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Alessandro Cortini, il sound del Mostro e l’importanza del limite

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Sperimentatore irriducibile e membro di una delle band più iconiche degli ultimi anni – i Nine Inch Nails – nonché sound artist a tutto tondo, Alessandro Cortini è l’autore della colonna sonora della serie Il mostro: un grandissimo lavoro compositivo al servizio di un’opera antropologica sull’Italia e il suo cuore nero. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per il nuovo numero di Fabrique.

La serie scritta e diretta da Stefano Sollima con Leonardo Fasoli racconta la genesi del mostro di Firenze, piuttosto che ripercorrere una storia già nota e ampiamente analizzata. Come hai lavorato sulla tua composizione affinché si sviluppasse in armonia con il paesaggio sonoro del film?

Direi che ci sono due aspetti su cui mi sono voluto soffermare in maniera specifica. Quello più legato alla “stoffa” sonora è stato abbastanza immediato da riconoscere e comprendere. Prima di tutto, mi sentivo in qualche modo connesso alla storia del Mostro: essendo cresciuto in Italia in quegli anni, era una notizia che tornava spesso nei telegiornali, una di quelle tragedie italiane che ogni tanto riemergono. Quindi trovare una riflessione emotiva e sonora non è stato complicato, non ho dovuto pensarci troppo. Per quanto riguarda l’altro aspetto, quello dell’irrisoluzione — non avere un volto preciso da associare al Mostro — ho lavorato su temi che non si risolvono in maniera tradizionale, che restano sospesi e ciclici e che invitano più a riflettere, a elaborare dei pensieri, piuttosto che offrire una risposta sonora definitiva. In questo senso credo che la musica si leghi bene alla struttura della serie, perché accompagna quel movimento intellettuale del “cercare di capire”, ma senza portare a una risoluzione immediata. Lascia uno stato di sospensione, senza però creare ansia. In generale non mi piace essere troppo esplicito a livello musicale, e in questo caso ho preferito che lo spettatore/ascoltatore si sentisse parte di un percorso investigativo collettivo e traesse le proprie conclusioni.

I lavori che hai realizzato in passato sembrano delle istantanee, dei racconti sonori di una sensazione o di un ricordo. Qual è, quindi, la storia che volevi raccontare con Il mostro? Al di là del fatto che la musica debba dialogare con le immagini, se avessi dovuto realizzare un lavoro puramente di sound art, quale sarebbe stato l’elemento chiave della tua composizione?

Cerco sempre di essere il più emotivo possibile, perché con gli anni mi sono reso conto che la connessione con l’obiettivo nasce più da un impulso che da una riflessione. Non è che ignori quello che mi viene chiesto, anzi. Diciamo che la mia prima risposta è sempre emotiva: è quella che analizzo per prima, da cui parto per costruire. Poi, quando la scintilla diventa un piccolo fuoco, allora posso svilupparla e capire come adattarla. È un po’ come scoprire la materia prima: una volta che ne comprendo la natura, so anche come lavorarla. Nel caso del Mostro è stato non direi “semplice”, ma certamente immediato. Poi c’era una connessione artistica forte con Stefano e con il suo modo di lavorare, che ho sempre sentito vicino. Collaborare con lui e la sua squadra è stato bellissimo: mi sono sentito parte di una macchina più grande, in cui ognuno aveva un ruolo preciso ma nessuno aveva remore nel comunicare, e questo, nel processo creativo, aiuta tantissimo.

La serie affonda le radici nel cinema di genere, che è sempre stato un territorio di grandissima sperimentazione sonora. Ti chiedo quindi se sei partito da qualche ascolto specifico o da riferimenti a quella tradizione.

