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Francesco Di Brigida

Adriatic Film Festival e la prima volta di Fabrique in Abruzzo

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Si apre il 28 settembre l’Adriatic Film Festival. È la prima volta che mi affidano la conduzione di un’intera kermesse. Sul palco ci sarà un critico che presenterà cortometraggi in concorso, ospiti registi, attori, attrici e personalità del cinema che parteciperanno alla prima edizione di un piccolo Festival con tante buone idee e altrettanti sogni, se non di gloria, quantomeno di buona riuscita nei confronti del pubblico a cui si rivolge. Siamo in Abruzzo, a Francavilla al Mare, cittadina spalla a spalla con Pescara. Su queste sponde è la prima volta anche per Fabrique, che in quanto partner dell’AFF sarà presente con la sua distribuzione del Numero 22.

Siamo di fronte ad una competizione tra cortometraggi sotto i 20 minuti provenienti da tutto il mondo. Più precisamente da 9 paesi e 3 continenti. Non mancano lavori italiani, uno di Pippo Mezzapesa e un altro con Lino Guanciale. La selezione è stata fatta su 400 opere giunte e domenica la giuria dovrà premiare i migliori tra i 21 shortfilm in gara. Abbiamo diverse sezioni: Corto Italia, Corto Internazionale, Corto Scuola, Documentario. E poi i premi immancabili: Miglior regia, Miglior attore, Migliore attrice, Miglior fotografia. Quest’ultimo premio lo viene a consegnare Michele D’Attanasio, direttore della fotografia tra i più importanti del panorama attuale. Pure pescarese come il sottoscritto, tanto per restare in tema territorio. Il presidente di giuria invece è un vecchio lupo della produzione, Gianluca Arcopinto, che con la sua opera e personalità creativa rispecchia la necessità di AFF: quella di definirsi Festival di Cinema Indipendente.

Qui c’è un bel po’ di lavoro umile su un territorio cinematograficamente desertificante. Tanti film d’autore qui neanche vedono la sala, i grossi multisala impazzano a scapito dei cinema storici e il pubblico è sempre più bisognoso di trovare nuovi stimoli, diversi dalle emozioni preincartate delle major. Saremo centro dell’attenzione, almeno si spera, dal 28 al 30 settembre. I temi dei film in concorso (il cui programma è consultabile anche sul sito ufficiale) toccano argomenti come anoressia maschile, terrorismo, famiglia in crisi, la riconquista di un ex, il gender nello sport, l’immigrazione clandestina, il lavoro in miniera, la ferita del caporalato, i crimini di guerra e l’adolescenza nelle grandi città. Un tono impegnato per una selezione di film molto solidi e di alto livello. Molti dei quali sono ancora sconosciuti in Italia.

A proposito di buon cinema, oltre ai corti abbiamo organizzato tre Eventi Collaterali, proiezioni di film italiani come Beate, Quanto basta e The End. Saranno accompagnati da Donatella Finocchiaro, protagonista nei panni di un’operaia tessile, e dal regista Samad Zarmandili per il primo. Tema, delocalizzazione in chiave umoristica. Con il secondo titolo avremo il Nastro d’Argento Luigi Fedele, giovane attore talentuoso nel costruire il personaggio di un ragazzo con la sindrome di Asperger; e per il film di zombie ambientato in un ascensore romano sarà con noi il regista e autore Daniele Misischia. Uno che segue la scia di Romero e Carpenter rigettando le lezioni horror da soap-opera alla The Walking Dead.

Altra cosa interessante è il doppio gemellaggio con il Bruxelles Short Film Festival e l’Edimburgh Short Film Festival, importanti manifestazioni per i quali saranno con noi i rispettivi direttori artistici e Fred Martin e Paul Bruce. Porteranno in visione alcuni tra i loro gioiellini da mostrare al pubblico di AFF. Restando in tema di direttori artistici, il nostro, Guido Casale, sarà ambasciatore a sua volta in Scozia e Belgio per portare i nostri migliori corti. In realtà di ospiti ed eventi all’interno della tre giorni in riva all’Adriatico ce ne saranno anche altri, ma se ve li dico tutti poi perdete la sorpresa. Per chi sarà da quelle parti ci dovrà raggiungere da sé, o venirci a trovare tramite i social se resterete lontani.

adriatic

Ricchi di fantasia: Castellitto e Ferilli ricchi per caso

Si è più ricchi quando si è innamorati veramente o per il biglietto vincente della lotteria nel taschino? Ce lo mostra Ricchi di fantasia (qui il trailer ufficiale), la nuova commedia di Francesco Micciché mettendo insieme Sergio Castellitto e Sabrina Ferilli. La struttura spinge l’imitazione di situazioni classiche in stile commedia all’italiana. I protagonisti hanno lo stesso nome dei loro personaggi, così Sergio e Sabrina amanti entrambi bloccati da rispettivi consorti e famiglie fanno saltare le loro unioni ufficiali per una forte vincita. Peccato sia soltanto uno scherzo dei colleghi di Sergio, giù al cantiere, capeggiati da Paolo Calabresi. Ma ormai i cocci sono rotti e la fuga in un pulmino scalcinato insieme a figli vari più madre/suocera petulante si trasforma in un roadmovie verso la Puglia.

