In conclusione, pur con attori che non brillano e nonostante i troppi sogni di rock’n’roll che zavorrano il pastiche, Fino all’Inferno tira fuori tanti di quei conigli dal cilindro, e pure se non perfetti non si riesce a non volergli un po’ di bene. Forse le molteplici idee narrative sarebbero bastate per un’intera trilogia con narrazioni più asciutte. Peccati di gioventù? Il tempo ci risponderà.

Esce invece il 14 agosto, praticamente a Ferragosto, uno dei film più fuori dagli schemi che sia mai stato adottato da 01 Distribution negli ultimi anni. Ve la immaginate Roma decimata da un’epidemia zombie? Lo ha fatto Daniele Misischia, filmaker di genere, nello specifico horror. Per il suo The End? L’inferno fuori prende Alessandro Roja e ce lo riconsegna inamidato businessman fedifrago e senza scrupoli. Poco prima di un importante incontro di lavoro, nel palazzo della sua company, l’ascensore si blocca e da lì inizia un calvario di ammazzamenti e claustrofobia denso di adrenalina, morti viventi e sangue infetto. Tutto accadrà esclusivamente all’interno e intorno a questa trappola invalicabile. Solo uno spiraglio per le porte bloccate lo collega all’esterno: un corridoio che gli mostrerà l’orrore di scelte estreme per sopravvivere.

Compagno di viaggio negli inferi sarà il poliziotto impersonato da Claudio Camilli, caratterista faccia nuova che troverà sempre più spazi nel cinema italiano. Altre presenze nel cast Euridice Axen e anche se solo in voce Carolina Crescentini. Progetto prodotto dalla Mompracem dei Manetti Bros e Rai Cinema, The End? approfitta del deserto ferragostano per mettersi alla prova in un grande circuito distributivo. Il Dna da horror anni ’70-’80 c’è, quindi anche quelle imperfezioni che lo sporcano rendendolo già vintage nella sua confezione. Di riferimenti estetici ai grandi registi del genere di quegli anni ce ne sono molti, ma il tocco italiano di ambientare un’apocalisse a Roma rappresenta la vera cifra della sua singolarità. Per due ore sembrerà di essere tornati ai tempi precedenti anche lo Zio Tibia, quando l’horror era un giocattolo tagliente, più smaliziato e meno mainstream, che alle sensazioni forti ci puntava dritto e senza troppi orpelli.

In sala a fine luglio largo ai film di genere tra horror e heist movie

Siamo giunti così alle ultime uscite del mese di luglio, che vedono un fioccare di offerte cinematografiche varie e contrastanti per forma e sostanza. Con Io, Dio e Bin Laden, Nicolas Cage accetta un’altra parte ai confini dell’assurdo. Si tratta di una bizzarra commedia ispirata ai viaggi di Gary Faulkner, un attempato borderline americano che sfidò il sistema tentando ben 11 volte di raggiungere il Pakistan per catturare Bin Laden tutto da solo. Si, solo perché era Dio ad averglielo intimato. È assurdo che un personaggio del genere esista davvero, scriva bestseller e sia seguito nei talk show d’oltreoceano come un divo da salotto tv. Ma la contemporaneità dei biopic a volte si ostina a premiare vite scelte quasi a caso. Cage va a nozze con questa sfida. La sua performance ebbra di arzigogoli gioca al rialzo su un film sospeso tra due implausibilità della storia: una vera, l’altra filmica.

Prodotto di nicchia almeno per il nostro paese in quanto demenziale d’autore (in Usa uscì nel 2016), il film di Larry Charles appare scombinato quanto il suo protagonista. Charles è sbocciato sceneggiando la celebre sitcom Seinfeld e al cinema ha diretto Sacha Baron Cohen in Borat e nelle sue altre scorribande più estreme. Bisogna aspettarsi veramente di tutto dalla nuova accoppiata con il divo di bocca buona. Si ride pure, soprattutto nelle incursioni di un Dio più alla mano che mai, ma, dopo tutto quello smucinare di gag e avventure da moderno Barone di Münchausen, il vuoto che lascia dentro è significativo.