Di norma, la mia ispirazione arriva quasi sempre dal mondo extra-musicale. Nel caso del  Mostro era una sensazione, una paura, qualcosa che non avevo nemmeno bisogno di mettere per iscritto. Da lì è stato facile trovare il legame tra quell’emozione e il suono da creare. A meno che non ci siano delle reference precise da parte del regista di solito non ascolto altri lavori. Non perché non li rispetti, ma perché credo che non mi aiutino a costruire ciò che più mi rappresenta. Se ci sono indicazioni su uno stile o un’atmosfera, ovviamente le accolgo volentieri, ma preferisco non contaminare troppo il processo creativo. Ci sono compositori che hanno lasciato un segno profondo anche su di me, ma in questo caso non ci sono state ispirazioni dirette a livello musicale. Molto è nato semplicemente camminando in campagna, luogo dove la maggior parte degli omicidi si è consumata. Ritrovarmi in quegli spazi, ascoltare le mie idee, cambiare direzione, osservare la luce al crepuscolo: sono stati momenti molto più rivelatori, molto più determinanti nel trovare il linguaggio sonoro della serie, rispetto a qualsiasi altro riferimento.

Hai lavorato anche sul campionamento di suoni reali, registrati o percepiti durante queste esperienze in campagna? Ti sei messo, in un certo senso, “nei panni del Mostro”, cercando di tradurre quel punto di vista attraverso il suono?

Non in maniera diretta. Sono un grande sostenitore dell’ambiente come parte integrante del suono, infatti anche quando registro un sintetizzatore o un qualsiasi altro strumento, mi piace farlo con un registratore portatile, riprendendo il suono dagli altoparlanti: così acquisisce una personalità diversa, più definita. In questa colonna sonora ci sono molte tracce ambientali — rumori, suoni esterni, condizionatori — elementi che magari non si percepiscono subito, ma la loro presenza contribuisce a dare corpo e tensione al paesaggio sonoro.

Mi è piaciuto molto che la musica nella serie sembri quasi generativa. Come una spirale in cui gli elementi e le prove sembrano non congiungersi mai davvero tra loro, restando in uno stato di sospensione. Rispetto a questo elemento il tuo approccio è stato principalmente modulare, oppure hai cercato di lavorare anche su una struttura più tradizionale/orchestrale? 

 Sì, l’elemento compositivo circolare è un aspetto molto naturale nel mio modo di intendere la musica. Se ascolti le mie composizioni in altri contesti — nei miei album, ad esempio — c’è sempre un forte attaccamento a un tema ripetuto quasi ad infinitum, perché credo che nella ripetizione si crei una relazione emotiva specifica. Quando ascolti qualcosa più volte ti accorgi che non è la melodia a cambiare, ma il tessuto del suono. All’inizio può essere più opaco, poi col tempo si apre, aumenta di volume, o magari emergono effetti di eco e riverbero che lo trasformano. È come ripetere la stessa frase con una diversa intonazione: il senso resta, ma l’emozione cambia. Questo processo, secondo me, agisce a un livello subconscio sia per chi compone che per chi ascolta. È un modo di lavorare che mi appartiene da sempre, perché mette sia me che l’ascoltatore in una posizione duplice: siamo entrambi ricettori e processatori della musica, parte attiva di un dialogo che evolve continuamente. Detto questo, non sono contrario a un approccio più orchestrale o tradizionale. Ci sono lavori inarrivabili — penso ai capolavori di Vangelis — che uniscono in modo perfetto un tema memorabile a un’immagine cinematografica. Quelli restano dei riferimenti assoluti. Ma nel Mostro il mio metodo basato sulla ripetizione e sull’evoluzione circolare del suono si è sposato perfettamente a ciò che il regista voleva raccontare.

Alessandro Cortini
Alessandro Cortini.

Quindi lo sviluppo del tema diventa un discorso emotivo che si elabora attraverso i cambiamenti del suono, piuttosto che attraverso variazioni melodiche. È come se il leitmotiv, che un tempo era l’elemento centrale nei lavori più orchestrali, si trasformasse qui in una sorta di ciclo continuo emotivo?