Si tratteggia l’Italietta che vorrebbe ma non può. Non solo nel lavoro, dove Sergio subisce angherie economiche sfumate di truffa dal costruttore che lo schiavizza, un Gianfranco Gallo impeccabilmente sibillino. Ma dove i sogni artistici di Sabrina sono bloccati nei siparietti canterini da pianobar per neofascisti. A tal riguardo, Faccetta nera in versione animazione ristorante è chiaro segno dei nostri tempi: oggi il film vorrebbe criticare ma verrà frainteso dai più, per poi un domani essere osservato con inedito interesse per la ribellione stretta sotto i denti dei nostri artisti e autori attuali. E tutto per un comodo, condiviso meccanismo di valutazione timorosa dell’oggi. La Commedia all’Italiana girava intorno ai problemi, li avvolgeva, ma a un certo punto li colpiva frontalmente, non di striscio. E a suo modo cerca di fare lo stesso anche Ricchi di fantasia.

ricchi di fantasia

Andando avanti Micchiché mette in rilievo Antonio Catania e Antonella Attili, ricchi sfrenati e machiavellici. Escono frasi come: «La tristezza è per i ricchi» o «Per salvare la faccia rischiamo di perderla». Sì, perché ogni personaggio qui è impegnato a dimostrare quello che non potrebbe. La lotta di classe di una volta muta in guerra tra poveri. Tanto tra colleghi squattrinati con falsi biglietti vincenti quanto tra nuovi membri di una famiglia allargata per sbaglio. Si capovolgono anche le politicizzazioni. I ricchi diventano di sinistra e i poveri più destrorsi. Addio slogan come potere operaio e potere al popolo. È il ricco che ha tempo e potere per acculturarsi e diventare fine intellettuale dalla parte del giusto, seppur umettato di cupidigia. Al povero restano invece sole, cuore e livore. Ora vale un si salvi chi può generalizzato, apparentemente orizzontale. Ognuno con i propri mezzi. Ricchi o poveri che siano. Leciti o meno. Il ché ci richiede un’osservazione più complessa rispetto al passato.

Si ride amaro e di cuore in questa commedia che a ogni lettura è capace di mostrarci nuove sfaccettature. Finti poveri e finti ricchi si mescolano come carte ben orchestrate in un gioco di ruoli che ha solo rari momenti di stallo narrativo e un cast sempre frizzantino. «Viviamo in una società dove non c’è oggettività nella propria ricchezza»: ha ragionato durante la conferenza stampa di presentazione Paolo Calabresi, che interpreta il collega di Sergio, spalla d’appoggio e amico di sempre. «Ricchezza in sé è la finanza, ormai virtuale. Indipendentemente da questo siamo un paese che ha sempre fatto finta di essere più ricco di quello che è. Abbiamo voluto sempre aspirare ad essere qualcosa di superiore a ciò che eravamo. Chi fa finta di essere povero essendo ricco, lo fa per un piano deliberato. Invece chi finge di essere ricco, pur essendo povero, ha un piano di disperazione».

ricchi di fantasia

Tra gli attori spiccano poi la bambolosità new-age del personaggio di Matilde Gioli, che fa la figlia mitigatrice di Sergio, e il suo piccolo Art interpretato da Vincenzo Sebastiani. Viso pacioccone e linguetta pronta al tempo comico. Non manca nemmeno un curioso segno distintivo della commedia sentimental-familiare contemporanea lanciato da Moretti, poi perseguito da Muccino e tanti altri: la scena della canzone corale in automobile. E stavolta, scuserete lo spoiler, è il turno di Pupo. Con Su di noi. Cantiamo, ché ci passa.

Abel Ferrara: la mia Piazza Vittorio

Partito dalla sua New York, anzi, dal suo Bronx, Abel Ferrara ha scelto di vivere a Roma da tre anni. Così anche il suo cinema si è mescolato all’Italia. In particolare in Piazza Vittorio (qui il trailer ufficiale), documentario vivo e folcloristico, distribuito al cinema da Mariposa Cinematografica, Ferrara percorre le strade dell’Esquilino per comporre il ritratto complesso e sfaccettato di un quartiere che bolle tra immigrazione, cambiamenti culturali, piccole e grandi intolleranze e voglia di vivere contrapposta alla disperazione della povertà.

Il cinema di Ferrara resta fedele a sé stesso, non si scosta dall’urgenza di narrare storie appassionati di vinti o sognatori di vittorie. Qui la sua sceneggiatura diventa la strada, gli attori, la gente e dal perenne incrocio tra realtà e narrazione si scopre anche la sua corteccia più umana, comune a questi uomini e queste donne che da i cinque angoli del mondo popolano il quartiere più multiculturale di Roma. Anche Ferrara è a suo modo un immigrato. Ne abbiamo parlato con lui incontrandolo nella città eterna in occasione dell’uscita del film.

abel ferrara

[questionIcon] In una vecchia canzone Sting diceva di essere un «English man in New York». Invece Abel Ferrara nel suo nuovo film si definisce un immigrato italo-americano a Roma.

[answerIcon] Sai, Roma è come New York. Molte delle persone non sono di là ma vengono da tante altri parti del mondo. Io sono tornato perché qui ci sono le mie radici, i miei nonni erano in Campania, a Sarno. Roma è una città molto moderna, ma vive molte difficoltà come il Sud Italia. Invece io provengo dal Bronx, che sta a New York ma ne è completamente diverso. Come Piazza Vittorio. In America c’è maggiore connessione tra le varie realtà, mentre qui in Europa c’è molta diversità. Sia tra le varie città come Roma, Barcellona o Sarajevo, sia all’interno delle stesse. Io vivo a Colle Oppio, vicinissimo a Piazza Vittorio, ma da me è già tutto molto diverso. Roma è molto variegata!