Spin-off al femminile dell’omonima saga, Ocean’s 8 riduce a otto le sue protagoniste. Niente più Pitt e Clooney, il suo truffatore è passato a miglior vita, ma la sorellina alla sua altezza Sandra Bullock ordisce il piano per portarsi via una collana inestimabile. Socia arguta e sensuale maschiaccio androgino sarà Cate Blanchett, ma il cast all-star propone tra le otto una Rihanna hacker in sovrappeso e una Anne Hathaway modellina svampita. La trama dell’heist movie è ordinata e solida e ha una struttura narrativa simmetrica e a specchio di 3 fasi: preparazione, colpo e indagini a ritroso. Ironia d’alta moda, qualche cameo dal franchise principale, e un James Corden in grande spolvero come investigatore assicurativo, lo spin-off prodotto dall’ideatore originale Steven Soderbergh strappa sorrisi intelligenti, intrattiene discretamente concentrandosi principalmente a incantare un pubblico femminile ma lascia pure un pizzico di nostalgia per gli (Ocean’s) Eleven che furono.

Dopo aver variegato la commedia in 2 nuance è tempo di sprofondare nell’horror. Lo hanno definito il nuovo Esorcista, anche se in realtà non c’è nulla o quasi di questo, se non il solito marketing. La trama di Hereditary – Le radici del male ruota intorno a una famiglia colpita dal lutto per la nonna, una donna autoritaria dai molti lati oscuri e praticante di riti occulti che sembra ripresentarsi alla figlia e alla nipote. Il povero Gabriel Byrne, genero dell’anziana dovrà tenere le fila di una famiglia a pezzi. Invece Toni Collette, madre allucinata, e Alex Wolff, figlio tossico, dovranno vedersela pure con la piccola di casa: una Milly Shapiro sedicenne capace di incutere i migliori brividi da film di genere con la semplice presenza scenica, al pari di una piccola Bela Lugosi 2.0. Storia imprevedibile e dai risvolti raccapriccianti, Hereditary raggiunge le perfette temperature raccomandate dal genere mantenendo costanti raffinatezza, novità e shock d’immagine. Imperdibile per i patiti dell’horror.

Poi ci sono i film verità. Quelli che come pugni stretti di rabbia colpiscono la coscienza dello spettatore. Il colpo è sferrato magistralmente dalla regista Kaouther Ben Hania. Il suo La bella e le bestie ci sbatte lucidamente nella Tunisia attuale, contro la vicenda intollerabile di una ventunenne violentata da due poliziotti che cerca disperatamente di denunciare l’accaduto alle autorità. Un vortice di malaffare e corruzione camuffato da burocrazia e lungaggini tratteggia in 9 atti una sintesi dolorosa delle ingiustizie ancora rivolte alle donne nell’Africa settentrionale del dopo Ben Ali. Film politico e di denuncia, nella sua lettura più nera si presenta come un presepe vivente al contrario: i protagonisti Mariam e Youssef (Maria e Giuseppe) percorrono in una notte non l’accoglienza ma il rifiuto e le umiliazioni da tutti. Nessuna nascita virginale ma soltanto una violenza sterile brutale e impunita. Nessun incanto ma solamente colpe riversate sulla ragazza e il suo accompagnatore, scomodo testimone dello stupro. Sono magnetici gli attori Mariam Al Ferjani e Ghanem Zrelli, mentre il sostegno del Ministero della Cultura Tunisino al progetto, co-prodotto anche da Francia, Svezia, Norvegia, Libano, Qatar e Svizzera, è un segno positivo in un paese dove la nuova democrazia ancora non brilla.

Peggio per me, un piccolo italiano contro gli americani

Le uscite della settimana si potrebbero sintetizzare schierando da una parte un piccolissimo titolo italiano pieno di cuore e idee originali, dall’altra il cinema di genere americano con commedia, thriller politico e film di guerra. Peggio per me è la prima regia uscita in sala di Riccardo Camilli. Il suo protagonista post-verdoniano è un docente di sostegno quarantenne nell’hinterland romano. In via di separazione da una moglie furbetta di cui è ancora innamorato, si accorge a malapena della giovane insegnante di sua figlia che gli fa il filo. Il suo piccolo mondo di comodi ricordi infantili da condividere con l’amicone di sempre perennemente depresso si capovolge quando una sua vecchia audiocassetta prende a parlargli. È il sé stesso dodicenne, creativo e affamato di vita, che dagli anni ’80 si collega tramite mangianastri per rimproverarlo e fargli da guida spirituale.