Sì, esatto. Ed è qualcosa che, secondo me, prescinde completamente dalla strumentazione. Puoi ottenere lo stesso risultato anche con un’orchestra: certi strumenti, come ad esempio gli ottoni, sono estremamente malleabili da questo punto di vista. Una melodia può evolvere e trasformarsi attraverso le sfumature del suono, della dinamica, del respiro dello strumento. È anche ciò su cui sto lavorando in questo periodo: una selezione di brani tratti dalla mia collezione di album realizzati con il sintetizzatore Music Easel di Buchla, che verranno eseguiti in una versione orchestrale. Sono tutti pezzi costruiti su temi che si sviluppano attraverso la ripetizione, ma che cambiano di senso e intensità nel tempo. L’orchestra, in fondo, si presta perfettamente a questo tipo di evoluzione, perché è uno strumento vivo: tutto dipende da come viene suonata, dalla dinamica, dal volume, dallo spazio. Quindi sì, avrei potuto affrontare Il mostro anche in chiave orchestrale, se fosse stato richiesto. Ma credo che quando Stefano mi ha chiamato fosse già perfettamente consapevole del tipo di emotività che cerco di trasmettere con strumenti che, in teoria, sono “macchine”. Mi interessa proprio questo: trovare umanità dentro strumenti che, per definizione, dovrebbero essere perfetti o asettici. Amo lavorare con macchine che non funzionano esattamente come dovrebbero o che hanno dei limiti strutturali, perché è proprio dentro quei limiti che nasce qualcosa di creativo.

Collabori ormai da molti anni con i Nine Inch Nails, e Trent Reznor e Atticus Ross sono diventati una coppia di riferimento nella musica per immagini, quasi uno standard dell’industria. Come ti spieghi che, all’interno di un gruppo che apparentemente nasce lontano dal mondo della musica per il cinema, siano nati compositori come loro — e come te — capaci di comunicare così bene con il linguaggio cinematografico e seriale?

Non posso parlare per loro perché il loro percorso è il loro percorso, e non so esattamente come lavorano. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di fare ciò che sentivo di dover fare, ascoltando la mia necessità creativa più profonda. A un certo punto ho capito che non aveva senso seguire un percorso canonico da compositore, accettando lavori di ogni tipo solo per mestiere. Non sarei stato bravo a fare tutto e non mi interessava esserlo. Quando segui davvero la tua direzione emotiva, a livello di suono si creano sempre delle connessioni: ci sarà sempre qualcuno che risponde a quello che trasmetti. E più lo porti nel mondo, più è probabile che qualcun altro si riconosca in quella stessa sensibilità e voglia portarla dentro un proprio progetto visivo. Anche per questo non mi definisco un compositore nel senso tradizionale del termine. Per me la cosa fondamentale è sempre la squadra con cui lavoro. Può essere una squadra con cui realizzo la musica per una serie televisiva, ma anche una con cui sviluppo un sintetizzatore, come nel caso di Buchla o di Make Noise per lo Strega, oppure ancora un progetto con Campfire Audio per la realizzazione di cuffie. In ogni caso, ciò che conta è costruire qualcosa di nuovo insieme, qualcosa che ci entusiasmi. Forse è anche il mio modo di restare un po’ bambino: continuare a fare cose diverse mi permette di sfuggire all’idea di un lavoro “fisso”. Non voglio diventare “quello che fa le colonne sonore”. Il mio obiettivo è mantenere viva quella scintilla creativa — la curiosità, la meraviglia — e metterla al servizio di progetti in cui la somma degli elementi sia sempre più grande delle singole parti.

(Questo è un estratto dell’articolo completo che puoi leggere acquistando il nuovo numero).

 

Gabriele Mainetti e La città proibita: “Avrei voluto essere wagneriano”

C’era una volta il cinema di genere e niente sarebbe stato più come prima. Arrivarono i poliziotteschi, lo spaghetti western, la commedia erotica e l’horror, tutti a loro modo rivoluzionari. E oggi? L’industria italiana del film è infinitamente cambiata, ma è indubbio che dal 2015, con il suo esordio alla regia con Lo chiamavano Jeeg Robot, il regista Gabriele Mainetti stia cercando di riportare in auge una delle epoche più floride del nostro cinema. Partendo dagli stilemi fumettistici d’oltreoceano, al racconto fantasy storico di Freaks Out, anche con grandi richiami sonori all’epopea del west, Mainetti ha costruito negli anni una forte cifra stilistica che non sarebbe potuta esistere senza la grande tradizione dei B-Movies all’italiana. Dissacranti, violenti, fortemente estetici e rappresentativi di un’epoca, sono nuovamente d’attualità proprio grazie al suo cinema, che oggi ritorna con una nuova e ambiziosa prova registica, La città proibita.