[questionIcon] In certi momenti del film si respira quasi quell’aria di frontiera, di scoperta della terra da parte dei nuovi arrivati che caratterizzava il racconto cinematografico del Far West, complice anche la colonna sonora.

[answerIcon] È vero. Infatti, per alcune sequenze ho scelto Do Re Mi di Woody Guthrie e sono molto d’accordo con questa interpretazione. Mi piace l’idea che scoperta e tensione vengono fuori da questo luogo. A volte ricordano proprio quel clima di frontiera di cui parli.

[questionIcon] Diverse persone intervistate da lei si sono messe a cantare. Un’ispirazione casuale o un popolo gioioso?

[answerIcon] Molti si sono messi a cantare, è vero, sempre spontaneamente. È stata una sorpresa anche per noi e si è ripetuta spesso. Sono quelle piccole cose che escono all’improvviso da una lavorazione e ti confermano che hai fatto le scelte giuste. Sono tanti i popoli di Piazza Vittorio, come dicevamo, e di gioia ce n’è per la nuova avventura in un altro paese, ma ci sono pure difficoltà e disperazione.

[questionIcon] Che idea si è fatto dell’integrazione in Italia?

[answerIcon] Nel mio film si parla proprio di questo. Ci sono persone che riescono a integrarsi, altre che non ci riescono. Abbiamo incontrato rifugiati, immigrati in cerca di fortuna in una situazione molto complessa ma fatta di storie uniche. Non c’è un immigrato tipico da definire, può essere approdato a Lampedusa come può provenire dal Sud, dalla Calabria o da altri posti. Quello che m’interessa sono le storie personali di queste persone straniere in una città. Volevo trovare i contenuti personali del loro vissuto. Non esiste un tipico immigrato. Non esiste un tipico italo-americano, come non esiste un tipico caffè. Qui a Roma cambiano di gusto persino da un bar all’altro, pensa!

[questionIcon] Che idea hanno gli americani di Roma e come vorrebbe che cambiasse il loro sguardo dopo Piazza Vittorio?

[answerIcon] Non ci sono americani nel film oltre me e Willem. Non so cosa pensi la gente, americani o meno, prima, durante o dopo aver visto i miei film, e non faccio film per cambiare il punto di vista di nessuno. Che siano americani o no. Io uso gli strumenti che il cinema mette a disposizione per cercare di scoprire altre verità, anzitutto per me stesso.

[questionIcon] Infatti al film partecipano come abitanti del quartiere anche Willem Dafoe e Matteo Garrone. Nei suoi progetti futuri ci sono anche collaborazioni con loro?

[answerIcon] Si, con Willem Dafoe. Gireremo Siberia tra Alto Adige e Piemonte, con Vivo Film. Invece Tommaso, di cui Willem è protagonista, lo abbiamo già finito di girare. In realtà poi è pronto anche The Projectionist, la storia di un immigrato cipriota a New York che ha fatto gavetta come proiezionista nei cinema e poi ha fatto fortuna diventando uno dei più importanti esercenti della città. Eh sì, è un periodo pieno di cose!

Di nuovo al cinema con Ride e le altre uscite del weekend

È arrivato nelle sale Ride, nuova fatica di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, che dopo il successo di Mine si reinventano direttori artistici mettendo al timone della regia Jacopo Rondinelli. Due mountain bike sfrecciano dalla cima di una montagna innevata per una gara di downhill tutta rischio, mistero e adrenalina. 20 telecamerine GoPro intorno ai protagonisti e un effetto su grande schermo che picchia duro sull’emozione della velocità. Sembra quasi che la poltrona del cinema si trasformi in sellino. Lorenzo Richelmy sfodera tutta la sua fisicità per una parte scanzonata che monterà in sfaccettature con gli imprevedibili sviluppi della corsa.

Per l’attore l’avventura in mountain bike è stata soltanto emozionale. “Mi ritengo un attore fisico e mi diverto molto a girare film che mi mettono alla prova.  L’idea delle GoPro è una cosa che mi ha entusiasmato fin dall’inizio perché essere attore vuol dire rendersi conto del contesto in cui lavori”. Ha affermato durante l’incontro stampa tenutosi a Roma in agosto, poco prima dell’inizio della Mostra del Cinema di Venezia. “Durante il film il mio occhio è incuriosito dal vedere dove lo sguardo del regista racconterà la storia. Molto velocemente, per me almeno, in questo film avviene la sospensione del giudizio. È un qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati, così non abbiamo aspettative sul finale o sulla storia. Io mi sono trovato molto bene e cercherò sempre di lavorare con quei gruppi di persone che cercano di allargare, di stratchare in avanti il cinema italiano”.

Poi ha continuato sulle sue origini artistiche e l’impostazione a spazi aperti offerta da Ride. “Avevamo 20 camere intorno, loro che si nascondevano, l’attore che sta in mezzo e tutta la libertà del mondo. Stavamo in un bosco che per me era teatro. Io vengo da lì, e godevo a ogni ciak perché potevo fare cose diverse. Non c’era la segretaria di edizione a correggerti. C’era una miriade di camere, si sarebbero presi i take migliori. Nel cinema il contesto è la camera, sul palco è il teatro, qui è il mondo. Eravamo sulle Dolomiti. Potevo correre per 2 chilometri e mezzo perché le macchine ce le avevo addosso io”.