Camilli mette insieme una commedia zero budget di sorprendente dolcezza e riconoscibilissima onestà. Del resto chi, in scrittura, al primo appuntamento, farebbe andare con un fiore da regalare sia lui che lei? Sul lato sentimentale Camilli si mette sulle spalle un angioletto, la maestra innocente e sensuale interpretata da Angela Ciaburri, e un diavoletto, la mogliettina indipendente ed egoista con il volto di Tania Angelosanto. Mentre incarna una malinconia molto verdoniana l’amico d’infanzia interpretato da Claudio Camilli. Siamo sempre di fronte a un’opera con tutti i difetti tecnici del caso, ma brillano i suoi pregi di freschezza artigianale e sensibile acume nel descrivere i nostri tempi e le relazioni ingarbugliate che spesso lo caratterizzano. La trovata della cassetta che ci lega al passato, poi, è una vera chicca, e anche se latita di patinature da broadcasting potrebbe diventare il micro-cult dell’estate per cinephile di nicchia.

Con 12 Soldiers il Thor Marvel Chris Hemsworth cerca di scrollarsi nuovamente dalle spalle possenti superpoteri e mantello. Questo chilometrico war movie s’ispira alla vera missione militare americana in Afghanistan nel dopo 11 settembre tenuta lungamente segreta. Il protagonista è un capitano indomito che conduce la sua squadra ridotta all’osso contro una battaglia impari e dagli esiti a dir poco incerti. La regia spaccona di Nicolai Fugslig ne fa un polpettone guerresco fatto di frasone testosteroniche e combattimenti poco credibili nella messa in scena, più alla ricerca di vanagloria che di realtà. Così la storia vera diventa un mangia-popcorn come tanti e il povero Hemsworth, già gabbato al box office con i flop Heath of the Sea di Ron Howard e Blackhat di Michael Mann (nonostante tutto, entrambi di buona qualità) non può che affidarsi al fiuto di Jerry Bruckheimer. Se il producer dei Pirati dei caraibi, Beverly Hills Cop e Bad Boys ha messo in piedi anche questo progetto, un buon motivo economico ci sarà. Staremo a vedere.

Con una gay-friendly-comedy sboccata e senza peli sulla lingua, pure su un ragazzino affidato a una coppia omosessuale, si arroccavano rischi numerosi e di vario genere. A Modern Family li scansa furbescamente proponendo il pastiche di una famiglia allargata alle prese con la conquista dell’affido. Certo, per epiteti e linguaggio politicamente scorretti, quando non grevi, non si tratta di film per bambini, ma farà sorridere e sghignazzare, e intenerire riflettendo un po’, sia ragazzi che adulti. Paul Rudd, proveniente dal demenziale e dal cinecomic, compone con Steve Coogan, commediante inglese con doti drammatiche indiscutibili, una coppia di gay eccessivi e brontoloni che non si dimentica. Irresistibili. A dirla grossa, ma forse non così fuori luogo vistane la spassosità, questa commedia, più offensiva forse con gli etero che verso il mondo omosessuale, potrebbe diventare Il vizietto del nuovo millennio.

L’ultimo titolo di genere della settimana è Giochi di potere. Ispirato alla reale vicenda di Michael Soussan, autore dell’autobiografia Backstabbing for Beginners e giovanissimo funzionario delle Nazioni Unite per il progetto transnazionale Oil for Food. Fu lui a scoprire la rete di tangenti che gravitava intorno alla cosa, ma mettendo a repentaglio la propria vita e la propria carriera fece una scelta. Quella scelta è parte integrante del thriller politico uscito in sala con M2 Pictures. Soussan ha il volto di Theo James, star ancora un po’ incastrata nell’ascesa, ma discreto attore. L’istrione, o piuttosto l’uomo del giorno, è invece Ben Kinsley. Come un vecchio leone del set, il suo Pasha, capo di Michael e deus ex machina per il sistema corrotto da impicci su larga scala, ci regala un personaggio dal fascino luciferino. Diavolo e acqua santa insieme a James, i suoi soli atteggiamenti machiavellici valgono almeno mezzo film. Per il resto ci si allinea al genere di riferimento percorrendo in maniera abbastanza canonica i labirintici chiaroscuri tra onestà e corruzione.