Ambientato nella mutietnica Piazza Vittorio, che potrebbe essere allo stesso tempo la Chinatown di San Francisco di Grosso guaio a Chinatown di Carpenter, la narrazione segue il processo di redenzione e vendetta di Mei, arrivata a Roma per ritrovare sua sorella. Nel viaggio dell’eroina, troverà sulla sua strada Marcello, cuoco e figlio del proprietario del Ristorante da Alfredo, caposaldo della romanità contro “l’invasione” orientale del quartiere, mescolando l’ironia pulp con il realismo urbano. Il suo sguardo si sofferma sulle contraddizioni culturali, sui conflitti identitari e sulla trasformazione di Roma, una città che diventa scenario di scontri ma anche di inaspettate alleanze.

Il cinema di Mainetti è coraggioso, dirompente, anche nella sua imperfezione.  Alle volte le sequenze action travalicano la trama, ma la resa è veramente di altissima fattura in una perfetta coreografia che unisce regia, musica e suono. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e discutere con lui di come il genere kung fu si possa congiungere con la commedia all’italiana e del ruolo focale della musica, così come del suono, nel saper costruire tensione e ritmo narrativo.

Da dove nasce l’idea per La città proibita, considerando la varietà di stili presenti che si rifanno al genere principale del kung fu? Penso, ad esempio, a riferimenti che vanno da I tre dell’Operazione Drago fino a Grosso guaio a Chinatown di Carpenter, con il suo tono più comico. Mi interessa anche capire come avete lavorato sul suono e sulla musica, visto che le scene d’azione hanno una forte componente coreografica che non è solo registica, ma anche fortemente sonora.

Quando realizzo un nuovo film parto sempre dall’idea di voler raccontare un genere che non ho ancora affrontato. Il kung fu movie era senz’altro qualcosa di nuovo per me e mi interessava esplorarlo. Come hai detto tu, Bruce Lee docet, e da lì è iniziato tutto. Però, per me, è fondamentale che una storia sia radicata in uno spazio che ci appartiene, altrimenti rischia di rifarsi soltanto ai modelli preesistenti. È proprio in questo incontro-scontro culturale che nascono spunti interessanti. Mi è sembrato naturale far confluire il racconto anche in una storia d’amore, un elemento che avevo in testa sin dall’inizio. Allo stesso modo ho voluto citare lo spaghetti western, in particolare Per un pugno di dollari. Mi divertiva l’idea di un personaggio che, come quello di Clint Eastwood, scombina gli equilibri tra due fazioni contrapposte come quella dei Baxter e i Rojo. Nel nostro caso, da un lato c’è Annibale, nella trattoria del suo miglior amico Alfredo, e dall’altro La Città Proibita, il ristorante di Mr. Wang che nasconde una bisca, prostituzione e traffici poco chiari. Il film nasce proprio da queste tensioni. A quel punto inizi a costruire i personaggi: chi è Annibale? Chi è Marcello? Per dare profondità alla storia, con gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino abbiamo fatto ricerca sul campo. Siamo andati nelle zone frequentate dalla comunità cinese e abbiamo parlato con la polizia, cercando di capire quali fossero gli spazi di criminalità e di prostituzione. In realtà ci hanno parlato molto bene della comunità cinese, descrivendola come una realtà riservata, rispettosa e molto attenta all’aspetto sociale. Ma ci hanno anche raccontato altre storie interessanti, come quella di un italiano che subaffittava un appartamento a decine di senegalesi a cifre spropositate. Quando la polizia interveniva, se la prendeva con il proprietario, mentre lui spariva nel nulla. Questo spunto ci è sembrato perfetto per caratterizzare il personaggio di Annibale e da lì il racconto ha preso forma. C’è una ragazza cinese che arriva a Roma alla ricerca della sorella scomparsa. Si trova a muoversi tra due realtà criminali che si detestano. Chi c’è dietro a questi traffici? Chi sono davvero queste persone? Il nostro intento era raccontarle nella loro tridimensionalità, senza giudicarle, ma rendendole comprensibili, empatiche, a volte persino divertenti. Non volevamo personaggi stereotipati o monodimensionali. Così, passo dopo passo, la storia ha trovato la sua strada.