È un cinema italiano affamato di nuovo quello di Fabio&Fabio. Pedala forte e senza preavvisi morde il pubblico. Ci ruzzola giù da monti sconosciuti, perché gara e luogo sono segreti nel film, e c’impone una serie di sospesi narrativi producendo una sorta di groviera che fa pensare a tante soluzioni continuative, come sequel, prequel, spin-off e perché no, pure serie tv. L’intenzione dei due showrunner di primo pelo sarebbe quella di iniziare un franchise incrociando grande schermo e fumetto. Ce la faranno? Intanto Fabrique du Cinema ce la farà a presentare al pubblico romano il cast insieme al regista. Si terrà infatti venerdì 14 settembre a India Estate a Roma la grande festa per il nuovo numero cartaceo di Fabrique. All’interno, oltre al live di Motta e all’incontro con cast e attori della Profezia dell’Armadillo, saranno sul palco Fabio&Fabio, Jacopo Rondinelli e gli attori del film più veloce di questa fine estate.

In sala da questo weekend anche altre tre pellicole. In Revenge, promettente cult diretto dall’esordiente Coralie Fargeat, Jen, viso d’angelo e corpo da modella s’innamora dell’uomo sbagliato, così dovrà vedersela con lui e i suoi sgherri dopo essere stata violentata e quasi uccisa. La macchina da presa della regista è capace di raccontare più d’una cosa con la stessa inquadratura, sdoppiando i piani narrativi nello stesso quadro, cosa non da tutti. Magari a volte Revenge esagera con la finzione filmica rispetto al reale, ma lo sballo testosteronico è anche ciò che esige il genere action, anzi, nello specifico il sottogenere rape&revenge. L’attrice che si schiude da vittima a killer stampandosi nella memoria si chiama Matilda Lutz. Padre americano, madre italiana, potrebbe ascendere come una delle prossime superstar negli anni a venire. In versione grintosa e spietata, o ingenua e sexy, buca lo schermo in maniera definitiva. E ha pure un partner non da poco, che in campo di bad boys ne ha già combinate di cotte e di crude. Si parla di Kevin Janssens, già protagonista nel belga selezionato nel 2015 per l’Oscar al Miglior film straniero Le Ardenne).

A 10 anni dal successo che esplose al box office quanto nei teatri di mezzo mondo, torna in sella, anzi in barca a ritmo di Abba l’allegra combriccola di Mamma mia, ci risiamo! Cominciamo col dire che Donna è passata a miglior vita. Quindi Meryl Streep non è più la protagonista. Gira tutto intorno alla figlia Sam, Amanda Seyfreid, che torna sull’isola greca dov’è cresciuta per rimettere a posto l’hotel che gestiva con sua madre. La novità è il parallelo tra la Sam di oggi e Donna da giovane negli stessi luoghi mediterranei. Così dai meandri del passato di Sam, arriva la sua versione seventy con viso, voce e danza di Lily James. È lei la Sam che partì per la Grecia trovandoci l’amore dei tre giovani che diventeranno Colin Firth, Pierce Brosnan e Stellan Skarsgard. L’equivalente di una Streep ragazza ci riporta alla memoria quella giovane donna e animale da set vista in Manhattan e Kramer contro Kramer. Entrambi del 1979, esattamente l’anno in cui è ambientata parte del film. Esempi giganteschi di cinema e recitazione come questi sono ostacoli grossi da rimuovere e inevitabilmente inficiano la pur discreta interpretazione della James.

Qualche rivisitazione, sì, pure gli inserimenti nel cast di Andy Garcia e Cher, tra il gustoso e il patetico tra l’altro, ma il film in sé trasuda debolezza e colleziona punti deboli. La regia caramellosa di Ol Parker ci regala il peggio nelle coreografie e tanta scrittura risulta ammiccante verso un pubblico intontito da marketing furbesco e passione sincera per il primo capitolo. A volte si ride pure, ma per meccanismi e forzature che a volte suonano demenziali. Mamma mia, ce n’era proprio bisogno?

Da comico è un’icona indiscussa, ma miracolosamente riesce ad essere credibile anche come attore drammatico Jim Carrey. Torna al thriller con un film polacco, Dark Crimes. Un trasandato agente di polizia trova troppe similitudini tra un omicidio e le pagine cruente di un romanzo. Così l’eccentrico autore viene messo sotto accusa e la sua donna dai costumi ambigui diventa ago della bilancia per le investigazioni.

Carrey fa i conti con un’ambientazione dell’est europeo, che guarda ad atmosfere visive alla Wajda e Zanussi. L’umore però non migliora nello scorrimento della storia, con personaggi depressi, perversi, o al meglio dalla doppia vita. Il plot inoltre non è dei più esplosivi. Nulla di visivamente pregiato o nuovo, se non fosse l’ennesima, serissima mutazione di Jim Carrey. Senza di lui come sbirro all’ultima spiaggia, o Charlotte Gainsbourg nella una parte viscida, sarebbe rimasto nel Limbo dell’anonimato.

 

 

Giornate degli Autori: Il bene mio, la mosca bianca di Pippo Mezzapesa

Alla Mostra del Cinema di Venezia è arrivato il momento di Il bene mio (qui il trailer ufficiale), evento speciale Fuori Concorso alle Giornate degli Autori. Che Sergio Rubini fosse un attore versatile e capace di tirare fuori il meglio di sé lavorando nella sua Puglia era già chiaro. Il legame forte tra un artista e la sua terra fa sempre bene a quel cinema che guarda a un sano regionalismo iscritto in una visi. Per Il bene mio l’attore di Grumo Appula ha tenuto le redini di un intero film da protagonista assoluto. Recita nei panni solitari di Elia, vedovo e ultimo abitante di un paesino abbandonato anni prima a causa di un terremoto. I cigolii nel vento della piazza gli riportano alla memoria i suoi compaesani vittime sotto le macerie e tanti affetti speciali. Il sindaco suo cognato vorrebbe farlo trasferire a valle, nel paese nuovo con tutti gli altri, ma neanche l’amico del cuore Gesualdo riesce a smuoverlo dalla sua fissazione. Nel frattempo, arriva a nascondersi in paese una donna e il povero Elia scambierà la strana presenza con il fantasma di sua moglie.

il bene mio

Il nuovo lavoro firmato Pippo Mezzapesa si basa su alcuni temi principali come trauma e deurbanizzazione post-terremoto insieme ai legami umani fondamentali per trovare la ragione di andare avanti, più un pizzico di problematiche sull’immigrazione clandestina. Il regista pugliese tesse una commedia agrodolce che non tralascia momenti toccanti da una parte e s’impreziosisce, dall’altra, con duetti molto godibili grazie al solito Dino Abbrescia, un caratterista di razza la cui presenza è sinonimo di ritmo e qualità. Il suo Gesualdo è il migliore amico di Elia, gli organizza intorno visite guidate per esplorare Provvidenza, il paese deserto, e far conoscere ai turisti il suo ultimo abitante.

Finanziato con i fondi di Regione Lazio, Regione Puglia, Unione Europea e Apulia Film Commision, questo film si basa su una dislocazione dei set che ha coinvolto tre comuni: Gravina di Puglia e Poggiorsini soprattutto per le panoramiche sui paesaggi, e Apice, nel beneventano per il borgo semidistrutto e abbandonato. Mezzapesa è riuscito a plasmare le tre location nella fittizia località di Provvidenza. Nome con qualche reminiscenza western italianizzata. Le inquadrature che ne derivano accarezzano affettuosamente quell’Italia ferita dai crolli, ma anche quei borghi incantati che costellano gli Appennini. E in questo microcosmo si muovono uomini e donne con storie di tutti i giorni.

il bene mio

Il personaggio di Elia si contrappone al sindaco e al capo dei vigili per la sua ostinazione nel voler ricostruire. La sua memoria viene presa al meglio come souvenir dall’amico Gesualdo ma la speranza di ricominciare gli viene stigmatizzata quasi come follia, giù dal paese nuovo. Meglio dimenticare per affievolire il dolore o affrontarlo cambiando in bene con esso? È qui che agisce il sopravvissuto Elio/Rubini. L’attore disegna su di sé con semplicità i tortuosi percorsi del senso di colpa. Chi sopravvive da solo a volte avrebbe preferito morire. L’ironia della vita ancor prima che della sorte gira come una moneta tra le scene di Mezzapesa. La sua opera convince perché trova i giusti tempi su tutto. E poi riesce a parlare di Sud senza metterci minimamente in mezzo camorre e mafie varie. Oggi come oggi una mosca bianca.

Giornate degli Autori: Ricordi? La memoria sentimentale di Luca Marinelli

«Il passato è passato. Lasciamolo un po’ in pace ché se no si consuma». Se lo ripromettono i protagonisti di Ricordi? film in Concorso nella sezione Giornate degli Autori sul Lido veneziano. Un ragazzo e una ragazza s’incontrano, si piacciono, hanno una laison. Il loro amore attraversa il tempo, i filtri della memoria e le loro singole sensibilità, accende i ricordi, manipola i contrasti. I due si dividono, si rincontrano, metabolizzano il passato e lo virano ognuno del proprio punto di vista.

La coppia è formata da Luca Marinelli e Linda Caridi. Lei potrebbe essere la nostra Rooney Mara: solida eppure fragile la sua parte come la sua energia a due fasi. Fruscello o frustino per un Marinelli molto fedele a sé stesso, non trasformato ma declinato a innamorato etereo. Si parte come se vivessimo in un vecchio film di Rohmer, sembra che si stia bagnando tutto di Nouvelle Vague quando i viraggi mnemonici dei protagonisti si materializzano su piani narrativi e percettivi differenti e mescolati come carte da gioco. Il ritmo del montaggio è morbido e flessuoso, l’estetica trionfatrice, così si passa da tagli alla Bertolucci d’annata fino all’approdo su ambizioni pensiero/immagine á la Terrence Malick.

ricordi

C’è molta ricchezza in questo lavoro scritto e diretto da Valerio Mieli, alla sua seconda regia. Torna a nove anni dall’avvolgente Dieci inverni con Isabella Ragonese, e, guarda caso, Michele Riondino, che quest’anno presenta i gala d’apertura e chiusura della Mostra del Cinema di Venezia. I piani tra passato e presente sembrano incrociarsi ironicamente anche fuori da Ricordi? Mieli li muta adattandoli ai suoi innamorati. Il presente si caratterizza vivido di sfumature, mentre i passati traghettano visioni ovattate o vivide, a seconda del mood del personaggio che li filtra col suo sentire. Amore, incomprensione, ripicca, tradimento, perdono.