La città proibitaPer quanto riguarda la costruzione musicale e sonora del film, su quali aspetti avete lavorato? Tratti spesso generi molto specifici, ciascuno con un approccio musicale ben definito. Quanto è importante per te che l’aspetto musicale e sonoro rappresenti e valorizzi il genere del film?

Abbiamo lavorato sulla musica seguendo due direzioni principali. Da un lato, c’è il needle dropping (uso di musica preesistente), con brani totalmente diegetici e partecipati. Penso alle canzoni di Mina e Patty Pravo, cantate dai personaggi di Lorena e Marcello, interpretati rispettivamente da Sabrina (Ferilli) ed Enrico (Borello). Dall’altro lato, c’è la musica sinfonica classica, costruita attorno ai temi principali del film. Questa parte ha il compito di sostenere il racconto senza invaderlo, cercando di integrare le tecniche più contemporanee. L’orchestra è stata infatti ibridata con elementi elettronici in modo sobrio, evitando di darle troppo spazio. Abbiamo lavorato con sincopati tipici di un approccio minimalista contemporaneo, cercando però di far dialogare queste sonorità anche con un certo folklore cinese. Questo non solo a livello di strumenti, ma proprio nella struttura armonica e narrativa della musica. Abbiamo trovato soluzioni che suonano più orientali che europee. Mi sarebbe piaciuto adottare un approccio più wagneriano, con quel trionfo tipico del cinema americano, ma in Italia non funziona: ci ho provato, ma suonava quasi comico. Così abbiamo scelto una strada più europea, più asciutta. Per le registrazioni abbiamo lavorato con un’orchestra di Praga, ed essendo anche io un compositore sono stato coinvolto direttamente in questo processo. Per quanto riguarda il suono, è stato un lavoro fondamentale. Il sound designer è Mirko Perri, con cui collaboro da anni e che ha lavorato anche su Freaks Out  e Lo chiamavano Jeeg Robot. Conosce bene quanto per me il suono sia parte integrante del racconto. Trovare l’equilibrio tra musica, suono e narrazione non è stato facile, ma Mirko ha fatto un lavoro straordinario. Quello che ha realizzato in Freaks credo non abbia precedenti nel cinema italiano, almeno a livello di sound design. E lo dico senza prendermi alcun merito: è tutto suo. Mirko lavora anche con registi come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, ed è incredibile vedere quanto si diverta a sperimentare quando si tratta di azione e di racconti più dinamici, come in questo film. Volevamo che ogni elemento sonoramente scenico fosse realistico, dalle ambientazioni fino al suono dei cazzotti, tanto caro ai film di genere kung fu. Anche se Yaxi (Liu), che interpreta Mei, mi ha rimproverato dicendomi che avremmo dovuto spingere di più (ride) ed io le ho risposto: «Scusami, ma sono europeo».

Colonne sonore: i nuovi compositori tra film e serie

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In Italia la musica per il cinema è sempre stata uno spazio di sperimentazione e ha dato vita a colonne sonore entrate nella storia (di Nino Rota, Ennio Morricone, Piero Piccioni e via citando).  Ma com’è cambiato il panorama oggi?

Mario Nascimbene e il neorealismo, Nino Rota e Federico Fellini, Piero Piccioni con il jazz nella commedia all’italiana, Piero Umiliani e Riz Ortolani, il Re Mida Ennio Morricone, tutti questi compositori lavorarono su una vasta gamma di generi – dai drammi in bianco e nero degli anni Sessanta ai poliziotteschi e al crime splatter di Dario Argento – creando uno stile unico che avrebbe accompagnato il nostro cinema fino alle fine agli anni Settanta. Le loro colonne sonore abbracciavano dal jazz e dalla bossa nova al funk e alla bizzarra musica lounge, all’esotica selvaggia e alla musica elettronica psichedelica, definendo l’epopea della colonna sonora all’italiana e portandola a influenzare non solo il linguaggio internazionale ma tutta la musica popolare nostrana.

Ma oggi si può dire che esista la stessa varietà e ricchezza dell’epoca d’oro? Se più che a mancare una nuova scuola di compositori, è soprattutto totalmente assente un sistema che valorizzi e tuteli coloro che hanno reso il cinema italiano famoso in tutto il mondo? Benché negli ultimi anni ci siano stati alcuni episodi sporadici, come la vittoria agli Oscar di Nicola Piovani per La vita è bella e di Ennio Morricone per The Hateful Height, ancora figli dell’epoca in cui i musicisti venivano valorizzati, oggi sembra mancare totalmente una visione sulla musica per immagini.