La stessa scena ha versioni diverse montate a incastro come fosse un Cubo di Rubik. Da questo punto di vista, l’elegia del passato utilizzata si configura come una ricerca visiva di un trattato psicologico sul plasmare ricordi. Sposta le sue energie più preziose non banalmente nella caratterizzazione del personaggio ma in quella del suo sentire. Ogni sensazione diventa mondo, ogni ricordo un viaggio. Un sospeso tra malinconia e vitalità costella queste due ore di romanticismo esistenziale 2.0.

ricordi

A fianco di Marinelli e Caridi troviamo Giovanni Anzaldo e Camilla Diana. Il primo amico della coppia, la seconda, ragazza dei primi ricordi amorosi di lui. Traghettatori o amanti? Testimoni di una lunga relazione, pacieri o distruttori? Anche qui Mieli gioca le sue carte senza troppe scontatezze, ma si concentra nelle proiezioni mentali dei protagonisti. Conta più la sensazione del fatto. È un tipo di cinema ardito questo. Molto più di Dieci inverni. La narrazione scavalca ogni linearità per approdare a un doppio flusso di coscienza incrociato. Molte volte ci si perde, forza e debolezza del film, ma caratteristica fondante. L’autore ha il coraggio di mettere tutto in mano allo spettatore, di seguire e soprattutto di sentire quelle due anime. Guardato a mente aperta il viaggio di Ricordi? offre la possibilità di vivere un’esperienza profonda e complessa, rischiosamente empatica e a volte piacevolmente oltre i confini della logica, ma immersa nel territorio del sentire ben oltre la storia sullo schermo.

Venezia 75: La profezia dell’armadillo, dal fumetto al film

Fenomeno editoriale degli ultimi anni, Michele Rech, al secolo, anzi sui fumetti Zerocalcare, sbarca al cinema. O meglio a Venezia 2018. In Concorso per la sezione Orizzonti, La profezia dell’armadillo, il primo dei libri disegnati dall’autore di Rebibbia è diventato l’omonimo film da lui stesso sceneggiato insieme a Oscar Glioti, Valerio Mastandrea e Johnny Palomba. Si riprendono le microstorie di Zero e dello stralunato amico Secco, in carne e ossa impersonati da Simone Liberati e Pietro Castellitto. La madre di Zero ha il volto di Laura Morante, mentre l’armadillo, vera punta di diamante del film, imbraca con muso e armatura Valerio Aprea.

Vivere il nuovo millennio nella periferia est di Roma non è cosa facile. Tra una blanda disoccupazione interrotta da lezioncine di francese impartite a un giovincello di Roma Nord e gli scambi metropolitani col Secco, la notizia della morte di una vecchia amica francese può diventare un terremoto emotivo. Ma la vita deve continuare, così i consigli del coscienzioso armadillo chissà, potrebbero tornare utili un giorno.

la profezia

La ritmica del racconto è inquadrata più sul linguaggio del fumetto che in quello cinematografico, che spesso risolve tante inquadrature in maniere piuttosto banali o prevedibili. In tema di fumetti italiani riformulati in cinema sembra di assistere al cuginetto di Paz! il film di Renato De Maria sui personaggi di Andrea Pazienza. Forse i fumetti di Zerocalcare godono di una popolarità simile a quelli di Paz negli anni Ottanta, ma la soluzione cinematografica, diretta da Emanuele Scaringi per La profezia poteva essere un po’ più ispirata, almeno visivamente. Avrebbe avuto bisogno di una regia più sbarazzina e una macchina da presa con più inventiva.

La direzione degli attori è senza infamia e senza lodi. Prova ne è che un attore giovane di spiccato talento come Liberati, esplosivo in Cuori puri lo scorso anno, per dirne una, qui fa giusto il suo. Ma senza picchi degni di nota. Capita ai giovani quando diretti da un regista esordiente ancora un po’ acerbo. Respira meglio il personaggio di Castellitto. In senso lato e non, visto che il suo sport preferito è pippare spray al peperoncino. Ma nel suo caso l’esagerazione del carattere aiuta la resa comica.

la profezia

La vera novità è l’armadillo. Aprea mette su un personaggio da annali. Conoscevamo già la saggezza sardonica del quadrupede parlante, chicche e battute che da sei anni popolano la fantasia dei lettori, ma voce e tremolii laconici, quasi dagli echi fantozziani di Aprea gli regalano non solo la terza dimensione, ma il movimento in un mondo e soprattutto in un costume entrambi veri. Nessun effetto speciale o lavorazione di postproduzione, l’artefice di questo costume-armatura è la costumista Francesca Casciello. Deo gratias, c’è ancora qualcuno che lavora artigianalmente le proprie creature fantastiche. E adesso sappiamo pure come trovarle fuori dalla carta.

I contenuti su una generazione indolente e solitaria, sospesa tra reminiscenze di cultura pop anni Ottanta in periferie mai rammendate, stallo più o meno perenne nell’insicurezza economica, familiare e sociale da una parte e mondo vorticoso accelerato dalle tecnologie e dalla crescita sono le pinze che stringono i nostri personaggi. In questo, pur visivamente manchevole, la fedeltà concettuale al fumetto rimane molto solida. Il film di Scaringi è pieno di grandi battute e pensieri lampanti, ma pur sempre sbilanciato nella resa registica. Dopo la Mostra del Cinema di Venezia sarà nelle sale dal 13 settembre. Soltanto questo libro di Zerocalcare ha venduto oltre 100mila copie. Riusciranno Zero e Secco a fare gli stessi numeri anche al cinema?

Venezia 75: Camorra e la Napoli criminale di Patierno

I bassi, i vicoli, il serpeggiare della vita in una città che è cresciuta come un mondo a sé. Spesso malato, auto flagellato da un’ombra che ne fiancheggia il destino da tempo immemore. Camorra è il nuovo lavoro di Francesco Patierno, documentario con ritmo e potenza di un crime, ma al tempo stesso la vibrazione antologica del documentario d’archivio, genere al quale appartiene appieno pur shakerandone i contributi provenienti dalle Teche Rai con elementi nuovi e impattanti. Intanto la voce narrante di Meg, ex-99 Posse, che punteggia il film con letture e modernizza le immagini in 4:3 (come le vecchie tv catodiche) con i suoi pezzi elettronici.

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È stato presentato nella Selezione Ufficiale Sconfini, Fuori Concorso, della 75ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ci immerge in un’antologia breve sulla malavita organizzata di Napoli. Interviste di repertorio a giovanissimi scugnizzi dagli sguardi e i crimini adulti, i racconti di ordinario racket con tanto di giustiziati, il sistema delle ricetrasmittenti da un’auto all’altra per trasportare carichi di droga negli anni ‘70 e le canzonette sul giradischi utilizzate come segnali circondano lo spettatore in un’osservazione socio-antropologica che scava nell’ethos del popolo partenopeo per ricercare le origini anche storico-politiche dell’espansione camorristica. Allora si passa per il caso di Pupetta Marella, l’evoluzione della camorra a mafia, la potente indipendenza del nuovo sistema tessuto da Raffaele Cutolo negli anni ’70-’80 dal carcere, fino alle dichiarazioni di Antonio Gava, della Democrazia Cristiana, sul rapimento Cirillo.

Dal doc di Patierno emerge una figura apparentemente giocosa nella sua ostentata generosità per la sua gente, ma in perenne lotta contro i giudici delle aule bunker per schivare ogni accusa. Da quelle interviste Rai, sornione dietro le sbarre, Cutolo appare come una versione italiana dell’Escobar di Narcos. Gentile e affabile, battute in punta di fioretto quasi migliori del Ben Gazzarra che ne interpretò un personaggio letterario molto simile ne Il camorrista di Giuseppe Tornatore. È forse lui, Cutolo, la star del film. Più ombre che luci per la verità, ma la presenza del boss attualmente ancora agli arresti e neanche in buona salute, rende questo film veneziano ancora più pingue di contenuti che scottano comunque lo si guardi.

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Patierno dosa e seleziona sapientemente un fiume di materiale d’archivio convogliandolo in un montaggio drammaturgicamente appassionante, lineare e ben equilibrato tra l’informare con le testimonianze dirette dell’epoca e l’intrattenere con moderne fusioni d’immagini e musiche elettroniche. È questo il quid che trasporta agilmente le fonti di Camorra attraverso il tempo consegnandoci il film come oggetto conoscitivo del passato, spiegazione del presente e monito sul futuro di una città piena di controsensi, miserie esaltate e nobiltà ferite.

Venezia 75: Isis, Tomorrow, la guerra sotto le ceneri

Iraq, gennaio 2018. È l’alba di una pace ancora fumante quella dopo la fine della guerra civile del 2017. Di Mosul rimangono macerie e fantasmi negli sguardi torvi dei sopravvissuti che, liberi o radunati in campi di detenzione, vivono ancora lì. Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul, titolo anglofono di questo italiano Fuori Concorso nella Selezione Ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia, alza il velo sulle vittime collaterali dell’Isis. Bambini e donne che hanno perso i loro padri, i loro uomini durante il conflitto. Nei loro occhi si percepiscono ferite all’anima che la regia in 4k di Francesca Mannocchi e Francesco Romenzi restituiscono con lucida iperrealtà in ogni ruga espressiva delle persone riprese.

I registi, entrambi provenienti dal mondo del reportage in aree di guerra, una giornalista, l’altro fotografo, uniscono le forze per un documentario sobrio nella forma ma dolente in sostanza che raccoglie testimonianze difficili da ascoltare senza farsi domande. Si, perché se le donne portano il dolore più passivamente, i loro bambini e ragazzi coltivano il sogno della vendetta e dell’umiliazione senza fine verso il nemico. Da una parte parlano gli iracheni, i vincitori, dall’altra le famiglie dell’Isis, gli sconfitti con il lampo della rivincita negli occhi. Si trova qui lo stacco che preme sulle coscienze degli spettatori.