La polemica ai David: un’occasione sprecata

Non a caso ad aprile di quest’anno aveva fatto rumore la rinuncia alla candidatura ai David di Donatello del compositore Franco Piersanti (non proprio un esordiente) per Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti. Piersanti accusava l’Accademia dei David di non saper comprendere il ruolo e il valore del compositore, poiché faceva concorrere nella stessa categoria film con musica originale e film che ne erano quasi sprovvisti: «se il premio va a chi scrive musica originale, non può essere equiparato a chi fa cose completamente diverse». Ma la querelle è stata oscurata, lasciando intatta non solo la candidatura di Piersanti, ma anche un successivo comunicato dell’ACMF (Associazione Compositori Musica da Film). L’esposto, apparso sulle pagine di The Hollywood Reporter Roma, denunciava come da anni la stessa associazione cercava inutilmente un confronto con l’Accademia, non solo rispetto al ruolo del compositore, come già sottolineava Piersanti, ma soprattutto per entrare di diritto nel direttivo dell’Accademia come figura autoriale (stando alla legge 633 del 22 aprile 1941, tuttora in vigore).

Perché da un’occasione così importante, su cui si potevano costruire le basi per un confronto costruttivo, si è cercato unicamente di evitare lo scandalo? I motivi sono molteplici e non si possono imputare unicamente all’industria stessa. Si va da un’eccessiva esterofilia, che alcune volte spinge un regista esordiente ad affidarsi a compositori internazionali per dare più appeal al suo progetto, alla mancanza di una formazione adeguata a comprendere la centralità del comparto sonoro nel cinema contemporaneo, che ha portato nel tempo a non considerare più la musica come un aspetto centrale del prodotto audiovisivo, causando molteplici scompensi non solo alla categoria ma soprattutto alla qualità dei film.

Secondo Massimiliano Mechelli, compositore di A Classic Horror Story e La legge di Lidya Poet: «purtroppo vedere che negli ultimi cinque anni solo un compositore per film con il nome prestigioso di Piovani ha vinto il David per miglior colonna sonora, porta a domandarsi se l’industria cinematografica crede ancora nel mestiere e nella professione di compositore per film. Sempre più spesso vediamo che le produzioni chiamano artisti del mondo della musica estranei a questo campo specifico per firmare le colonne sonore dei loro film, spesso puntando sulla loro visibilità. Con questo non sto dicendo che sia sbagliato a prescindere, ma non può essere una costante. Altre volte invece viene preso il repertorio di un artista musicale per poi farlo montare su scena, altre ancora nei film d’autore diretti da giovani registi vengono chiamati artisti indipendenti sempre estranei al campo. Questo fa dubitare se lavorare con un professionista del mestiere sia ancora una priorità. Per fortuna ci sono produzioni che stanno investendo nei giovani compositori anche qui in Italia come Groenlandia, qualcosa si sta muovendo, ma molti registi famosi ancora non hanno voglia di cercare nuovi volti nel campo delle colonne sonore e lavorare con loro per generare qualcosa di innovativo. Dovrebbero esserci sicuramente più fondi stanziati per l’assunzione di compositori under 35 e le produzioni dovrebbero essere facilitate nel coinvolgere giovani figure. Il rinnovamento a mio avviso premierebbe tutti indistintamente».

Le serie più avanti del cinema

Se la serialità, così come l’avvento delle piattaforme, ha sicuramente portato una ventata di aria fresca sia per la musica composta che per quella edita, coinvolgendo moltissimi compositori ai tempi esordienti, come ad esempio i Mokadelic che a partire da ACAB di Stefano Sollima e successivamente con Gomorra hanno creato un vero e proprio standard compositivo, si può dire che il cinema fatica ancora a trovare una propria strada rispetto a una categoria che ha scritto la sua stessa storia.