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Sono più di 20.000 i prigionieri Isis nei campi di detenzione in Iraq. Più di 5.000 sono bambini. Figli di soldati ai quali è stata inculcata una visione guerresca e distorta del Corano. E quindi una prima provocazione del doc. Come sia possibile che un libro sacro che parla di pace e spiritualità venga reinterpretato ad hoc per essere linea religiosa e tradizionale che raccoglie intorno a sé varie generazioni di terroristi. Intanto i bambini e ragazzi mostrati da Mannocchi e Romenzi hanno già combattuto una guerra in prima linea, e avendola persa non vedono l’ora di tornare a combatterla, grandi e più forti, per vendicare i caduti e ambire al più alto dei premi: il martirio per lo stato dell’Isis.

Le interviste sono state girate a Mosul, in tende, case modeste di donne sprofondate nel dolore. Da lì fa capolino il disprezzo tra vincitori e vinti. Questi ultimi ritenuti ancora colpevoli come stirpe e privati di umanità e diritti durante la prigionia, quindi miglior foraggio per coltivare nuovo odio in nuove generazioni. La narrazione del doc procede in maniera spoglia di artifici, così questi cuccioli plagiati del Califfato ci appaiono in essenza dolorosa e preoccupante. Allora viene da chiedersi anche se e quanto queste generazioni annebbiate nella mente e spesso mutilate nel corpo siano come braci ardenti sotto la cenere. Ma soprattutto se esistono un modo e una volontà, nazionale o internazionale di spegnere quest’odio. O a chi convenga che questi fenomeni continuino.

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Isis, Tomorrow è una produzione FremantleMedia con RAI Cinema, e sarà distribuito all’estero da ZaLab, associazione culturale attiva nella produzione, distribuzione e promozione di film-documentari e progetti culturali, che a settembre svilupperà un tour di proiezioni e incontri con il pubblico dei registi. Sarà coinvolta in partnership anche la ONG Un Ponte per…. Intanto sbarca a Venezia con l’ambizione a raccontare un pezzo di mondo e scuotere la pubblica opinione su un nuovo aspetto del terrorismo, tema geopolitico tra i più scomodi e urgenti.

Venezia 75: Sulla mia pelle dalla Mostra del Cinema a Netflix

Quando Stefano Cucchi era al CEIS per disintossicarsi i suoi compagni lo chiamavano Pisellino. Perché era piccolo di statura ma col carattere roccioso e la battuta sempre pronta. Boxe nelle mani e impicci nella vita, geometra col viziaccio delle sostanze, aveva provato a uscirne fuori più d’una volta. Per lui si fa piccolo e smagrito Alessandro Borghi (qui la nostra intervista), attore-meraviglia emerso con Non essere cattivo che stavolta trasforma anche la voce, plasmandola sull’ultima telefonata di Stefano. Una registrazione affaticata e inquieta da una di quelle notti dove iniziò la sua fine.

È stato scelto come film d’apertura Sulla mia pelle (qui il trailer ufficiale), in Concorso per la sezione Orizzonti. Quest’anno la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia comincia con un film dolente e impegnato nel mostrare agli occhi del mondo lo scandaloso caso di un ragazzo arrestato per spaccio, pesantemente picchiato senza motivo dalle forze dell’ordine, infine malcurato e malnutrito in ospedale fino alla dipartita. L’ultima settimana raccontata dal film di Alessio Cremonini respira forte come il suo protagonista e ha soffiato sull’internazionale Venezia un vento gelido di malasanità e malagiustizia italiane. Strutturato rispettando seccamente la cronologia dei fatti, si arma di una didascalicità necessaria e severa di luoghi e orari per disegnare la picchiata di un ragazzo capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

 

sulla mia pelleBorghi ricostruisce la figura di Cucchi con l’innocenza colpevole negli occhi di un uomo che pur sbagliando viene punito ben oltre le sue colpe. L’attore accompagna la cronaca cinematografica prodotta da Lucky Red con rigore e fedeltà stupefacenti. Il respiro che viene meno e i dolori fisici sempre più insopportabili si vedono nel loro crescendo in ogni singolo fotogramma. Max Tortora e Jasmine Trinca interpretano padre e sorella della vittima. Ogni ruolo viene ripreso con appassionata attenzione alla realtà. Anche ogni numero della tragedia.

Dramma civile dei nostri giorni, poteva essere traslato in cinema come un legal thriller sull’infinita lotta di Ilaria Cucchi in tribunale, invece mantiene il pudore di una storia essenziale per farci conoscere il ragazzo, la vittima e la sua famiglia tenuta allo scuro di tutto. Il fatto è divenuto simbolo suo malgrado, e questo film, con tutta la sua scrittura penetrante e la sua regia piena di idee sobrie ed efficacissime sarà senz’altro uno dei titoli più applauditi della Mostra. Ci sono momenti toccanti come certi interrogativi sulla fiducia nella legge del padre Giovanni, o di riflessioni e consigli offerti a Stefano da un compagno di cella albanese.

Sicuramente Borghi riceverà molti premi e riconoscimenti anche per questo nuovo lavoro, ancor più coscienzioso e impegnativo di quello per Caligari. Dal 12 settembre Sulla mia pelle sarà sotto gli occhi del mondo perché non uscirà soltanto nei cinema italiani, ma anche sui milioni di dispositivi abbonati a Netflix. Resta curioso come proprio la distribuzione del Presidente dei Distributori Anica, la Lucky Red di Andrea Occhipinti, non abbia concesso alla sala neanche un paio di settimane esclusive prima di far lanciare il film in scala globale su tutti gli schermi possibili, compresi i cinema. Competizione alla pari?