Infatti, come sottolinea Lorenzo Tomio, compositore di Dampyr, Tutto chiede salvezza, I delitti del BarLume e Il giovane Berlusconi: «in questi anni il settore cinematografico, e nel dettaglio quello della musica per l’immagine, ha beneficiato di una vastissima richiesta di produzione e di professionisti, grazie alla crescita delle piattaforme. Al contempo via via si è affievolito il rispetto e l’autorevolezza per le professionalità artistiche di alto profilo, ai fini del confezionamento dell’ennesimo prodotto nel minor tempo possibile e al minor costo. Credo che i problemi che stiamo vivendo siano dovuti alla mancanza di una vera e propria cultura di registi e produttori rispetto al ruolo della musica anche all’interno della filiera produttiva. Il compositore deve essere inteso come un collaboratore che può dare voce a differenti livelli di lettura del racconto, che può scrivere un contrappunto alle scene e arricchirle di ulteriori significati. Invece spesso viene inteso come qualcosa da aggiungere alla fine, il bollo decorativo che chiude il pacco e, considerando l’importanza che ha sempre avuto la musica nella storia in Italia, non ha davvero senso.

Il giovane Berlusconi
“Il giovane Berlusconi”, colonna sonora di Lorenzo Tomio.

Perché maestri come Marco Bellocchio scelgono di affidarsi a compositori esordienti al linguaggio cinematografico come Fabio Massimo Capogrosso, che ha avuto la capacità di rappresentare perfettamente in musica il racconto episodico e le differenti anime in scena di Esterno Notte così come di Rapito, puntando anche sugli aspetti più sperimentali, e i giovani registi sembrano essere quasi spaventati dalla musica quasi come fosse un impedimento alla strutturazione del proprio racconto? Sembra mancare la consapevolezza che la musica può diventare veramente un acceleratore di emozioni facendo sì che quel dato film possa realmente entrare nell’immaginario collettivo per sempre. Pensiamo ad esempio alle note agrodolci e scanzonate del tema principale di Amarcord, o al flauto di Pan di C’era una volta in America: sono temi che hanno reso quei film unici per sempre, portando lo spettatore a immedesimarsi perfettamente nella storia unicamente attraverso l’ascolto della musica.

Il nodo della formazione

Vero è che nelle accademie cinematografie c’è sempre di più una maggiore sensibilità e attenzione al ruolo del compositore: è il caso del Laboratorio di musica per film del Centro Sperimentale di Cinema o il progetto del regista Gianfranco Cabiddu che, all’interno dell’isola felice di Carloforte in Sardegna, ha creato la summer school CAMPUS – musica e suono per il cinema e per l’audiovisivo (grazie al quale 30 allievi del CSC insieme ad altri 12 allievi musicisti provenienti da diverse realtà formative arrivano a Carloforte per un’esperienza di condivisione e apprendimento). Ma mancano  effettivamente dei corsi formativi pluriennali che mettano costantemente a confronto le tante figure del comparto sonoro, dal sound designer al music editor, con tutta la filiera produttiva.

Infatti come aggiunge anche la compositrice Ginevra Nervi (Il cacciatore, SKAM Italia, Prisma, Come pecore in mezzo ai lupi): «l’industria cinematografica è cambiata profondamente negli ultimi anni, di conseguenza lo ha fatto il mercato, e così le figure professionali che operano in questo settore. Credo che più o meno tutte le categorie (sceneggiatori, registi, compositori, montatori, tecnici del suono, scenografi, costumisti) stiano vivendo un periodo di difficoltà e di forte cambiamento rispetto al modo in cui venivano considerate all’interno del sistema produttivo in passato. Le nuove generazioni hanno però la possibilità di guardarsi attorno e capire quale posizione prendere per salvaguardare quello che domani chiameremo ancora cinema».

L’ultimo anno cinematografico è stato ricco di opere prime che, sia per la loro qualità che grazie al passaparola, sono riuscite ad attirare l’attenzione del pubblico. Sicuramente uno degli esempi più interessanti è stato l’esordio di Margherita Vicario con Gloria!, che ha costruito il proprio racconto basandosi su una storia “nascosta” che si fonda e cresce totalmente sulla musica. Insomma le risorse ci sono, e sono anche abbondanti, ma dobbiamo cominciare ad avere il coraggio di guardare oltre la siepe.

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